Friuli Venezia Giulia (2021 – 2022)

Pubblicato: dicembre 26, 2022 in Viaggi

Santuario del Monte Lussari

La pandemia mi ha fatto (ri)scoprire l’Italia.
Ho sempre pensato che il mio paese, avendocelo intorno, avrei potuto visitarlo più avanti, quando la voglia di andare lontano sarebbe inevitabilmente venuta meno lasciando spazio a vacanze più comode, meno impegnative di quelle che sono abituato a fare.

Ho trascorso il decennio scorso viaggiando ogni anno negli USA, prevalentemente lungo la “mia” Route 66, con alcune deviazioni in Norvegia.

Viaggi non propriamente rilassanti, ma senz’altro entusiasmanti.

Questi ultimi due anni vissuti tra la paura del virus e le restrizioni introdotte dai vari paesi a tutela della salute pubblica, hanno accelerato il processo di rivalutazione del “mio” territorio.

Il Molise, la Toscana, la Liguria e, soprattutto, il Friuli sono state le mete che in questi 2 anni sono assurte al ruolo di protagoniste delle mie vacanze.
Il Friuli in particolare.
Avevo programmato questa vacanza nel 2020, pochi mesi dopo la fine del lockdown, ma ancora in piena emergenza, ma per varie ragioni dovetti rinunciare.
L’ho riprogrammato nel 2021, ancora con il blocco dei viaggi in alcuni paesi stranieri e con poca voglia di rischiare, ma è stato un viaggio “zoppo” nel senso letterale del termine: ho girato con le stampelle a causa di una frattura ad un piede subita pochi giorni prima di partire.
In quell’occasione pensai sarebbe stato meglio lasciar stare, ma alla fine partii lo stesso e nonostante le stampelle rimasi piacevolmente sorpreso da quello che riuscii a vedere.
Avevo con me Tigra, la mia  dolcissima gattina presa nel 2020, che con i suoi modi sghembi mi alleggerì non poco la fatica degli spostamenti, una deambulazione a cui non ero ovviamente abituato.

Ma, come detto, rimasi piacevolmente sorpreso al punto che anche quest’anno, ho pensato di tornarci, sempre con la mia Tigra, e sempre come sede la “Locanda al Grop” a Tavagnacco (Udine), una location davvero molto bella.
Devo ammettere che il Friuli mi è entrato nel cuore.
Fresco, rigoglioso, ricco di storia, tranquillo, rilassante, pieno di belle cose e di bella gente.

E questa volta nulla mi ha impedito di godere appieno delle sue bellezze.


Il Vajont. (2021 e 2022)
Diga del Vajont

“Ogni tanto qualcuno mi chiede se ho perdonato. No. Non ho perdonato. Non potrò mai perdonare gli uomini che hanno consentito tutto questo.”

Tratto dal film “Vajont – La diga del disonore” di Renzo Martinelli (2001)


E’ stata l’ultima tappa del viaggio del 2021 e la prima di quest’anno.

Vajont è la storia di un disastro annunciato, uno dei tanti che troppo spesso accadono nel nostro paese.

Nei pressi del comune di Erto-Casso (due piccoli paesi nella Valcellina uniti in un unico comune) nel 1957 cominciano i lavori per la costruzione di una diga (all’epoca la diga a doppio arco più alta del mondo), il cui fine era di realizzare un bacino idrico per la produzione di energia elettrica.

La diga del Vajont è un gioiello di ingegneria civile, ma realizzata nel posto sbagliato.

La montagna, il monte Toc, era di roccia friabile e presentava quelle che venivano definite come paleofrane, delle frane, risalenti a tempi remoti.

Non era affatto un sito stabile e sicuro dove realizzare un’opera di quelle proporzioni.

Siamo nella valle del torrente Vajont, un corso d’acqua che si unisce al Piave.

Alle 22:39 del 9 ottobre del 1963  una parte del monte Toc viene giù e riempie l’invaso creando un’onda d’acqua enorme.

Circa 260 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto a quello dell’acqua contenuta nell’invaso) franarono, alla velocità oltre 100 km/h, nel lago creato dalla diga.

Una parte dell’acqua colpì i paesi di Erto e Casso mentre l’onda più grande, alta oltre 250 metri al di sopra della diga, la scavalcò dirigendosi a valle radendo al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta ed altre frazioni limitrofe.

Circa 2000 persone persero la vita (tra cui oltre 400 bambini sotto i 15 anni), uccise dalla fame di danaro di chi ha costruito quella diga in una zona inadatta ad ospitare un bacino idrico e di chi avrebbe dovuto controllare ma non lo ha fatto.

Ammetto che, come molti peraltro, prima di partire per il Friuli lo scorso anno sapevo ben poco di questo immane disastro, e quel poco era anche molto confuso.

Non si è mai parlato abbastanza del Vajont, ed i motivi si possono benissimo intuire: lo stato e la politica hanno avuto forti responsabilità sull’accaduto e di fatto nessuno ha pagato per quello che è successo.

In questi due anni mi sono documentato guardando tutto ciò che è possibile trovare su youtube: documentari, testimonianze dei pochi sopravvissuti, ricostruzioni postume.

Su tutti c’è lo splendido monologo di Marco Paolini, un video di oltre 2 ore durante le quali viene raccontata la storia del disastro.

Un video trasmesso dalla Rai nel 1997.

https://archive.org/details/Marco.Paolini..Vajont.9.ottobre.1963..1997..MP3.192.ITA.XviD4.576×460.DVDRip..Mukka

Paolini qui è magistrale, magnetico, sarcastico, feroce.

Nel monologo viene citato un libro da cui Paolini ha preso spunto per il suo monologo, un libro che ho letto avidamente lo scorso anno: “Sulla pelle viva – Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont” di Tina Merlin, una giornalista dell’Unità che da sempre si era battuta per la tutela della valle e dei suoi abitanti scagliandosi contro i poteri forti della società idroelettrica costruttrice della diga (la SADE) e lo stato connivente.

Lo scorso anno ho potuto visitare solo la sommità della diga ed il piccolo paese di Erto.

Quest’anno, libero da limitazioni fisiche, sono sceso fin sotto la diga, ho visitato il paese di Casso, il museo di Longarone ed il cimitero monumentale di Fortogna a pochi km da Longarone.

E’ stato tutto estremamente toccante.

Ci tenevo a completare il mio percorso attraverso i ricordi, la mia personale “diretta sulla memoria” come Paolini ha chiamato il suo monologo, ed alla fine ci sono riuscito e ne sono felice.



Museo del Monte San Michele (2022)
Museo del Monte San Michele

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

Giuseppe Ungaretti, “Sono una creatura”

Il Friuli Venezia Giulia è il racconto della prima guerra mondiale, la grande guerra.

Ogni suo angolo narra le gesta degli eroici soldati che la combatterono, e tra questi Giuseppe Ungaretti, i cui scritti sono spesso riportati nel museo del Monte San Michele.

E’ stata una visita tra le più belle ed emozionanti del viaggio di quest’anno.

Il cielo plumbeo, messaggero di una pioggia imminente, contribuiva a rendere evocativo il mio peregrinare tra i sassi e le trincee di questo posto.

Si parte con l’analisi geo politica dell’Europa di quel periodo attraverso degli schermi interattivi per poi proseguire con una sorta di “cinema dinamico”, un metaverso ante litteram.

Ci si siede su una sedia con delle rotelle, si indossa un visore e ci si immerge per 20 minuti negli scenari di guerra.

Si è circondati da scene ricostruite meravigliosamente.

Ovunque ci si giri con la testa e con il corpo si vedono situazioni che si evolvono intorno a noi.

20 minuti amari ma estremamente emozionanti.

E poi la visita alla galleria cannoniera, un lungo cunicolo sotterraneo utilizzato dalla terza armata dell’esercito italiano. Un’altra gemma, un luogo che lascia nel cuore amarezza (soprattutto perché in questi giorni la guerra è tornata, purtroppo, d’attualità), ma senza dubbio uno dei posti più belli che ho visitato quest’anno.



Pesariis (2022)
Pesariis

“Ogni “tic-tac” è un secondo della vita che passa, fugge e non si ripete. E in essa c’è tanta intensità e interesse che il problema è solo saperla vivere.”

Frida Kahlo

Pesariis è una piccola frazione di Prato Carnico nella Carnia.

È il paese degli orologi.

Se ne incontrano diversi camminando tra le vie del bellissimo paese.

Una delle aziende più importanti della tecnologia italiana legata al tempo, la Solari di Udine, nasce qui a Pesariis nel 1700.

Nel piccolo ma graziosissimo museo degli orologi se ne possono osservare diversi valutandone l’evoluzione negli anni.

Pesariis è affascinante, un posto dove il tempo non si è fermato, ma è scandito dai suoi bellissimi orologi sparsi un po’ ovunque sulle mura delle case.



Venzone (2022)
Venzone

“Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza far rumore.”

Ernest Hemingway

Amo i gatti.

Li ho sempre amati ma da quando la mia piccola Tigra è con me li amo ancora di più.

Sono eleganti, indipendenti, amano proteggere i loro spazi, intesi come momenti da trascorrere in solitudine, nascondono con innata maestria le proprie debolezze e fingono di ignorare i propri errori non permettendo a nessuno di approfittarne.

Una delle immagini più belle che ho di Venzone è quella di un gatto anziano, quasi cieco, dal pelo non proprio lucidissimo che attraversava la strada con fierezza nonostante trasparisse una comunque ben celata incertezza dovuta all’età.

Non so se fosse un gatto o una gatta, era rosso quindi potrebbe essere maschio, ma aveva un’orecchia tagliata come di solito, almeno qui a Roma, si usa fare con le gatte dopo la sterilizzazione.

A me piace immaginarla femmina e, come una bellissima ed anziana signora conscia delle tante primavere trascorse, si muoveva mostrando con orgoglio le cicatrici che il tempo le aveva lasciato.

Camminava con altera eleganza, incurante degli sguardi ammirati della gente, perché dentro di se sapeva di meritare solo ammirazione e rispetto.

Era tanta la gente, me compreso, che si era fermata ad osservarla mentre attraversava la vecchia via di Venzone in direzione delle sue rovine.

E li davanti si è fermata ad osservarle.

Chissà quanti bei ricordi le saranno tornati in mente, chissà quanti amori quelle rovine le avranno ricordato.

Sono stati 10 bellissimi minuti quelli trascorsi assieme a lei.

Venzone è bellissima, è uno dei borghi più belli d’Italia, protetta oltre che dalle sue splendide mura anche dalle montagne che la cingono.

Percorrendo le sue vie ci si immerge nella sua storia.

Il terremoto del ‘76 l’ha fortemente minata, ma è riuscita a risorgere mostrando a tutti il suo fascino.

Esattamente come quella splendida gatta che attraversava la sua via.

http://www.venzoneturismo.it/it/venzone/



Cippo dei tre confini (2022)
Cippo dei tre confini

“Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio.”

Nelson Mandela

Il cippo dei tre confini è il punto di incontro di 3 popoli: gli italiani, gli austriaci e gli sloveni.

Si trova in cima al monte Forno e si può raggiungere in vari modi: in bici a piedi o più comodamente in seggiovia dal lato austriaco.

Ed è quello che ho fatto io.

Il punto di partenza della seggiovia Dreiländereck è nel paese di Arnoldstein, poco dopo il confine con l’Italia.

È senza’altro un modo comodo per arrivarci, ma non essendo ne un ciclista ne un camminatore, è stata la modalità che ho preferito.

Una volta scesi dalla seggiovia bisogna salire ancora, questa volta a piedi, per circa una ventina di minuti su un pendio che conduce al cippo su cui sono riportate le iscrizioni che indicano, appunto, gli stati che lo lambiscono.

Da anni qui si celebra la festa dell’amicizia, un importante attestato di vicinanza tra i popoli che oggigiorno assume ancora più rilevanza.

Il clima lassù è splendido, era una bellissima giornata di sole con un vento fresco che accarezzava il viso.

Ed il colpo d’occhio regalava attimi di impagabile armonia.

L’affascinante panorama alpino la fa da padrone anche nel pomeriggio, lungo la splendida Villacher Alpenstrasse, una strada (a pagamento) di circa 16 Km che si arrampica oltre i 1000 metri di altitudine. Una splendida, rilassante giornata lungo il lato austriaco delle Alpi.



Monte Lussari (2021 e 2022)
Monte Lussari

“I Monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi.”

Johann Wolfgang von Goethe

E’ stata una delle poche uscite “ardite” che riuscii a fare lo scorso anno con le stampelle, e ne valse la pena.

Lo spettacolo che propone il santuario del monte Lussari appena sceso dalla funivia è di quelli che ti stordisce.

La sua bellezza ti confonde, ti lascia senza parole, ti fa pensare come mai non si è pensato prima di venire da queste parti.

E quest’anno, libero da impedimenti, ci sono tornato.

Amo i miei riti, ne costruisco ovunque, mi fanno sentire a casa.

Ed anche stavolta ho pranzato nella stessa baita dello scorso anno, stesso primo, stesso mezzo litro di Friulano.

E poi in giro per i sentieri prima di scendere di nuovo a valle.

Rispetto all’anno passato sono in corso dei lavori per la sistemazione delle piccole strade che dalla valle portano in cima.

Viene steso del cemento, pare per permettere l’arrivo del giro d’Italia di ciclismo del 2023 (una delle tappe terminerà proprio al santuario del monte Lussari).

Non mi piace gran che come idea, un luogo splendido andrebbe preservato e se si vuole pubblicizzarlo di più si potrebbero trovare altri modi meno invasivi. Sono felice di esserci tornato, al Monte Lussari tornerei sempre è uno di quei posti che non mi stanca mai.



Grotte di Pradis (2022)
Grotte di Pradis

La mia anima non può trovare nessuna scala per il Paradiso che non sia la bellezza della Terra.

Michelangelo Buonarroti

La strada per arrivarci è spesso tortuosa, stretta, asseconda i saliscendi delle montagne senza alterarne la fisionomia.

Ma una volta arrivati, ti accorgi che ne è valsa davvero la pena: le Grotte di Pradis sono uno spettacolo.

Un meraviglioso canyon scavato dall’acqua del torrente Cosa nella roccia carsica.

Si paga un economicissimo biglietto d’ingresso, solo 4,50€… così poco per così tanto.

Mi tornano in mente i soldi buttati per vedere assurdità in paesi lontani, accozzaglie di inutili rottami senza senso per i quali ho pagato molto di più.

Si trascorrono un paio di piacevoli ore all’interno del parco, entrando nelle grotte naturali facendosi circondare dalla luce che timida trapela dalle fessure della roccia.

Le Grotte di Pradis sono davvero un posto bellissimo.

http://grottedipradis.it/

Dopo le grotte di Pradis sono tornato a valle sempre attraverso la tortuosa strada che mi aveva portato in cima.

La destinazione era il piccolo lago di Cornino, una minuscola pozza d’acqua dalle mille sfumature di blu.

Si passeggia a piedi intorno al lago a caccia delle gradazioni più belle.

http://www.riservacornino.it/

Ed infine di nuovo i gatti con una fermata al pub “Di cane in gatto” a Martignacco, insieme a 4 piccoli scalmanati micetti uno dei quali, attratto dalla mia pizza, ha fatto di tutto per portarmela via al punto da rovesciare il bicchiere di Coca Cola che avevo sul tavolo.

Bellissimo locale e bellissimi loro.

https://www.facebook.com/dicaneingattocatcafe/



Sacrario militare di Redipuglia (2021)
Sacrario militare di Redipuglia

“Non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato”

Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso

Questa è stata una delle tappe dello scorso anno.

Fortemente voluta e, nonostante le stampelle, visitata fino alla sommità del Sacrario.

Quando partii per il Friuli il sacrario era ancora chiuso per il covid e non si sapeva se e quando avrebbe riaperto.

Una volta in vacanza ricevetti un messaggio dai gestori della pagina Facebook del sacrario, ai quali chiesi notizie prima di partire, che mi informavano che avrebbero riaperto.

Troppi ricordi mi legano a Redipuglia.

Non ho parenti che hanno combattuto o che in qualche modo erano legati a quel posto.

Ma Redipuglia mi ricorda mio padre.

Mi ricorda un viaggio che facemmo nel 1976, quando non avevo neanche 10 anni ed ascoltavo i suoi racconti.

Era appassionato di storia, e mi parlava di quei posti e della prima guerra mondiale (lui che da bambino aveva vissuto la seconda).

Ho negli occhi il ricordo di noi due che camminavamo tra i gradoni mentre lo ascoltavo parlare di quella guerra.

Ho ripetuto da solo lo stesso cammino immerso nei ricordi.

Mi sono “arrampicato” con un po’ di fatica fino alla sommità, ricevendo ogni tanto i complimenti della gente che incrociavo.

Tra le tombe dei soldati e degli ufficiali ce n’è una di una donna, una crocerossina: Margherita Kaiser Parodi.

L’unica donna tumulata nel sacrario militare.

Una ragazza che ha speso la sua vita per prendersi cura dei soldati feriti e che, nonostante fosse stata colpita dall’influenza spagnola proprio nell’esercizio delle sue funzioni, rimase al suo posto fino all’ultimo, perdendo la vita a soli 21 anni.

Una giovane vita vita donata al prossimo.

https://sacrarioredipuglia.it/index.html



Aquileia (2022)
Aquileia

“Casa è dove si trova il cuore”

Plinio il Vecchio

Si respira aria di casa ad Aquileia.

Le rovine romane mi riportano ad immagini che conosco bene.

Per questa vacanza sono riuscito a bilanciare i giorni da dedicare ai siti in montagna e quelli più vicini alla costa.

C’era spesso la minaccia della pioggia in montagna, tranne che 4 giorni centrali del mio soggiorno, e ne ho approfittato per andarci.

Ad Aquileia non ha mai piovuto quindi era una sorta di jolly.

Aquileia è splendida, sontuosa con i suoi reperti archeologici e la sua bellissima cattedrale.

Ho trascorso diverso tempo proprio alla cattedrale salendo sul campanile attraverso lo strettissimo passaggio che in tempi non ancora post covid non era proprio il massimo, soprattutto perché salire con la mascherina ha rappresentato un esercizio di apnea molto complesso.

Ma una volta in cima, si gode di un bellissimo panorama.

Passeggiare ad Aquileia è rilassante, la temperatura è piacevole seppur più alta dei luoghi di montagna visitati nei giorni precedenti. Uno splendido tuffo in scenari che in fondo un po’ mi appartengono.



Foibe di Basovizza (2022)
Foibe di Basovizza

“Homo homini lupus”

Plauto

La storia delle Foibe è terribile, una delle pagine più orribili della civiltà umana.

Cavità naturali o realizzate a scopi minerari diventate testimoni di un sorta di pulizia etnica compiuta dai partigiani jugoslavi ai danni di soldati, civili e prigionieri italiani (ed anche tedeschi), atti di deliberata ferocia, azioni che solo gli esseri umani sono in grado di compiere.

Il tutto, molto spesso, a guerra finita.

Ho aggiunto in extremis questa tappa e sono contento di averlo fatto.

Le iscrizioni sulle pietre lasciano senza fiato e la rabbia spesso si sostituisce alla commozione.

Un posto che merita una visita, un piccolo omaggio a chi ha perso la vita a causa della ferocia dell’uomo.

https://www.foibadibasovizza.it/



Sacile (2022)
Sacile

“Io non ho cominciato a scrivere versi con Le Ceneri di Gramsci, ho cominciato molto prima ed esattamente nel 1929 a Sacile, quando avevo sette anni appena compiuti, e frequentavo la seconda elementare.”

Pier Paolo Pasolini.

Sacile, il giardino della Serenissima come viene con orgoglio definito, ha ospitato l’infanzia di Pasolini, il poeta infatti arrivò quì al seguito del padre, ufficiale dell’esercito.

Sacile è una piccola Venezia, attraversata dal fiume Livenza che ne esalta quelle caratteristiche che, con le dovute proporzioni, la rendono vicina, sia dal punto architettonico delle facciate dei palazzi che visivo, proprio alla Serenissima.

Faceva caldo quel giorno, ma i suoi bellissimi portici offrivano riparo dal sole oltre che un’affascinante prospettiva per le mie foto.

All’ufficio del turismo abbiamo preso una cartina ed abbiamo trascorso una mezz’ora con la signora che lo gestisce, che con entusiasmo e dovizia di particolari ci ha raccontato di Sacile, dei suoi luoghi più rappresentativi e del Regazzoni, un uomo dalle mille risorse.

Un affascinante spaccato della storia di un paese davvero molto bello raccontato con rara passione.

http://www.visitsacile.it/



Lago di Barcis (2021)
Lago di Barcis

“I colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni.”

Pablo Picasso

I laghi del Friuli hanno mille colori, colori che inebriano ed affascinano.

E’ stata la mia prima uscita del 2021.

E nonostante la mia scarsissima perizia nel muovermi con le stampelle, gli splendidi colori del lago erano un invito troppo forte per rinunciare. Un posto suggestivo che ho riattraversato velocemente anche quest’anno mentre ero diretto alla diga del Vajont.



Trieste e Miramare (2021)
Trieste, piazza Unità d’Italia

“O Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d’anime crucciose
battono l’onde.”

Giosuè Carducci, Miramar.

Ancora 2021.

Faceva caldo, non come quest’anno ma si faceva comunque sentire.

Il castello è stupendo, collocato in un lembo di terra che si proietta sul mare.

C’ero stato da bambino con i miei e qualche ricordo mi era rimasto.

I giardini, il mare, il castello stesso invitano a consumare byte sulla scheda della fotocamera.

Ho faticato un po’ quella volta ma, come sempre da queste parti, ne è valsa davvero la pena.



Fagagna e San Daniele del Friuli (2022)
Fagagna

“Il Friuli è un piccolo compendio dell’universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì.”

Ippolito Nievo

L’ultimo giorno del mio secondo viaggio in Friuli l’ho trascorso tra Fagagna e San Daniele.

A Fagagna sono arrivato la mattina presto, mi sono “arrampicato” fino alle rovine del suo castello medievale e li mi sono seduto assorto nei miei ricordi di questa vacanza che stava per terminare.

La vista è bellissima ed il silenzio invitava a godersi quei pochi attimi che mi separavano dalla partenza per casa.

Ho trascorso un’ora circa li al castello e nel vecchio borgo prima di andare a San Daniele.

San Daniele è una località turistica, famosa per il suo ottimo prosciutto.

Non mi ha entusiasmato come ad esempio Pesariis, ma merita comunque una visita e l’assaggio del buonissimo prodotto che l’ha resa famosa.



Termina qui il mio secondo viaggio in Friuli, una regione che, come dicevo all’inizio, mi è entrata nel cuore.

È lontana dal caotico turismo di massa, ed è un bene perché tutto è rimasto genuino.

Trovo molte similitudini con il Molise, un territorio che ho avvicinato di recente, entrambi custodiscono tesori di inestimabile bellezza, ma sembra che la gente non abbia molta voglia di farlo sapere.

La consapevolezza della propria bellezza pare sia sufficiente e non si senta la necessità di sbandierarla.

Quest’anno è stata la mia seconda volta da queste parti e non credo sarà l’ultima.

Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22:39

Pubblicato: ottobre 9, 2022 in Viaggi
“Ogni tanto qualcuno mi chiede se ho perdonato.
No. Non ho perdonato.
Non potrò mai perdonare gli uomini che hanno consentito tutto questo.”
Tratto dal film “Vajont – La diga del disonore” di Renzo Martinelli (2001)
Standard Oil Gas Station (Odell, Illinois)

“La Route 66 è un museo dei primi viaggi in automobile lungo 2400 miglia”

Russell A. Olsen, scrittore


Le è rimasta la denominazione “Standard Oil”, dal nome della compagnia petrolifera, fondata da John D. Rockefeller, il cui carburante fu venduto per primo nella stazione di servizio, anche se nel corso della sua vita sono stati venduti carburanti della Phillips 66 e Sinclair.

Fu realizzata nel 1932 da Patrick O’Donnell con l’intenzione di affittarla successivamente al figlio.

Anche questa stazione di servizio, come la Ambler’s Texaco di Dwight, è stata realizzata su disegno della Standard Oil, una linea guida che forniva alle stazioni di servizio un’estetica che ricordava delle piccole case con porticato (vedi “Le Gas Stations“).

Era una tipologia di impianto molto popolare tra le gas stations di quegli anni.

Negli anni ’40, lungo il tratto di Route 66 nei pressi di Odell, erano presenti diverse stazioni di servizio che alimentavano una forte concorrenza, ma il traffico dei viaggiatori della vecchia highway forniva comunque sostentamento per tutti.

Fu proprio in questo periodo che, per rendere la stazione di servizio più attrattiva, il locale venne ampliato per ospitare un garage dove si fornivano servizi di riparazione auto.

Fu una scelta vincente poichè durante la fase di dismissione della Route 66 la sua presenza contribuì a prolungare la vita dell’impianto.

Nella seconda metà degli anni 40 la Route 66 venne ampliata, diventando una strada a 4 corsie e, soprattutto, venne  spostata più ad ovest rispetto al percorso originale, aggirando Odell e la Standard Oil Gas Station.

Fu un’iniziativa molto diffusa in Illinois in quegli anni; si potranno infatti notare durante il viaggio diversi cartelli stradali che indicano di lasciare la strada che si sta percorrendo (il nuovo tratto di Route 66 ) per prendere i vecchi tratti che entrano all’interno nelle comunità.

Molte stazioni di servizio entrarono in crisi (così come tante altre attività commerciali) ma la Standard Oil Gas Station, grazie alla sua officina meccanica, ha continuato ad essere operativa ed a vendere carburante fino al 1967.

Nello stesso anno l’attività fu venduta a Robert Close che l’ha gestita come carrozzeria fino al 1999 quando fu rilevata dalla comunità di Odell che, dopo un accurato restauro, l’ha resa il welcome center della piccola cittadina; nel locale è anche presente un gift shop e, nel garage adiacente l’ufficio, c’è un piccolo museo con reperti dell’epoca.

Nel 1997 la stazione di servizio è stata inserita nel registro nazionale dei luoghi storici.

Esperienza personale

Ho visitato 5 volte anche la Standard Oil Gas Station, avendo percorso altrettante volte il tratto di Route 66 in Illinois.

Poco prima della stazione di servizio ce n’è un’altra (del resto negli anni d’oro nei pochi km di Odell ce n’erano una decina), la Mobil Station, molto meno appariscente della Standard Oil ma che mi appassionava per la presenza di una splendida Chevrolet del 1941, parcheggiata di fianco ad una vecchia pompa di benzina.

Una delle foto che ho scattato a quella macchina, durante uno dei miei viaggi lungo la vecchia highway, l’ho stampata su tela è l’ho appesa nel mio salone.

Già a partire dal 2018, la bellissima Chevrolet è stata purtroppo sostituita da un furgone molto meno attraente.

La Mobil Station nel 2019

Anche nel caso della Standard Oil Gas Station, i miei ricordi più belli sono legati al Red Carpet Corridor del 2017.

Ricordo una colonna di Ford Model A che percorrevano la vecchia highway e si fermarono proprio di fronte alla Standard Oil Gas Station.

Ne approfittai per diversi scatti e per ammirare quei gioielli.

All’interno della gas station i volontari sono sempre molto gentili e disponibili.

Un registro per le firme è, come sempre, a disposizione; accanto a questi diari mi piace sempre trascorrere un po’ di tempo alla ricerca delle mie precedenti registrazioni.

E spesso mi è capitato di trovarle.

Accedendo al gift shop c’è il vano più grande, quello che era adibito a carrozzeria e che oggi ospita un po’ di articoli in vendita nel gift shop e vecchi oggetti della stazione stessa.

Fuori c’era molta gente che si divideva tra il porticato e la visione delle splendide Ford parcheggiate davanti.

La mia ultima visita nel 2019 fu senz’altro più tranquilla.

Arrivai nel tardo pomeriggio, pochi istanti prima della chiusura del gift shop.

Giusto il tempo di acquistare qualcosa, scambiare 4 chiacchiere con la signora che quel giorno era dietro al bancone e di attaccare i miei adesivi ad una delle finestre.

Un viaggio lungo la Route 66 è un viaggio nel tempo ed a me piace terribilmente perdermi con i pensieri immaginando quegli anni in cui la Route 66 era la Main Street of America.

Anni che non ho vissuto ma che in molti mi hanno raccontato e quando sono li, se chiudo gli occhi, posso sentirne perfino il profumo mentre ascolto il suono dolce della vecchia highway.

“Nelle calde serate primaverili il poderoso ruggito di quegli anni gloriosi riappare prontamente.

E per un istante, la città e la sua highway non sembrano affatto vecchie.”

Michael Wallis, scrittore


In Illinois si trovano le stazioni di servizio più belle.

Sono restaurate, un restauro un po’ troppo invasivo a volte, come del resto è d’uso da quelle parti, ma nel caso delle stazioni di servizio non è fastidioso, anzi ci porta lontano, ai tempi in cui questi impianti erano operativi e mascherati da cottages.

Il restauro riesce comunque a conservarne il fascino.

Una delle più belle stazioni di servizio della Route 66, secondo me in assoluto la più bella, è la Ambler’s Texaco Gas Station di Dwight, un piccolo, bellissimo villaggio incastonato nel verde Illinois.

E’ stata realizzata nel 1933, su disegno della Standar Oil Company, da Jack Shore e da suo figlio, all’intersezione tra la Illinois 17 e la US Highway 66, un crocevia importante all’epoca, ed è passata di mano diverse volte con conseguenti cambi di denominazione.

Il nome con il quale la si identifica oggi è quello di Basil Ambler, il proprietaro che l’ha gestita per il periodo più lungo: dal 1938 al 1966.

E’ costruita nel classico stile delle prime stazioni di servizio, ricorda infatti una casa con porticato, uno stratagemma

usato per fornire alla popolazione un’immagine innocua del business della vendita di carburante.

Ha operato fino al 1999 quando per i soliti motivi legati allo spostamento della viabilità di massa sulle velocissime interstates (nel caso dell’Illinois la I55, una delle 5 interstates che hanno preso il posto della Route 66) la vendita di

carburante fu interrotta.

E’ stata una delle stazioni di servizio che ha operato ininterrottamente per il periodo più lungo: 66 anni

Nel 1970 fu acquistata da Phil Becker, originario di Dwight, che l’ha gestita assieme alla moglie fino alla sua chiusura; un altro dei nomi con i quali la stazione di servizio è conosciuta è appunto Becker’s Service Station.

Nel 1999, come detto, venne interrotta la fornitura di carburante ma la stazione di servizio ha continuato ad operare, in affitto, qualche anno ancora come officina meccanica fino a quando i Beckers la donarono alla comunità di Dwight.

La Ambler’s Gas Station oggi ospita un ufficio di informazioni turistiche, gestito da volontari, ed un piccolo museo che racconta la storia del vecchio, bellissimo impianto.

Nel 2001 è stata inserita nel registro nazionale dei luoghi storici.

Esperienza personale.

Ho visitato 5 volte la Ambler’s Gas Station, una fermata immancabile nei miei viaggi lungo la Route 66.

Lo è perchè partendo da est è una delle prime stazioni di servizio storiche che si incontrano e poi perché, dal punto di vista estetico, è quella che mi piace di più.

Oggi, come detto, è un centro di informazioni turistiche ed il personale è sempre prodigo di consigli e di informazioni storiche sulla gas station e sulle zone limitrofe.

Ricordo nel 2014, durante il mio primo viaggio lungo la vecchia highway, il tanto tempo trascorso con i simpatici volontari davanti ad una cartina dell’Illinois alla ricerca di alcuni piccoli villaggi che avevo interesse a visitare.

Oppure a Maggio del 2017 quando iniziai il mio terzo viaggio lungo la Route 66 in concomitanza con il Red Carpet Corridor, un festival annuale che si tiene nei primi giorni di maggio in una parte dell’Illinois, una manifestazione che veste a festa la Route 66.

La strada era percorsa da colonne di auto d’epoca, da moto e da fiammanti Corvette (la macchina simbolo della Route 66) ed i monumenti della vecchia highway erano tornati splendenti come nei loro anni d’oro.

Anche la Ambler’s era ancora più bella.

Le auto d’epoca erano incolonnante davanti alla stazione di servizio in attesa di uno scatto con le vecchie pompe di benzina e con un volontario che indossava la tuta tipica dei “benzinai” storici.

Anche io ho approfittato per uno scatto.

La magia degli anni d’oro della Route 66 si era ripetuta in quegli attimi nei quali i riflettori si erano di nuovo accesi sulla vecchia highway.

Era il 6 maggio 2017, l’aria era fresca e c’era uno splendido sole che illuminava la vecchia stazione di servizio esaltandone i colori e rendendola attuale.

Ed il verde Illinois forniva la cornice perfetta.

Dwight e la Route 66 in quel periodo dell’anno mostrano un fascino irresistibile.

Come scriveva Michael Wallis:

“Nelle calde serate primaverili il poderoso ruggito di quegli anni gloriosi riappare prontamente.

E per un istante, la città e la sua highway non sembrano affatto vecchie.”

La Route 66 in quei giorni era più bella e giovane che mai.


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Soulsby’s Service Station

“Quando Russel Soulsby percorre la vecchia highway, la Route 66, torna di nuovo giovane.

La notte è piena di magia, e la luce della luna brilla sulla pavimentazione incrinata e gli mostra la via.”

Michael Wallis, scrittore.


Le stazioni di servizio offrono al viaggiatore una finestra aperta sugli anni in cui la vecchia highway era la Main Street of America.

Anni in cui veniva percorsa per diletto o come via di fuga verso un futuro migliore.

Ce ne sono diverse lungo il percorso della 66, alcune restaurate altre in rovina, ma in entrambi i casi il racconto di cosa sia stata la vecchia highway, di come si sia evoluto il traffico dei viaggiatori e di come sia cambiato il concetto di gas station, è dettagliato ed affascinante.

In origine le gas station somigliavano a delle piccole case con porticato, uno stratagemma utilizzato per “non dare nell’occhio”, per evitare di attirare su di se i pensieri negativi e preoccupati della gente (vedi le gas stations).

E per questo motivo, oggi, le stazioni di servizio sono tra i “monumenti” più belli che la Route 66 propone ai viaggiatori.

Ad est del midpoint di Adrian, a mio parere, si trovano le stazioni di servizio più belle; sono quasi tutte restaurate a differenza di gran parte di quelle che si incontrano ad ovest.

E proprio ad est, in Illinois, c’è la più vecchia stazione di servizio della “Land of Lincoln”: la Soulsby’s Service Station di Mt. Olive.

La stazione di servizio fu aperta da Henry Soulsby, figlio di un immigrato irlandese, che, come il padre, lavorava nelle miniere di carbone vicino a Mt. Olive.

Henry aveva intuito le potenzialità commerciali di una strada che attraversava Mt. Olive, la Illinois 16, ed insieme al figlio sedicenne Russel, iniziò i lavori su un appezzamento di terreno che la costeggiava.

La sua intenzione era di realizzare una piccola stazione di servizio, una sorta di secondo lavoro da affiancare a quello di minatore.

Henry utilizzò tutti i suoi risparmi per questa scommessa e nel luglio del 1926, 4 mesi prima della nascita ufficiale della US Highway 66, aprì la Soulsby’s Service Station, una stazione di servizio che vendeva carburante Shell, un marchio che ha accompagnato l’attività per tutta la sua vita.

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Henry aveva 3 figli e due di loro, Russel e Ola, lo aiutavano nella gestione della stazione di servizio mentre lui lavorava nelle miniere.

Nel 1931 la Illinois 16 venne incorporata nel percorso della Main Street of America, la nuova US Highway 66, e la scommessa di Henry fu definitivamente vinta.

Per anni la piccola Soulsby’s ha servito i viaggiatori 7 giorni su 7, senza sosta, senza un solo giorno di riposo.

Dopo che Henry andò in pensione, la stazione di servizio fu definitivamente rilevata da Russel e Ola che la gestirono fino alla sua chiusura.

Nel 1944 la Route 66 fu allargata e soprattutto spostata più ad ovest rispetto al percorso originario, aggirando la comunità di Mt. Olive.

Fu un primo duro colpo inferto al business dei fratelli Soulsby.

Russel era anche un esperto riparatore radio e tv, un mestiere che imparò durante il secondo conflitto mondiale quando era addetto alle telecomunicazioni in marina, e mise a frutto questa sua esperienza riparando televisori all’interno della gas station mentre la sorella continuava a rifornire le automobili.

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Verso la fine degli anni 50, con l’apertura della I55 in Illinois, il traffico dei viaggiatori diminuì ulteriormente, e con esso la redditività dell’impianto.

Nella stazione di servizio si cominciarono a vendere panini, bibite, gelati, biglietti della lotteria e Russel continuava a riparare televisori, attività che erano diventate più redditizie della vendita di carburante.

Con la rinascita dell’interesse intorno alla Route 66 molti viaggiatori iniziarono a percorrerla ed a passare nuovamente da Mt. Olive con il solo scopo di incontrare Russel, che con il suo inseparabile berretto da baseball era felice di dare il benvenuto a coloro che si fermavano nella sua stazione di servizio.

Tuttavia, nel 1991, la scarsità di clienti costrinse i fratelli Soulsby ad interrompere definitivamente la vendita di benzina lasciando attivo tutto il resto fino al 1993, anno della definitiva chiusura.

Nel 1997, dopo la morte di Ola, la reale proprietaria dell’attività, la stazione di servizio fu venduta all’asta ed acquistata da un loro vicino per circa 18.000 dollari; il nuovo proprietario l’ha negli anni trasformata in una sorta di piccolo museo.

Russel Soulsby morì nel 1999 alla soglia dei 90 anni.

Nel suo ultimo viaggio, il convoglio funebre si fermò per un istante accanto alla sua stazione di servizio, un doveroso e commosso tributo ad un piccolo ma importante pezzo di storia della US Highway 66.

La Soulby’s Service Station è inserita nel registro nazionale dei luoghi storici.

Esperienza personale.

Ho percorso 5 volte il tratto est della Route 66 ed altrettante volte mi sono fermato a rendere omaggio alla piccola Soulsby’s Service Station.

In occasione di una di queste, nel 2015, arrivai in prossimità della stazione di servizio al tramonto, poco prima che si scatenasse un violento nubifragio.

L’atmosfera intorno alla piccola Soulsby’s in quei momenti era unica.

La sua collocazione ai bordi della Route 66, verso la fine della comunità di Mt. Olive, la rende iconica.

La vecchia highway, seppur incastonata nel verde delle campagne dell’Illinois, si perde all’orizzonte ed è una bella sensazione vederla fuggire verso ovest.

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Non c’è presidio, nessuno che controlli chi si ferma e questo è un rischio perché i vandali sono sempre in agguato (nel 2019 una delle pompe di benzina subì atti di vandalismo).

Quando si entra all’interno dei locali della stazione di servizio è come varcare la soglia di un luogo sacro.

Percepisci gli odori dello storico passato della gas station, come se fosse ancora viva, pronta a fornire assistenza ai viaggiatori della vecchia highway.

Vecchi barattoli d’olio sono disposti di fianco a televisori a tubo catodico sui quali Russel Soulsby avrà svolto il suo lavoro di riparatore.

Entrare in queste strutture è sempre affascinante, e conoscerne la storia prima di fermarsi è come sempre un plus che aiuta a ricostruirne il passato.

Il passato della vecchia highway del quale la piccola stazione di servizio di Mt. Olive è stata senza dubbio un’importante protagonista.


Ho tre figli, ma sono sparpagliati un po’ dappertutto e hanno un buon lavoro.

Non torneranno mai qui.

Quando ce ne andremo, chiuderemo semplicemente la porta e basta.

 Russel Soulsby


Questo è un video che abbiamo girato davanti alla Soulsby’s Service Station

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La statua di Larry Bagget posta all’ingresso del Trail of Tears Memorial

“La storia della Route 66 è sia dolce che amara.
La vecchia highway è piena di cicatrici, molte di cui vergognarsi altre di cui andare fieri.”

Michael Wallis, scrittore


Come ha scritto Michael Wallis, la Route 66 è stata testimone di storie di cui non si può andare fieri.

Del resto la vecchia highway era parte di un paese che di queste storie ne ha tante da raccontare.

La feroce discriminazione razziale, sancita per legge fino al 1964 (vedi The Negro Motorist Green Book), la discriminazione sociale, che ha visto protagonisti gli Okies, coloro che fuggivano dalle grandi pianure verso la California (vedi Il Dust Bowl), oppure, uno dei “peccati originali”, le violenze perpetrate nei confronti dei nativi americani, sono tra le storie di ordinaria brutalità più conosciute alle quali la Route 66 ha assistito.

A Jerome, in Missouri, lungo un bel tratto di Route 66, si incontra un luogo che ne racconta una: il Trail of Tears Memorial.

Non ha legami con la storia della Route 66 e tutto sommato racconta qualcosa accaduto diversi anni prima che la Route 66 nascesse, ma comunque aiuta a riflettere su come spesso l’evoluzione di quel paese sia stata brutale.

Il Trail of Tears Memorial è un luogo realizzato da un tal Larry Bagget, ed in origine doveva diventare un campeggio.

Per raccontare cosa sia il Trail of Tears occorre andare indietro nel tempo fino alla prima metà del 1800 quando l’allora presidente degli Stati Uniti Jackson emanò una legge (Indian Removal Act del 1830) che di fatto avviava la deportazione forzata dei nativi americani dai luoghi di nascita verso l’Indian Territory, ovvero quello che poi sarebbe diventato lo stato dell’Oklahoma.

Non poteva esserci progresso se gli indiani continuavano a stanziare nei loro luoghi d’origine, questo sosteneva il presidente Jackson.

Questa deportazione di massa causò terribili conseguenze sulle popolazioni indiane.

Fame, malattie e morte accompagnarono quel viaggio che divenne noto con il nome di Trail of Tears (sentiero delle lacrime); un viaggio durante il quale persero la vita circa 4.000 Cherokee sui circa 14.000 deportati.

Fu, per le popolazioni indiane, un’esperienza devastante.

Il Trail of Tears Memorial di Larry Bagget, quindi, ha un legame forte con quella deportazione.

A Larry Bagget, originario del Tennessee, negli anni 70 fu diagnosticata una grave forma di diabete e di artrite, patologie che gli lasciavano poche speranze di vita.

Per questo motivo nella sua proprietà nel pressi di Jerome, lungo un bellissimo tratto di Route 66, pensò di realizzare un campeggio in modo da garantire alla moglie una fonte di reddito dopo la sua morte.

Ma le cose, per fortuna, andarono diversamente.

Larry guarì dalle sue malattie al punto da considerare quel momento la sua nuova rinascita.

Era infatti solito contare i suoi anni partendo dal 1970, anno dell’inizio della sua nuova vita.

Ma quello che doveva diventare un campeggio alla fine si trasformò in qualcosa di molto diverso.

Larry raccontava che tutte le notti, mentre dormiva, sentiva bussare alla porta ma che aprendola non trovava mai nessuno.

Un giorno Larry incontrò un vecchio indiano Cherokee, che all’apparenza sembrava avesse più di 100 anni, il quale gli rivelò che la sua proprietà si trovava proprio lungo il Trail of Tears, il percorso seguito forzatamente dai nativi americani nella metà del 1800, e questo rendeva il cammino degli spiriti di quegli indiani estremamente difficoltoso.

In particolare, accanto alla sua abitazione, Larry aveva costruito un muro molto alto che impediva agli spiriti di procedere.

Larry allora realizzo una scala per permettere alle anime di quegli indiani di scavalcarlo agevolmente e di proseguire nel proprio cammino; questa sua iniziativa pose fine a quelle misteriose visite notturne.

Larry fu molto colpito da questa storia e proseguì con i lavori trasformando la sua proprietà in un vero e proprio tributo agli indiani morti durante quella deportazione, dandole, appunto, il nome di Trail of Tears Memorial.

Molte delle realizzazioni all’interno della proprietà, raccontava Larry, gli furono suggerite da quell’anziano Cherokee e servivano ad agevolare il cammino degli spiriti.

Larry era attratto dall’astrologia e dalla numerologia, passioni che insieme alla devozione verso la cultura dei nativi americani lo hanno guidato nella realizzazione delle opere contenute nel suo Trail of Tears Memorial.

Larry Bagget morì nel 2003,  la sua proprietà rimase a lungo chiusa e le sue opere iniziarono a cadere in rovina, fino a quando, nel 2017, una soldatessa in pensione, che anni prima aveva conosciuto Larry, la acquistò e grazie al supporto di alcuni volontari, nel 2018 iniziò i lavori di recupero attribuendole il nome Trail of Tears Memorial and Herbal Gardens.

Ho visitato il Trail of Tears nell’agosto del 2018, pochi mesi dopo la riapertura, ancora parziale, della struttura.

Ci sono statue in pietra all’interno della proprietà, che raffigurano nativi americani, animali, una meridiana, un pozzo dei desideri e tanto altro ancora in un misto di cemento e mattoni.

Ed all’ingresso Larry ha posizionato una statua che lo raffigura e che da il benvenuto ai visitatori.

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Siamo stati accompagnati nel giro all’interno della struttura da uno dei volontari che hanno collaborato nei lavori di restauro, che con enfasi e sincera passione ci ha raccontato la storia di quel posto ed il significato mistico ricoperto da ciascuna delle piccole realizzazioni di Larry.

Il Trail of Tears Memorial, come detto, aveva riaperto al pubblico pochi mesi prima della mia visita; nei miei precedenti viaggi ricordo infatti che una sbarra impediva l’accesso alla struttura, la statua di Larry era in pessime condizioni, così come molte opere contenute all’interno.

Non ha legami stretti con la Route 66, ma il Trail of Tears Memorial è diventata negli ultimi anni una tappa piuttosto popolare, un luogo affascinante che dona uno straordinario senso di pace.

Un modo piacevole per interrompere per qualche attimo il viaggio verso ovest.

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“Ci sediamo di fronte al motel ogni sera e salutiamo le persone che passano in macchina.
Alcune di loro si fermano, prendono una sedia e ci raccontano le loro storie sul motel.”

Debye Harvey, proprietaria del Boots Court fino al 2021


I motels, i vecchi motels storici, sono tra i cimeli che meglio riescono a raccontare cosa sia stata la Route 66 nei suoi anni d’oro.

Raccontano la sua ascesa ed il suo declino con un livello di dettaglio e di passione difficilmente rilevabili in altri cimeli lungo il suo percorso.

Osservando la loro evoluzione si riesce a tracciare perfettamente il cambiamento nel modo di viaggiare degli americani, la loro crescente voglia di comfort e si è in grado anche di ricostruire l’evoluzione stessa del paese tagliato a metà dalla vecchia highway.

I motels lungo la Route 66 sono cresciuti insieme alla strada su cui si trovavano e la loro evoluzione si è fermata con sua dismissione.

Sono molti i motels storici ancora operativi, strutture nelle quali il tempo si è fermato agli anni in cui la Route 66 era la “Main street of America” (il che naturalmente è un bene), ed a mio parere sono il modo definitivo per affrontare un viaggio lungo la vecchia highway.

Un viaggio lungo la Route 66 non può ritenersi completo se non si sceglie di soggiornare in queste strutture.

Il Wagon Wheel di Cuba in Missouri, il Blue Swallow di Tucumcari in New Mexico, il Munger Moss ancora in Missouri a Lebanon, e tanti altri ancora, riescono perfettamente a regalare ai viaggiatori il sogno di vivere gli anni d’oro della US Highway 66, attraverso la cordialità di chi li gestisce e quel senso di comunità che unisce i viaggiatori mentre soggiornano in queste strutture.

Sempre in Missouri, a Carthage, ci si imbatte in un motel che offre un irresistibile tuffo nel passato (almeno fino ad oggi): Il Boots Court.

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Il Boots Court nasce nel 1938 (nel 1939 aprirà al pubblico) per mano di Arthur Boots, un commerciante di macchine agricole che si rese subito conto del potenziale commerciale della Route 66 e decise di approfittarne.

Vendette la sua attività e si trasferì a Carthage per i suoi nuovi affari e scelse un tratto nel quale la Hwy 66 e la Hwy 71 si incrociano, un punto che Arthur stesso chiamava “The crossroads of America”.

Inizialmente si dedicò alla realizzazione di una gas station, un’attività che stava diventando molto popolare e remunerativa con la nascita della Main Street of America.

Dietro alle pompe di benzina costruì alcune stanze ed il successo di questa iniziativa portò Arthur ad abbandonare l’idea della gas station optando per quella del motor court.

Costruì altre stanze e realizzò il neon del motel, particolare che ancora oggi, dopo un attento restauro, campeggia di fronte alla lobby.

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Arthur realizzò personalmente buona parte delle finiture del motel e delle sue stanze, mostrando grande perizia e fantasia.

Furono diverse le celebrità americane dell’epoca che soggiornarono al Boots Court e tra queste si racconta di Clark Gable che dormì nella stanza numero 6.

Il prezzo, per soggiornare nella sua struttura era di 2,50 dollari a notte, una cifra ragguardevole per l’epoca considerato che uscita dalla grande depressione molta gente lavorava per 10 dollari a settimana, anche meno.

Ciononostante il motel raramente disponeva di stanze libere.

Era una struttura molto popolare tra gli ufficiali delle forze armate di stanza a Camp Crowder, non molto distante dal motel, che spesso affittavano le camere per settimane intere con le proprie mogli.

Dopo pochi anni dalla sua apertura,  Arthur vendette il suo motel e, dall’altro lato della strada, nel 1946 aprì un ristorante, il Boots Drive In.

Negli anni il motel subì delle modifiche, a partire dal nome che divenne un più moderno “Boots Motel” (anche l’insegna ovviamente cambiò la sua descrizione) e negli anni 70 fu installato un tetto a spiovente su quello originale piatto.

Il Boots Court passò di mano diverse volte e continuò, tra alti e bassi, ad essere operativo fino al 2001 quando fu acquistato da un agente immobiliare che pensò di demolirlo e vendere l’area alla catena Wallgreen.

Fortunatamente la nefasta intenzione non si realizzò, per il bene della Route 66 e dei suoi appassionati.

La società dell’agente immobiliare fallì ed il motel fu acquistato, per 105.000 dollari, da una banca locale che vantava dei crediti con la società.

Ed è qui che entrano in gioco le sorelle Debye e Priscilla che insieme ad una loro amica, Debbie, d’infanzia decidono di dare un senso alla loro vita di pensionate.

Nel 2006 decisero di partire per un viaggio lungo la Route 66 che fin da subito le appassionò tantissimo.

Giunte in Missouri, a Carthage, furono attratte da quello che restava del Boots Court, seppero che era stato pignorato, che era in vendita e decisero di acquistarlo.

Con il supporto ed i ricordi del figlio di Arthur Boots, Bob, rigenerano il motel recuperandone il passato e rendendolo fedelmente aderente a quello che vide la luce negli anni 30.

Fu tolto il tetto a spiovente, ripristinando quello originario, ed il nome del motel, e la sua insegna, furono riportati all’originario “Boots Court”.

Nel 2012 il Boots Court era di nuovo pronto per ospitare gli entusiasti viaggiatori della Route 66 ed il primo cliente fu proprio Bob Boots, che soggiornò nel motel pagando la cifra simbolica di 2 dollari e 50, il prezzo che suo padre applicava negli anni 40.

Non ci sono televisori nelle stanze, esattamente come in origine, ma ognuna di esse ospita una radio accesa, sintonizzata su un canale che trasmette musica anni 50/60, che accoglie i visitatori da tutto il mondo.

Del resto la TV arrivò a Carthage nel 1953 e quindi nella sua fase iniziale, come recita l’insegna, le stanze del motel offrivano solo la radio.

Un perfetto tuffo nel passato.

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La struttura durante i 9 anni di gestione delle sorelle Debye e Priscilla e della loro amica Debbie, ha conosciuto una crescita importante, diventando un immancabile punto di riferimento per coloro che percorrevano la vecchia highway.

Ma nel 2020, in conseguenza della pandemia da Covid 19, il motel, come molte altre attività lungo la Route 66,  dovette affrontare giorni difficili per l’assenza di turismo culminati con la decisione di vendere la struttura.

Il motel, dalla seconda metà del 2021, ha dei nuovi proprietari che hanno manifestato l’intenzione di restaurarlo e, speriamo, di continuarne la storia.


Esperienza personale.

Durante i miei viaggi lungo la Route 66 ho sempre cercato di dormire in più motel storici possibili, perché sono sempre stato convinto, e ne sono tutt’ora, che un viaggio lungo la Route 66 non può ritenersi completo se non si dorme in queste strutture.

Il tuffo nel passato offerto dai motel storici è sempre quell’elemento in più che aumenta il fascino di un viaggio come questo.

Tuttavia non avevo mai considerato l’ipotesi di dormire al Boots Court.

Non l’avevo fatto perché in Missouri ci sono strutture che adoro, il Wagon Wheel e il Munger Moss, ed ho sempre scelto di fermarmi li.

Nel 2017, in occasione del mio terzo viaggio lungo la Route 66, mentre ero al Blue Swallow, Kevin, il proprietario di allora del motel, mi chiese se avessi mai dormito al Boots Court e mi aveva invitato a farlo perché sarebbe stata un’esperienza che avrei gradito.

Ed infatti l’anno dopo, in occasione del mio quarto viaggio lungo la Mother Road, decisi che in Missouri dovevo starci un po’ più del solito, dormendo ancora al Munger Moss, al Wagon Wheel ma anche al Boots Court.

Prenotai tramite una mail e Debbie non volle neanche l’anticipo.

La sera del mio soggiorno al Boots Court arrivai sul tardi, dopo una cena all’Iggy’s Diner, presi la chiave della stanza e Debbie mi chiese se avessi voluto una sorta di tessera fedeltà visto che la Route la percorrevo spesso.

Accettai e mi diressi verso la mia camera, la numero 12.

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All’apertura della porta ebbi una delle più belle emozioni di quel viaggio.

Le luci sui comodini erano accese così come una vecchia radio sintonizzata su una stazione che trasmetteva musica anni 50/60.

Fu davvero una splendida sorpresa.

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La Route 66, un motel storico di questa splendida strada ed una colonna sonora che si sposava perfettamente con quel posto e con quel preciso istante.

Anche un vecchio metallaro come me non poteva restare indifferente.

Tutto in quella stanza era così terribilmente affascinante, trasudava storia e passione.

Come tanti altri splendidi motels storici lungo la Mother Road. Ma questo, per la sorpresa che ebbi, è rimasto in un angolo prezioso del mio cuore.

Speriamo che i nuovi proprietari sappiano continuare a stupire i viaggiatori con semplicità e passione, come hanno fatto per circa 10 anni Debye, Priscilla e Debbie.

Noi viaggiatori della vecchia Highway abbiamo sempre bisogno di sognare.

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“Photograph these… while you’re here… the wrecking ball… is looming near”

(Frase in stile “Burma-Shave” posizionata su alcuni cartelli in prossimità del John’s Modern Cabins)


Della Route 66 mi ha sempre affascinato la storia.

Storia recente certo, la Route 66 non ha neanche 100 anni, ed a volte non propriamente bella da raccontare, come del resto molte altre che riguardano gli Stati Uniti.

Ma leggere le sue storie mi ha permesso di far luce su aspetti e situazioni che apparentemente non hanno un senso o che per uno straniero sono difficili da comprendere.

Ma c’è una spiegazione a tutto se solo si ha la voglia, e la pazienza, di leggere tra le “rughe” che il tempo ha scavato lungo il suo percorso d’asfalto e di cemento o tra le macerie di quello che resta dei suoi, spesso malconci, cimeli.

Cimeli per niente invitanti per il turista tipico della Route 66, attratto più dagli scudetti sull’asfalto che dalla storia della vecchia highway.

Tra i cimeli più importanti della Route 66 sicuramente va ricordato il John’s Modern Cabins, un vecchio motel, da anni abbandonato, che rappresenta un po’ la sintesi del disastro conseguente “all’invenzione” delle interstates.

Un motel che racconta una storia che si ripete ovunque lungo la vecchia highway e che, tra le rovine in legno di questa vecchia struttura, viene urlata in faccia al viaggiatore.

Il John’s Modern Cabins è un ossimoro, di moderno non c’è mai stato niente neanche negli anni in cui il motel era in servizio.

Durate i tempi difficili della grande depressione e più tardi del dopoguerra, quel motel spartano rappresentava un modo economico per dormire lungo la vecchia highway, permettendo ai viaggiatori di riposarsi spendendo poco.

L’attività risale agli inizi degli anni 30 del secolo scorso, nel 1931 infatti, furono i coniugi Bill e Beatrice Bayliss ad avviarla attribuendole il nome “Bill and Bess’s Place”.

La proprietà era costituita da 6 piccole cabins di legno e da una sala da ballo, una sorta di juke point dove le persone del posto potevano scatenarsi in balli e feste.

Non era tuttavia un posto particolarmente raccomandabile.

Si racconta che una sera di Halloween fu commesso un omicidio da parte di un ragazzo di 22 anni che uccise la moglie 18enne che lo aveva appena lasciato.

Nel 1950 l’attività fu rilevata per 5.000 Dollari da una coppia di Chicago, i coniugi John e Lillian Dausch ed il locale assunse il nome definitivo di John’s Modern Cabins.

Fin da subito iniziarono i problemi per John ed i suoi moderni bungalow.

Nel 1952, in conseguenza dell’allargamento della Route 66, che in quella zona diventò a 4 corsie, fu costretto a spostare le cabins per far posto alla strada.

Ne costruì altre, sempre adibite a motel, una più grande dove poter risiedere ed un’altra per la lavanderia ed uno Snack Bar nel quale John cominciò a vendere birra ed a farlo anche di domenica, infrangendo una legge locale che lo impediva.

Per questo motivo si guadagnò l’appellativo di “Sunday John”.

Ma i problemi non finirono qui.

Nel 1966, in conseguenza dei lavori per la costruzione della futura Interstate 44, il dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri acquisto parte del terreno di John che fu costretto a spostare ulteriormente indietro le sue cabins.

Ma questa volta i potenziali clienti per raggiungere il motel dovevano uscire dalla Interstate mezzo miglio ad est della sua proprietà.

Il John’s Modern Cabins, a questo punto, non aveva chances di sopravvivenza; non era nemmeno visibile dalla I44.

La nuova interstate tagliò fuori anche la vicina comunità di Arlington che ormai giaceva ai bordi di una strada senza uscita.

Nel 1968 la perdita della moglie diede il colpo finale all’attività di John, che tuttavia continuò a vivere nel suo motel, ormai chiuso, fino al 1971 quando anche lui morì.

Il John’s modern cabins, come attività, non riaprirà mai più.

La proprietà fu acquistata da una famiglia che aveva l’intenzione di farne una residenza di campagna ma questa operazione non andò mai in porto.

Oggi del motel restano solo alcune cabins, in pessime condizioni, e l’insegna.

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Più volte ha rischiato la demolizione, ma grazie ad associazioni sorte a tutela dei cimeli storici della Route 66, l’operazione è stata impedita.

Un gruppo di appassionati della Route 66, che tra le altre cose si è battuto per impedire la demolizione del Gasconade Bridge, uno storico ponte non molto distante dal motel, si occupa ciclicamente di mantenere quel che resta della proprietà di John.

Il rischio di perdere per sempre quel che rimane di questo splendido cimelio è molto elevato.

Sono stati molti i cimeli demoliti lungo la vecchia highway, perché ritenuti pericolosi, senza mai valutare il significato storico che questi ricoprono.

Il senso di precarietà di quello che resta del John’s Modern Cabins è restituito da alcuni cartelli, sullo stile della pubblicità della Burma-Shave, che qualcuno posizionò accanto al motel:

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Il John’s Modern Cabins è una delle numerose vittime della moderna concezione di viabilità introdotta con le Interstates.

La sua è una storia con un finale simile a centinaia di altri posti lungo la vecchia highway.

Ristoranti, motels, gift shops, intere cittadine sono state uccise dalla voglia sfrenata di correre e di farlo a qualsiasi costo, senza porsi il problema delle vittime che questa corsa poteva causare.

Un modus operandi tipicamente americano.

“E’ tutto in nome del progresso” furono le parole pronunciate alla stampa da un funzionario dei trasporti del New Jersey quel 27 Giugno del 1985 quando fu decretata la fine della US Highway 66, della sua storia lunga 59 anni e della sua gente.

Ma fu la fine della vecchia highway solo per quei burocrati che l’avevano decretata, la sua leggenda e l’amore della gente per quel vecchio sentiero di asfalto, continuano ancora oggi.

Più forti che mai.

Route 66. Shaffer Spring Bowl (Arizona)

Pubblicato: Maggio 21, 2022 in Route 66

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“Adesso inizia il Gold Hill Grade, probabilmente il pendio più ripido che si incontra lungo la Route 66…

…Coloro che stanno viaggiando eastbound e non riescono a percorrerlo, possono affidarsi ad una stazione di servizio a Goldroad poichè dispone di un carro attrezzi che potrà trainare la macchina fino alla sommità del pendio.

Dalle informazioni di cui dispongo, vengono chiesti 3,50 dollari, ma potrebbe essere più caro.

Per le macchine con roulotte questo servizio è necessario.”

Jack D. Rittenhouse – A guide book to Highway 66 (1946)


La Route 66, fin dalla sua nascita, è stata una strada estremamente pericolosa.

Erano molti gli incidenti che la vedevano protagonista, con un numero di morti, rispetto ad altre strade equivalenti, davvero scoraggiante.

La sua pericolosità è stata una delle ragioni che ne hanno decretato la fine il 27 giugno del 1985.

Era ormai una strada troppo vecchia, stretta, tortuosa, del tutto inadeguata a trasportare in sicurezza un volume di traffico enormemente cresciuto da quel 11 novembre del 1926, il giorno della sua nascita.

Ma la sua pericolosità, di contro, ne ha accresciuto l’aura di leggenda che l‘accompagna ancora oggi e che la rende perfino più affascinante di quanto fosse stata durante i suoi 59 anni di servizio.

Uno dei tratti che oggi possiamo considerare tra i più belli è uno di quelli che negli anni di pionierismo automobilistico veniva annoverato tra i più pericolosi dell’intero percorso della Route 66, è il tratto che da Kingman conduce ad Oatman in Arizona, un tratto al quale fu affibbiato un sinistro nickname: Bloody 66.

La Bloody 66, o Oatman Highway, il nome attualmente utilizzato, se percorsa in direzione ovest attraversa le Black Mountains, sale fino al Sitgreaves Pass per poi scendere in picchiata verso Oatman.

Questo tratto di strada ha fatto parte del percorso della Route 66 dal 1926 fino al 1952, anno in cui fu sostituito da quello che da Kingman andava verso Yucca e che oggi costeggia la I40.

E’ stato un tratto complicato, ma terribilmente affascinante.

Jack D. Rittenhouse nel 1946 nella sua “A guide book to Highway 66” scriveva:

“Non bisogna percorrere le lunghe pendenze delle strade di montagna con la marcia più alta; cambia marcia e cambiala spesso.

In discesa non viaggiare in folle, ma tieni sempre la marcia inserita ed in questo modo non perderai mai il controllo della macchina.

 Si presume che la tua auto abbia freni, luci, targhe e un tergicristallo adeguati…

…Se il motore della tua auto si comporta in modo strano ad un’altitudine superiore a 5.000 piedi, ciò potrebbe essere dovuto alla carburazione. In alta quota, nell’aria aspirata è contenuto meno ossigeno, quindi la miscela di combustione ne risente.

Tuttavia la tua auto continuerà a funzionare ed il problema sparirà durante la discesa.”

Leggere questi suggerimenti oggi fa sorridere, ma restituiscono perfettamente lo spirito di avventura e l’audacia dei viaggiatori che affrontavano questo tratto.

Molti non se la sentivano ed ingaggiavano piloti locali esperti, altri ancora si facevano trainare.

L’assenza della pompa della benzina nelle vecchie automobili, inoltre, costringeva i viaggiatori a percorrerla perfino in retromarcia, per permettere al motore di pescare il carburante.

E sotto questo sforzo immane per le automobili dell’epoca, i radiatori bollivano.

Ma in soccorso di quelle sventurate automobili, sul lato est del Sitgreaves Pass, c’era una piccola sorgente d’acqua: la Shaffer Spring Bowl.

La Shaffer Spring Bowl, una piccola vasca d’acqua poche miglia ad ovest dell’Ed’s Camp, fu realizzata negli anni 30 da un tale Mr. Shaffer.

Mr. Shaffer, in occasione di alcuni lavori lungo la strada, si accorse della presenza di un rivolo d’acqua che scendeva lentamente a valle e realizzò un piccolo muro di contenimento in mattoni per raccoglierla in una sorta di vasca.

E’ inusuale trovare una sorgente d’acqua in un posto così arido, ma la sua presenza è stata di enorme aiuto per i primi viaggiatori della vecchia highway.

L’acqua di questa piccola sorgente veniva utilizzata per rabboccare il radiatore delle automobili in difficoltà per colpa della salita ed anche per fornire un po’ di sollievo ai temerari viaggiatori.

La piccola sorgente era quindi una vera e propria oasi nel deserto.

La gente del posto negli anni l’ha riempita con lumache e pesci rossi (la sorgente è anche conosciuta col nome Shaffer Spring Goldfish Bowl), che ancora oggi si possono veder nuotare, nel tentativo di preservarne la purezza tenendo lontane le alghe.

Per raggiungerla occorre salire lungo una scala di mattoni facendo attenzione alle api che spesso si trovano intorno alla sorgente.

Oggi la Shaffer Spring Bowl è una sorta di abbeveratoio per i muli che popolano la zona, gli stessi che possiamo trovare ad Oatman.

Esperienza personale

Ho visitato la Shaffer Spring Bowl nel 2018, in occasione del mio 4° viaggio lungo la Route 66, un viaggio “Eastbound”, ovvero da ovest verso est.

E’ stata quindi una delle prime attrazioni che ho visto di quel viaggio, una di quelle a cui tenevo particolarmente.

Erano 3 i posti che desideravo fortemente visitare:

Il Painted Desert Trading Post, in Arizona, lo Stonydell Artesian Well di Arlington in Missouri ed appunto la Shaffer Spring Bowl.

Tre piccole perle, tre luoghi poco conosciuti tra i viaggiatori della vecchia highway ma che raccontano piccole, affascinanti storie di vita lungo la Route 66.

Non è stato semplice trovare la sorgente perché non disponevo di coordinate gps, non ce n’erano online e la mappa di google era vecchia e così poco definita da non permettere di distinguere bene i tratti della tortuosa Oatman Highway.

L’unico riferimento che avevo era un’indicazione approssimativa sulla distanza da un cartello che segnava le miglia percorse da Kingman.

Era il giorno di ferragosto, verso sera ed il sole era in procinto di nascondersi dietro le Black Mountains.

Mi ero fermato in una Oatman stranamente deserta poco prima, dopo averla visitata diverse altre volte piena di gente.

Scollinai il Sitgreaves Pass ed iniziai la discesa verso Kingman con lo sguardo simultaneamente alla pericolosa Bloody 66 ed alla mia destra alla ricerca di qualcosa che mi ricordasse le foto che avevo visto di quella piccola sorgente.

Al primo tentativo non riuscii a vederla, tornai quindi indietro e, ad un certo punto, riconobbi il piccolo piazzale e la scala in mattoni mimetizzata tra la roccia.

IO

Sono salito di corsa verso la sorgente e vedermela li davanti è stato emozionante.

Il paesaggio che si può ammirare da li è straordinario ed in quel momento lo era ancora di più per via del tramonto.

Soffiava un vento caldo, quel vento tipico delle serate nel deserto.

Ho scattato un’infinità di foto, ho girato un video, ho raccontato la storia di quel posto agli amici che erano con me e poi mi sono rimesso in viaggio verso Kingman.

Era la mia quinta volta lungo la Bloody 66, ma la prima che visitavo la Shaffer Spring Bowl.

Un posto meraviglioso carico di storie, una piccola oasi per coloro che un tempo percorrevano la Bloody 66.


Questo è un video che ho girato mentre ero nella piccola sorgente:

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“Anche se è stato meraviglioso avere una strada asfaltata da percorrere, sulla Route 66 si sono verificati molti incidenti automobilistici.

Nel 1959, questo altare fu eretto per ricordare agli automobilisti i potenziali pericoli che affrontavano e offriva loro un luogo dove recitare una preghiera per un viaggio sicuro.”

“Mary, Loving Mother of Jesus, Protect us on the highway.”


Negli USA si trovano ovunque tracce del nostro paese ed ovviamente le si possono trovare anche lungo la US Highway 66.

E non parliamo solo della ristorazione, attività che è possibile trovare ovunque da quelle parti, ma di un legame inconsueto.

Ci troviamo a Raymond in Illinois, lungo il tratto di Route 66 post 1930, quello che è stato utilizzato per trasportare i viaggiatori fino al 1977 (anno in cui la vecchia highway, da queste parti, è stata sostituita dalla I55), e questo legame è rappresentato da una piccola statua.

È “The Shrine of Our Lady of the Highways” (Santuario di Nostra Signora delle Highways), un piccolo altare dove è posizionata una statua in marmo di Carrara della Vergine Maria, importata direttamente dall’Italia negli anni ’50 ed installata nei pressi di Raymond, di fianco alla US Highway 66, nel 1959.

L’iniziativa fu presa da un gruppo di giovani cattolici del “Litchfield Deanery Catholic Youth Council”, che acquistò la statua ed ottenne il permesso dalla famiglia Marten di utilizzare il suo terreno per posizionarla, appunto, di fianco alla vecchia highway.

L’intera operazione costò circa 900 dollari.

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La Route 66 a quei tempi era una strada molto trafficata ed estremamente pericolosa al punto che molti suoi tratti vantavano una pessima fama per via degli innumerevoli incidenti; Bloody 66, Dead Man’s Curve e Slaughter Lane erano solo alcuni tra i nomignoli più sinistri affibbiati alla vecchia highway.

Lo scopo di questo gruppo di giovani cattolici era quello di proteggere i viaggiatori della Route 66, attraverso questa statua proveniente dall’Italia, dai pericoli che avrebbero incontrato percorrendola.

La famiglia Marten, nella persona di Francis Marten, si prese cura di questo piccolo altare fin dalla sua installazione; Francis posizionò inoltre una sequenza di cartelli ai bordi della Route 66, sullo stile della pubblicità della Burma-Shave (vedi la storia della Burma-shave ed il video che ho girato lungo una sequenza di cartelli) dove su ogni cartello è riportata una frase che rimanda al cartello successivo per ricostruirne il senso.

In questo caso, tuttavia, il senso è piuttosto chiaro fin da subito poiché Francis riportò su ogni cartello una frase dell’Ave Maria.

Francis raccontava che con la realizzazione della I55 il dipartimento dei trasporti dell’Illinois tentò di far rimuovere quei cartelli poiché li riteneva pericolosi per chi viaggiava, ma essendo posizionati all’interno della proprietà dei Martens (e quindi su una proprietà privata), la richiesta per fortuna non ebbe successo.

Questo piccolo altare è spesso meta di pellegrinaggi durante il mese di Maggio (il mese di Maria) ed in generale sono diverse le persone (tra cui il vescovo di Springfield) che rendono frequentemente omaggio alla statua.

L’altare è stato inserito nella “Route 66 Association of Illinois Hall of Fame” nel 1991.

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Alla morte di Francis nel 2002, la sua famiglia ha continuato a prendersi cura del piccolo altare.

Non è una delle tappe più conosciute della vecchia highway, ma, al di la degli aspetti religiosi che attengono ovviamente alla sfera privata, è comunque piacevole fermarsi per godere di qualche attimo di pace, nonostante il frastuono dell’adiacente I55, prima di procedere verso ovest.

Questo è un video che ho girato di fronte al piccolo altare: