Route 66. California

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 “La California è proprio di la dal fiume, con una graziosa cittadina per cominciare. Needles, sul fiume. Ma il fiume non è di casa in questa zona. Da Needles si sale e si scavalca una cima riarsa, e dall’altra parte c’è il deserto. E la 66 attraversa il deserto terribile, dove la distanza pulsa e il centro dell’orizzonte è tarpato dall’incombere di montagne cupe.”
John Steinbeck, “Furore”

La Route 66 arriva in California ed è Needles la prima cittadina che si incontra al di la del Colorado River.

Negli anni del Dust Bowl gli “Okies”, i disperati in fuga dall’Oklahoma e dagli stati limitrofi verso la California, erano soliti fermarsi qui, aspettando la notte per attraversare, con i loro mezzi di fortuna, il terribile deserto del Mojave.

Un breve tratto di interstate separa oggi Needles dal deserto; un piccolo tratto per poi uscire verso la 95 fino all’Arrowhead Junction, l’incrocio con la 66, oggi chiamata Goffs Rd, dal nome di una delle ghost town attraversate.

Si è davvero lontani dai verdi boschi del Missouri; il caldo torrido avvolge in un abbraccio asfissiante ma, al tempo stesso, la vastità degli spazi intorno a quel “sentiero d’asfalto” dona un impareggiabile senso di libertà.

Qui c’è la Route 66 come la si immagina: una striscia d’asfalto che si perde all’orizzonte.

L’impatto visivo è notevole; è senza dubbio uno dei tratti più suggestivi dell’intero percorso della Mother Road.

La Route 66, erede del percorso della storica “National Old Trails Road”, attraversa le “Alphabet towns” una serie di piccole comunità, oggi in gran parte divenute ghost towns, il cui nome fu assegnato da Lewis Kingman, un ingegnere delle ferrovie.
Nell’identificare le zone dove realizzare le stazioni ferroviarie, per facilità, Kingman assegnò loro dei nomi  in ordine alfabetico: Amboy, Bolo, Cadiz, Danby, Essex, Fenner, Goffs, Homer, Ibis, Java.

L’attuale cittadina di Kingman in Arizona, lungo la Route 66, prende inoltre il nome proprio da questo ingegnere.

Dopo diverse miglia percorse nel deserto, dalla striscia d’asfalto emerge una delle più famose e fotografate insegne della Route 66, quella del Roy’s Cafè.

È emozionante osservare la sua sagoma imponente avvicinarsi.

Siamo ad Amboy, oggi una ghost town che, così come il cafè, è di proprietà di un imprenditore di origine giapponese, proprietario del 1° McDonald’s di San Bernardino e di una famosa catena di ristoranti in California.

Negli anni 50 il traffico dei viaggiatori su questo tratto di strada era notevole, ed il cafè poteva contare su diverse decine di dipendenti.

Come altrove lungo la vecchia highway, anche qui la realizzazione delle interstates ha repentinamente annientato il business delle comunità attraversate, costringendo la popolazione locale ad abbandonare ogni velleità di permanenza in questi luoghi.

Sono diverse le ghost towns attraversate durante il viaggio nel deserto, molte delle quali sono ormai poco più che un cumulo di macerie.
La modernità ha gettato la US Highway 66 nell’oblio.

Si arriva a Newberry Springs, con il suo Bagdad Cafè, che negli anni 80 è stato il set cinematografico dell’omonimo film.

E’ un affascinante ristorante, un tempo noto come Sidewinder Cafè, al quale, verso la fine degli anni 90, i proprietari cambiarono il nome adottando quello del film, Bagdad Cafè appunto.

Il vero Bagdad cafè era ubicato a Bagdad, una località oggi praticamente sparita.

Lo stupendo tratto desertico termina a Barstow.

Ad Oro Grande si incontra un luogo singolare: il Bottle Tree Ranch.

È una sorta di “foresta” fatta di tubi di ferro e bottiglie vuote, un luogo gestito da un personaggio estremamente cordiale: Elmer.

È d’obbligo scambiare 4 chiacchiere con lui e lasciarsi coinvolgere dai suoi racconti.

Proseguendo verso ovest si attraversa il Cajon Blvd, un altro tratto storico che costeggia l’interstate 15.

Il viaggio sta terminando; si attraversa San Bernardino, con il suo primo Mc Donald’s, oggi un museo, ed il secondo Wigwam Motel della Route 66 dopo quello di Holbrook in Arizona, e poi ancora Pasadena prima di essere inghiottiti dal traffico caotico dei sobborghi della città degli angeli.

Si arriva infine a Santa Monica, sul suo pontile, dove è posto il termine simbolico della US highway 66.

Il cartello “End of the trail” infatti, sancisce solo a partire dal 2009 la fine della Route 66; nella realtà la Mother Road non è mai terminata in quel punto.

Dopo un’iniziale fine del percorso nel centro di Los Angeles (tra la 7th Str. e la Broadway), verso la metà degli anni 30 l’end of the trail fu spostato a Santa Monica (tra la Lincoln Blvds e l’Olympic Blvds); convenzionalmente, al fine di evitare ingorghi, per anni si è considerata come fine ufficiosa l’incrocio tra la Ocean Av. e il St. Monica Blvd, dove è posta una targa in onore di Will Rogers, un attore americano a cui la Mother Road è dedicata (la Route 66 è anche nota come “Will Rogers Highway”).

Nel 2009, in occasione dei lavori di ristrutturazione del pontile, per ragioni esclusivamente di opportunità economica, l’end of the trail sign fu spostato su di esso.

il viaggio è giunto al termine.

Il sentimento più forte è la nostalgia, per tutti gli stupendi luoghi attraversati, unita all’irresistibile voglia di ricominciare di nuovo il viaggio.

Un viaggio on the road lungo la Route 66 non è un viaggio qualsiasi, se affrontato conoscendo i posti attraversati e la loro storia, lascia dentro un’infinità di emozioni dalle quali sarà difficile separarsi.

I miei ultimi 6 viaggi negli USA hanno avuto come scopo principale la Route 66; lo scorso mese di maggio (2017) ho completato per la terza volta l’intero percorso.

…e non credo sarà l’ultimo viaggio sulla Mother Road.

La Route 66 è la principale strada migratoria.
La 66, lungo sentiero d’asfalto che attraversa la nazione, serpeggiando dolcemente su e giù per la carta, dal Mississippi a Bakersfield, attraverso le terre rosse e le terre grigie, inerpicandosi su per le montagne, superando valichi e planando nel deserto terribile e luminoso, e dopo il deserto di nuovo sulle montagne fino alle ricche valli della California.

La 66 è il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi delle proprietà, dalla lenta invasione del deserto verso nord, dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas, dalle inondazioni che non portano ricchezza alla terra e la depredano di ogni ricchezza residua. Da tutto ciò la gente è in fuga, e si riversa sulla 66 dagli affluenti di strade secondarie, piste di carri e miseri sentieri di campagna.

La 66 è la strada madre, la strada della fuga.”
John Steinbeck, “Furore”