Archivio per la categoria ‘Route 66’

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La statua di Larry Bagget posta all’ingresso del Trail of Tears Memorial

“La storia della Route 66 è sia dolce che amara.
La vecchia highway è piena di cicatrici, molte di cui vergognarsi altre di cui andare fieri.”

Michael Wallis, scrittore


Come ha scritto Michael Wallis, la Route 66 è stata testimone di storie di cui non si può andare fieri.

Del resto la vecchia highway era parte di un paese che di queste storie ne ha tante da raccontare.

La feroce discriminazione razziale, sancita per legge fino al 1964 (vedi The Negro Motorist Green Book), la discriminazione sociale, che ha visto protagonisti gli Okies, coloro che fuggivano dalle grandi pianure verso la California (vedi Il Dust Bowl), oppure, uno dei “peccati originali”, le violenze perpetrate nei confronti dei nativi americani, sono tra le storie di ordinaria brutalità più conosciute alle quali la Route 66 ha assistito.

A Jerome, in Missouri, lungo un bel tratto di Route 66, si incontra un luogo che ne racconta una: il Trail of Tears Memorial.

Non ha legami con la storia della Route 66 e tutto sommato racconta qualcosa accaduto diversi anni prima che la Route 66 nascesse, ma comunque aiuta a riflettere su come spesso l’evoluzione di quel paese sia stata brutale.

Il Trail of Tears Memorial è un luogo realizzato da un tal Larry Bagget, ed in origine doveva diventare un campeggio.

Per raccontare cosa sia il Trail of Tears occorre andare indietro nel tempo fino alla prima metà del 1800 quando l’allora presidente degli Stati Uniti Jackson emanò una legge (Indian Removal Act del 1830) che di fatto avviava la deportazione forzata dei nativi americani dai luoghi di nascita verso l’Indian Territory, ovvero quello che poi sarebbe diventato lo stato dell’Oklahoma.

Non poteva esserci progresso se gli indiani continuavano a stanziare nei loro luoghi d’origine, questo sosteneva il presidente Jackson.

Questa deportazione di massa causò terribili conseguenze sulle popolazioni indiane.

Fame, malattie e morte accompagnarono quel viaggio che divenne noto con il nome di Trail of Tears (sentiero delle lacrime); un viaggio durante il quale persero la vita circa 4.000 Cherokee sui circa 14.000 deportati.

Fu, per le popolazioni indiane, un’esperienza devastante.

Il Trail of Tears Memorial di Larry Bagget, quindi, ha un legame forte con quella deportazione.

A Larry Bagget, originario del Tennessee, negli anni 70 fu diagnosticata una grave forma di diabete e di artrite, patologie che gli lasciavano poche speranze di vita.

Per questo motivo nella sua proprietà nel pressi di Jerome, lungo un bellissimo tratto di Route 66, pensò di realizzare un campeggio in modo da garantire alla moglie una fonte di reddito dopo la sua morte.

Ma le cose, per fortuna, andarono diversamente.

Larry guarì dalle sue malattie al punto da considerare quel momento la sua nuova rinascita.

Era infatti solito contare i suoi anni partendo dal 1970, anno dell’inizio della sua nuova vita.

Ma quello che doveva diventare un campeggio alla fine si trasformò in qualcosa di molto diverso.

Larry raccontava che tutte le notti, mentre dormiva, sentiva bussare alla porta ma che aprendola non trovava mai nessuno.

Un giorno Larry incontrò un vecchio indiano Cherokee, che all’apparenza sembrava avesse più di 100 anni, il quale gli rivelò che la sua proprietà si trovava proprio lungo il Trail of Tears, il percorso seguito forzatamente dai nativi americani nella metà del 1800, e questo rendeva il cammino degli spiriti di quegli indiani estremamente difficoltoso.

In particolare, accanto alla sua abitazione, Larry aveva costruito un muro molto alto che impediva agli spiriti di procedere.

Larry allora realizzo una scala per permettere alle anime di quegli indiani di scavalcarlo agevolmente e di proseguire nel proprio cammino; questa sua iniziativa pose fine a quelle misteriose visite notturne.

Larry fu molto colpito da questa storia e proseguì con i lavori trasformando la sua proprietà in un vero e proprio tributo agli indiani morti durante quella deportazione, dandole, appunto, il nome di Trail of Tears Memorial.

Molte delle realizzazioni all’interno della proprietà, raccontava Larry, gli furono suggerite da quell’anziano Cherokee e servivano ad agevolare il cammino degli spiriti.

Larry era attratto dall’astrologia e dalla numerologia, passioni che insieme alla devozione verso la cultura dei nativi americani lo hanno guidato nella realizzazione delle opere contenute nel suo Trail of Tears Memorial.

Larry Bagget morì nel 2003,  la sua proprietà rimase a lungo chiusa e le sue opere iniziarono a cadere in rovina, fino a quando, nel 2017, una soldatessa in pensione, che anni prima aveva conosciuto Larry, la acquistò e grazie al supporto di alcuni volontari, nel 2018 iniziò i lavori di recupero attribuendole il nome Trail of Tears Memorial and Herbal Gardens.

Ho visitato il Trail of Tears nell’agosto del 2018, pochi mesi dopo la riapertura, ancora parziale, della struttura.

Ci sono statue in pietra all’interno della proprietà, che raffigurano nativi americani, animali, una meridiana, un pozzo dei desideri e tanto altro ancora in un misto di cemento e mattoni.

Ed all’ingresso Larry ha posizionato una statua che lo raffigura e che da il benvenuto ai visitatori.

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Siamo stati accompagnati nel giro all’interno della struttura da uno dei volontari che hanno collaborato nei lavori di restauro, che con enfasi e sincera passione ci ha raccontato la storia di quel posto ed il significato mistico ricoperto da ciascuna delle piccole realizzazioni di Larry.

Il Trail of Tears Memorial, come detto, aveva riaperto al pubblico pochi mesi prima della mia visita; nei miei precedenti viaggi ricordo infatti che una sbarra impediva l’accesso alla struttura, la statua di Larry era in pessime condizioni, così come molte opere contenute all’interno.

Non ha legami stretti con la Route 66, ma il Trail of Tears Memorial è diventata negli ultimi anni una tappa piuttosto popolare, un luogo affascinante che dona uno straordinario senso di pace.

Un modo piacevole per interrompere per qualche attimo il viaggio verso ovest.

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“Ci sediamo di fronte al motel ogni sera e salutiamo le persone che passano in macchina.
Alcune di loro si fermano, prendono una sedia e ci raccontano le loro storie sul motel.”

Debye Harvey, proprietaria del Boots Court fino al 2021


I motels, i vecchi motels storici, sono tra i cimeli che meglio riescono a raccontare cosa sia stata la Route 66 nei suoi anni d’oro.

Raccontano la sua ascesa ed il suo declino con un livello di dettaglio e di passione difficilmente rilevabili in altri cimeli lungo il suo percorso.

Osservando la loro evoluzione si riesce a tracciare perfettamente il cambiamento nel modo di viaggiare degli americani, la loro crescente voglia di comfort e si è in grado anche di ricostruire l’evoluzione stessa del paese tagliato a metà dalla vecchia highway.

I motels lungo la Route 66 sono cresciuti insieme alla strada su cui si trovavano e la loro evoluzione si è fermata con sua dismissione.

Sono molti i motels storici ancora operativi, strutture nelle quali il tempo si è fermato agli anni in cui la Route 66 era la “Main street of America” (il che naturalmente è un bene), ed a mio parere sono il modo definitivo per affrontare un viaggio lungo la vecchia highway.

Un viaggio lungo la Route 66 non può ritenersi completo se non si sceglie di soggiornare in queste strutture.

Il Wagon Wheel di Cuba in Missouri, il Blue Swallow di Tucumcari in New Mexico, il Munger Moss ancora in Missouri a Lebanon, e tanti altri ancora, riescono perfettamente a regalare ai viaggiatori il sogno di vivere gli anni d’oro della US Highway 66, attraverso la cordialità di chi li gestisce e quel senso di comunità che unisce i viaggiatori mentre soggiornano in queste strutture.

Sempre in Missouri, a Carthage, ci si imbatte in un motel che offre un irresistibile tuffo nel passato (almeno fino ad oggi): Il Boots Court.

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Il Boots Court nasce nel 1938 (nel 1939 aprirà al pubblico) per mano di Arthur Boots, un commerciante di macchine agricole che si rese subito conto del potenziale commerciale della Route 66 e decise di approfittarne.

Vendette la sua attività e si trasferì a Carthage per i suoi nuovi affari e scelse un tratto nel quale la Hwy 66 e la Hwy 71 si incrociano, un punto che Arthur stesso chiamava “The crossroads of America”.

Inizialmente si dedicò alla realizzazione di una gas station, un’attività che stava diventando molto popolare e remunerativa con la nascita della Main Street of America.

Dietro alle pompe di benzina costruì alcune stanze ed il successo di questa iniziativa portò Arthur ad abbandonare l’idea della gas station optando per quella del motor court.

Costruì altre stanze e realizzò il neon del motel, particolare che ancora oggi, dopo un attento restauro, campeggia di fronte alla lobby.

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Arthur realizzò personalmente buona parte delle finiture del motel e delle sue stanze, mostrando grande perizia e fantasia.

Furono diverse le celebrità americane dell’epoca che soggiornarono al Boots Court e tra queste si racconta di Clark Gable che dormì nella stanza numero 6.

Il prezzo, per soggiornare nella sua struttura era di 2,50 dollari a notte, una cifra ragguardevole per l’epoca considerato che uscita dalla grande depressione molta gente lavorava per 10 dollari a settimana, anche meno.

Ciononostante il motel raramente disponeva di stanze libere.

Era una struttura molto popolare tra gli ufficiali delle forze armate di stanza a Camp Crowder, non molto distante dal motel, che spesso affittavano le camere per settimane intere con le proprie mogli.

Dopo pochi anni dalla sua apertura,  Arthur vendette il suo motel e, dall’altro lato della strada, nel 1946 aprì un ristorante, il Boots Drive In.

Negli anni il motel subì delle modifiche, a partire dal nome che divenne un più moderno “Boots Motel” (anche l’insegna ovviamente cambiò la sua descrizione) e negli anni 70 fu installato un tetto a spiovente su quello originale piatto.

Il Boots Court passò di mano diverse volte e continuò, tra alti e bassi, ad essere operativo fino al 2001 quando fu acquistato da un agente immobiliare che pensò di demolirlo e vendere l’area alla catena Wallgreen.

Fortunatamente la nefasta intenzione non si realizzò, per il bene della Route 66 e dei suoi appassionati.

La società dell’agente immobiliare fallì ed il motel fu acquistato, per 105.000 dollari, da una banca locale che vantava dei crediti con la società.

Ed è qui che entrano in gioco le sorelle Debye e Priscilla che insieme ad una loro amica, Debbie, d’infanzia decidono di dare un senso alla loro vita di pensionate.

Nel 2006 decisero di partire per un viaggio lungo la Route 66 che fin da subito le appassionò tantissimo.

Giunte in Missouri, a Carthage, furono attratte da quello che restava del Boots Court, seppero che era stato pignorato, che era in vendita e decisero di acquistarlo.

Con il supporto ed i ricordi del figlio di Arthur Boots, Bob, rigenerano il motel recuperandone il passato e rendendolo fedelmente aderente a quello che vide la luce negli anni 30.

Fu tolto il tetto a spiovente, ripristinando quello originario, ed il nome del motel, e la sua insegna, furono riportati all’originario “Boots Court”.

Nel 2012 il Boots Court era di nuovo pronto per ospitare gli entusiasti viaggiatori della Route 66 ed il primo cliente fu proprio Bob Boots, che soggiornò nel motel pagando la cifra simbolica di 2 dollari e 50, il prezzo che suo padre applicava negli anni 40.

Non ci sono televisori nelle stanze, esattamente come in origine, ma ognuna di esse ospita una radio accesa, sintonizzata su un canale che trasmette musica anni 50/60, che accoglie i visitatori da tutto il mondo.

Del resto la TV arrivò a Carthage nel 1953 e quindi nella sua fase iniziale, come recita l’insegna, le stanze del motel offrivano solo la radio.

Un perfetto tuffo nel passato.

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La struttura durante i 9 anni di gestione delle sorelle Debye e Priscilla e della loro amica Debbie, ha conosciuto una crescita importante, diventando un immancabile punto di riferimento per coloro che percorrevano la vecchia highway.

Ma nel 2020, in conseguenza della pandemia da Covid 19, il motel, come molte altre attività lungo la Route 66,  dovette affrontare giorni difficili per l’assenza di turismo culminati con la decisione di vendere la struttura.

Il motel, dalla seconda metà del 2021, ha dei nuovi proprietari che hanno manifestato l’intenzione di restaurarlo e, speriamo, di continuarne la storia.


Esperienza personale.

Durante i miei viaggi lungo la Route 66 ho sempre cercato di dormire in più motel storici possibili, perché sono sempre stato convinto, e ne sono tutt’ora, che un viaggio lungo la Route 66 non può ritenersi completo se non si dorme in queste strutture.

Il tuffo nel passato offerto dai motel storici è sempre quell’elemento in più che aumenta il fascino di un viaggio come questo.

Tuttavia non avevo mai considerato l’ipotesi di dormire al Boots Court.

Non l’avevo fatto perché in Missouri ci sono strutture che adoro, il Wagon Wheel e il Munger Moss, ed ho sempre scelto di fermarmi li.

Nel 2017, in occasione del mio terzo viaggio lungo la Route 66, mentre ero al Blue Swallow, Kevin, il proprietario di allora del motel, mi chiese se avessi mai dormito al Boots Court e mi aveva invitato a farlo perché sarebbe stata un’esperienza che avrei gradito.

Ed infatti l’anno dopo, in occasione del mio quarto viaggio lungo la Mother Road, decisi che in Missouri dovevo starci un po’ più del solito, dormendo ancora al Munger Moss, al Wagon Wheel ma anche al Boots Court.

Prenotai tramite una mail e Debbie non volle neanche l’anticipo.

La sera del mio soggiorno al Boots Court arrivai sul tardi, dopo una cena all’Iggy’s Diner, presi la chiave della stanza e Debbie mi chiese se avessi voluto una sorta di tessera fedeltà visto che la Route la percorrevo spesso.

Accettai e mi diressi verso la mia camera, la numero 12.

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All’apertura della porta ebbi una delle più belle emozioni di quel viaggio.

Le luci sui comodini erano accese così come una vecchia radio sintonizzata su una stazione che trasmetteva musica anni 50/60.

Fu davvero una splendida sorpresa.

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La Route 66, un motel storico di questa splendida strada ed una colonna sonora che si sposava perfettamente con quel posto e con quel preciso istante.

Anche un vecchio metallaro come me non poteva restare indifferente.

Tutto in quella stanza era così terribilmente affascinante, trasudava storia e passione.

Come tanti altri splendidi motels storici lungo la Mother Road. Ma questo, per la sorpresa che ebbi, è rimasto in un angolo prezioso del mio cuore.

Speriamo che i nuovi proprietari sappiano continuare a stupire i viaggiatori con semplicità e passione, come hanno fatto per circa 10 anni Debye, Priscilla e Debbie.

Noi viaggiatori della vecchia Highway abbiamo sempre bisogno di sognare.

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“Photograph these… while you’re here… the wrecking ball… is looming near”

(Frase in stile “Burma-Shave” posizionata su alcuni cartelli in prossimità del John’s Modern Cabins)


Della Route 66 mi ha sempre affascinato la storia.

Storia recente certo, la Route 66 non ha neanche 100 anni, ed a volte non propriamente bella da raccontare, come del resto molte altre che riguardano gli Stati Uniti.

Ma leggere le sue storie mi ha permesso di far luce su aspetti e situazioni che apparentemente non hanno un senso o che per uno straniero sono difficili da comprendere.

Ma c’è una spiegazione a tutto se solo si ha la voglia, e la pazienza, di leggere tra le “rughe” che il tempo ha scavato lungo il suo percorso d’asfalto e di cemento o tra le macerie di quello che resta dei suoi, spesso malconci, cimeli.

Cimeli per niente invitanti per il turista tipico della Route 66, attratto più dagli scudetti sull’asfalto che dalla storia della vecchia highway.

Tra i cimeli più importanti della Route 66 sicuramente va ricordato il John’s Modern Cabins, un vecchio motel, da anni abbandonato, che rappresenta un po’ la sintesi del disastro conseguente “all’invenzione” delle interstates.

Un motel che racconta una storia che si ripete ovunque lungo la vecchia highway e che, tra le rovine in legno di questa vecchia struttura, viene urlata in faccia al viaggiatore.

Il John’s Modern Cabins è un ossimoro, di moderno non c’è mai stato niente neanche negli anni in cui il motel era in servizio.

Durate i tempi difficili della grande depressione e più tardi del dopoguerra, quel motel spartano rappresentava un modo economico per dormire lungo la vecchia highway, permettendo ai viaggiatori di riposarsi spendendo poco.

L’attività risale agli inizi degli anni 30 del secolo scorso, nel 1931 infatti, furono i coniugi Bill e Beatrice Bayliss ad avviarla attribuendole il nome “Bill and Bess’s Place”.

La proprietà era costituita da 6 piccole cabins di legno e da una sala da ballo, una sorta di juke point dove le persone del posto potevano scatenarsi in balli e feste.

Non era tuttavia un posto particolarmente raccomandabile.

Si racconta che una sera di Halloween fu commesso un omicidio da parte di un ragazzo di 22 anni che uccise la moglie 18enne che lo aveva appena lasciato.

Nel 1950 l’attività fu rilevata per 5.000 Dollari da una coppia di Chicago, i coniugi John e Lillian Dausch ed il locale assunse il nome definitivo di John’s Modern Cabins.

Fin da subito iniziarono i problemi per John ed i suoi moderni bungalow.

Nel 1952, in conseguenza dell’allargamento della Route 66, che in quella zona diventò a 4 corsie, fu costretto a spostare le cabins per far posto alla strada.

Ne costruì altre, sempre adibite a motel, una più grande dove poter risiedere ed un’altra per la lavanderia ed uno Snack Bar nel quale John cominciò a vendere birra ed a farlo anche di domenica, infrangendo una legge locale che lo impediva.

Per questo motivo si guadagnò l’appellativo di “Sunday John”.

Ma i problemi non finirono qui.

Nel 1966, in conseguenza dei lavori per la costruzione della futura Interstate 44, il dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri acquisto parte del terreno di John che fu costretto a spostare ulteriormente indietro le sue cabins.

Ma questa volta i potenziali clienti per raggiungere il motel dovevano uscire dalla Interstate mezzo miglio ad est della sua proprietà.

Il John’s Modern Cabins, a questo punto, non aveva chances di sopravvivenza; non era nemmeno visibile dalla I44.

La nuova interstate tagliò fuori anche la vicina comunità di Arlington che ormai giaceva ai bordi di una strada senza uscita.

Nel 1968 la perdita della moglie diede il colpo finale all’attività di John, che tuttavia continuò a vivere nel suo motel, ormai chiuso, fino al 1971 quando anche lui morì.

Il John’s modern cabins, come attività, non riaprirà mai più.

La proprietà fu acquistata da una famiglia che aveva l’intenzione di farne una residenza di campagna ma questa operazione non andò mai in porto.

Oggi del motel restano solo alcune cabins, in pessime condizioni, e l’insegna.

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Più volte ha rischiato la demolizione, ma grazie ad associazioni sorte a tutela dei cimeli storici della Route 66, l’operazione è stata impedita.

Un gruppo di appassionati della Route 66, che tra le altre cose si è battuto per impedire la demolizione del Gasconade Bridge, uno storico ponte non molto distante dal motel, si occupa ciclicamente di mantenere quel che resta della proprietà di John.

Il rischio di perdere per sempre quel che rimane di questo splendido cimelio è molto elevato.

Sono stati molti i cimeli demoliti lungo la vecchia highway, perché ritenuti pericolosi, senza mai valutare il significato storico che questi ricoprono.

Il senso di precarietà di quello che resta del John’s Modern Cabins è restituito da alcuni cartelli, sullo stile della pubblicità della Burma-Shave, che qualcuno posizionò accanto al motel:

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Il John’s Modern Cabins è una delle numerose vittime della moderna concezione di viabilità introdotta con le Interstates.

La sua è una storia con un finale simile a centinaia di altri posti lungo la vecchia highway.

Ristoranti, motels, gift shops, intere cittadine sono state uccise dalla voglia sfrenata di correre e di farlo a qualsiasi costo, senza porsi il problema delle vittime che questa corsa poteva causare.

Un modus operandi tipicamente americano.

“E’ tutto in nome del progresso” furono le parole pronunciate alla stampa da un funzionario dei trasporti del New Jersey quel 27 Giugno del 1985 quando fu decretata la fine della US Highway 66, della sua storia lunga 59 anni e della sua gente.

Ma fu la fine della vecchia highway solo per quei burocrati che l’avevano decretata, la sua leggenda e l’amore della gente per quel vecchio sentiero di asfalto, continuano ancora oggi.

Più forti che mai.

Route 66. Shaffer Spring Bowl (Arizona)

Pubblicato: Maggio 21, 2022 in Route 66

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“Adesso inizia il Gold Hill Grade, probabilmente il pendio più ripido che si incontra lungo la Route 66…

…Coloro che stanno viaggiando eastbound e non riescono a percorrerlo, possono affidarsi ad una stazione di servizio a Goldroad poichè dispone di un carro attrezzi che potrà trainare la macchina fino alla sommità del pendio.

Dalle informazioni di cui dispongo, vengono chiesti 3,50 dollari, ma potrebbe essere più caro.

Per le macchine con roulotte questo servizio è necessario.”

Jack D. Rittenhouse – A guide book to Highway 66 (1946)


La Route 66, fin dalla sua nascita, è stata una strada estremamente pericolosa.

Erano molti gli incidenti che la vedevano protagonista, con un numero di morti, rispetto ad altre strade equivalenti, davvero scoraggiante.

La sua pericolosità è stata una delle ragioni che ne hanno decretato la fine il 27 giugno del 1985.

Era ormai una strada troppo vecchia, stretta, tortuosa, del tutto inadeguata a trasportare in sicurezza un volume di traffico enormemente cresciuto da quel 11 novembre del 1926, il giorno della sua nascita.

Ma la sua pericolosità, di contro, ne ha accresciuto l’aura di leggenda che l‘accompagna ancora oggi e che la rende perfino più affascinante di quanto fosse stata durante i suoi 59 anni di servizio.

Uno dei tratti che oggi possiamo considerare tra i più belli è uno di quelli che negli anni di pionierismo automobilistico veniva annoverato tra i più pericolosi dell’intero percorso della Route 66, è il tratto che da Kingman conduce ad Oatman in Arizona, un tratto al quale fu affibbiato un sinistro nickname: Bloody 66.

La Bloody 66, o Oatman Highway, il nome attualmente utilizzato, se percorsa in direzione ovest attraversa le Black Mountains, sale fino al Sitgreaves Pass per poi scendere in picchiata verso Oatman.

Questo tratto di strada ha fatto parte del percorso della Route 66 dal 1926 fino al 1952, anno in cui fu sostituito da quello che da Kingman andava verso Yucca e che oggi costeggia la I40.

E’ stato un tratto complicato, ma terribilmente affascinante.

Jack D. Rittenhouse nel 1946 nella sua “A guide book to Highway 66” scriveva:

“Non bisogna percorrere le lunghe pendenze delle strade di montagna con la marcia più alta; cambia marcia e cambiala spesso.

In discesa non viaggiare in folle, ma tieni sempre la marcia inserita ed in questo modo non perderai mai il controllo della macchina.

 Si presume che la tua auto abbia freni, luci, targhe e un tergicristallo adeguati…

…Se il motore della tua auto si comporta in modo strano ad un’altitudine superiore a 5.000 piedi, ciò potrebbe essere dovuto alla carburazione. In alta quota, nell’aria aspirata è contenuto meno ossigeno, quindi la miscela di combustione ne risente.

Tuttavia la tua auto continuerà a funzionare ed il problema sparirà durante la discesa.”

Leggere questi suggerimenti oggi fa sorridere, ma restituiscono perfettamente lo spirito di avventura e l’audacia dei viaggiatori che affrontavano questo tratto.

Molti non se la sentivano ed ingaggiavano piloti locali esperti, altri ancora si facevano trainare.

L’assenza della pompa della benzina nelle vecchie automobili, inoltre, costringeva i viaggiatori a percorrerla perfino in retromarcia, per permettere al motore di pescare il carburante.

E sotto questo sforzo immane per le automobili dell’epoca, i radiatori bollivano.

Ma in soccorso di quelle sventurate automobili, sul lato est del Sitgreaves Pass, c’era una piccola sorgente d’acqua: la Shaffer Spring Bowl.

La Shaffer Spring Bowl, una piccola vasca d’acqua poche miglia ad ovest dell’Ed’s Camp, fu realizzata negli anni 30 da un tale Mr. Shaffer.

Mr. Shaffer, in occasione di alcuni lavori lungo la strada, si accorse della presenza di un rivolo d’acqua che scendeva lentamente a valle e realizzò un piccolo muro di contenimento in mattoni per raccoglierla in una sorta di vasca.

E’ inusuale trovare una sorgente d’acqua in un posto così arido, ma la sua presenza è stata di enorme aiuto per i primi viaggiatori della vecchia highway.

L’acqua di questa piccola sorgente veniva utilizzata per rabboccare il radiatore delle automobili in difficoltà per colpa della salita ed anche per fornire un po’ di sollievo ai temerari viaggiatori.

La piccola sorgente era quindi una vera e propria oasi nel deserto.

La gente del posto negli anni l’ha riempita con lumache e pesci rossi (la sorgente è anche conosciuta col nome Shaffer Spring Goldfish Bowl), che ancora oggi si possono veder nuotare, nel tentativo di preservarne la purezza tenendo lontane le alghe.

Per raggiungerla occorre salire lungo una scala di mattoni facendo attenzione alle api che spesso si trovano intorno alla sorgente.

Oggi la Shaffer Spring Bowl è una sorta di abbeveratoio per i muli che popolano la zona, gli stessi che possiamo trovare ad Oatman.

Esperienza personale

Ho visitato la Shaffer Spring Bowl nel 2018, in occasione del mio 4° viaggio lungo la Route 66, un viaggio “Eastbound”, ovvero da ovest verso est.

E’ stata quindi una delle prime attrazioni che ho visto di quel viaggio, una di quelle a cui tenevo particolarmente.

Erano 3 i posti che desideravo fortemente visitare:

Il Painted Desert Trading Post, in Arizona, lo Stonydell Artesian Well di Arlington in Missouri ed appunto la Shaffer Spring Bowl.

Tre piccole perle, tre luoghi poco conosciuti tra i viaggiatori della vecchia highway ma che raccontano piccole, affascinanti storie di vita lungo la Route 66.

Non è stato semplice trovare la sorgente perché non disponevo di coordinate gps, non ce n’erano online e la mappa di google era vecchia e così poco definita da non permettere di distinguere bene i tratti della tortuosa Oatman Highway.

L’unico riferimento che avevo era un’indicazione approssimativa sulla distanza da un cartello che segnava le miglia percorse da Kingman.

Era il giorno di ferragosto, verso sera ed il sole era in procinto di nascondersi dietro le Black Mountains.

Mi ero fermato in una Oatman stranamente deserta poco prima, dopo averla visitata diverse altre volte piena di gente.

Scollinai il Sitgreaves Pass ed iniziai la discesa verso Kingman con lo sguardo simultaneamente alla pericolosa Bloody 66 ed alla mia destra alla ricerca di qualcosa che mi ricordasse le foto che avevo visto di quella piccola sorgente.

Al primo tentativo non riuscii a vederla, tornai quindi indietro e, ad un certo punto, riconobbi il piccolo piazzale e la scala in mattoni mimetizzata tra la roccia.

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Sono salito di corsa verso la sorgente e vedermela li davanti è stato emozionante.

Il paesaggio che si può ammirare da li è straordinario ed in quel momento lo era ancora di più per via del tramonto.

Soffiava un vento caldo, quel vento tipico delle serate nel deserto.

Ho scattato un’infinità di foto, ho girato un video, ho raccontato la storia di quel posto agli amici che erano con me e poi mi sono rimesso in viaggio verso Kingman.

Era la mia quinta volta lungo la Bloody 66, ma la prima che visitavo la Shaffer Spring Bowl.

Un posto meraviglioso carico di storie, una piccola oasi per coloro che un tempo percorrevano la Bloody 66.


Questo è un video che ho girato mentre ero nella piccola sorgente:

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“Anche se è stato meraviglioso avere una strada asfaltata da percorrere, sulla Route 66 si sono verificati molti incidenti automobilistici.

Nel 1959, questo altare fu eretto per ricordare agli automobilisti i potenziali pericoli che affrontavano e offriva loro un luogo dove recitare una preghiera per un viaggio sicuro.”

“Mary, Loving Mother of Jesus, Protect us on the highway.”


Negli USA si trovano ovunque tracce del nostro paese ed ovviamente le si possono trovare anche lungo la US Highway 66.

E non parliamo solo della ristorazione, attività che è possibile trovare ovunque da quelle parti, ma di un legame inconsueto.

Ci troviamo a Raymond in Illinois, lungo il tratto di Route 66 post 1930, quello che è stato utilizzato per trasportare i viaggiatori fino al 1977 (anno in cui la vecchia highway, da queste parti, è stata sostituita dalla I55), e questo legame è rappresentato da una piccola statua.

È “The Shrine of Our Lady of the Highways” (Santuario di Nostra Signora delle Highways), un piccolo altare dove è posizionata una statua in marmo di Carrara della Vergine Maria, importata direttamente dall’Italia negli anni ’50 ed installata nei pressi di Raymond, di fianco alla US Highway 66, nel 1959.

L’iniziativa fu presa da un gruppo di giovani cattolici del “Litchfield Deanery Catholic Youth Council”, che acquistò la statua ed ottenne il permesso dalla famiglia Marten di utilizzare il suo terreno per posizionarla, appunto, di fianco alla vecchia highway.

L’intera operazione costò circa 900 dollari.

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La Route 66 a quei tempi era una strada molto trafficata ed estremamente pericolosa al punto che molti suoi tratti vantavano una pessima fama per via degli innumerevoli incidenti; Bloody 66, Dead Man’s Curve e Slaughter Lane erano solo alcuni tra i nomignoli più sinistri affibbiati alla vecchia highway.

Lo scopo di questo gruppo di giovani cattolici era quello di proteggere i viaggiatori della Route 66, attraverso questa statua proveniente dall’Italia, dai pericoli che avrebbero incontrato percorrendola.

La famiglia Marten, nella persona di Francis Marten, si prese cura di questo piccolo altare fin dalla sua installazione; Francis posizionò inoltre una sequenza di cartelli ai bordi della Route 66, sullo stile della pubblicità della Burma-Shave (vedi la storia della Burma-shave ed il video che ho girato lungo una sequenza di cartelli) dove su ogni cartello è riportata una frase che rimanda al cartello successivo per ricostruirne il senso.

In questo caso, tuttavia, il senso è piuttosto chiaro fin da subito poiché Francis riportò su ogni cartello una frase dell’Ave Maria.

Francis raccontava che con la realizzazione della I55 il dipartimento dei trasporti dell’Illinois tentò di far rimuovere quei cartelli poiché li riteneva pericolosi per chi viaggiava, ma essendo posizionati all’interno della proprietà dei Martens (e quindi su una proprietà privata), la richiesta per fortuna non ebbe successo.

Questo piccolo altare è spesso meta di pellegrinaggi durante il mese di Maggio (il mese di Maria) ed in generale sono diverse le persone (tra cui il vescovo di Springfield) che rendono frequentemente omaggio alla statua.

L’altare è stato inserito nella “Route 66 Association of Illinois Hall of Fame” nel 1991.

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Alla morte di Francis nel 2002, la sua famiglia ha continuato a prendersi cura del piccolo altare.

Non è una delle tappe più conosciute della vecchia highway, ma, al di la degli aspetti religiosi che attengono ovviamente alla sfera privata, è comunque piacevole fermarsi per godere di qualche attimo di pace, nonostante il frastuono dell’adiacente I55, prima di procedere verso ovest.

Questo è un video che ho girato di fronte al piccolo altare:

Un tratto della IL4/Route 66 nei pressi di Nillwood

Un tratto della IL4/Route 66 nei pressi di Nilwood (IL)

“Il primo passaggio me lo diede un camion carico di dinamite, con la bandierina rossa, una cinquantina di chilometri dentro il grande verde Illinois, e il camionista mi indicò il punto in cui la Route 6, che stavamo percorrendo, intersecava la Route 66, prima che entrambe schizzassero a ovest per incredibili distanze.”

Jack Kerouac, “On the Road”


La Route 66 ha tante antenate, strade storiche dalle quali la Mother Road ha ereditato il percorso.

Agli inizi del 1900, con la decisione di dare un ordine al dedalo di strade private, molto spesso in pessime condizioni, che attraversavano gli Stati Uniti e con le conseguenti iniziative che portarono alla realizzazione delle “Numbered Highways”, la Route 66 si impossessò di molte di queste strade dando vita ad un unico percorso.

Durante i suoi 59 anni di onorato servizio, la Route 66 ha inoltre cambiato diverse volte tracciato, per ragioni essenzialmente legate alla viabilità, per garantire maggiore sicurezza al crescente numero di automobili che la percorrevano.

Non è inconsueto, infatti, trovare lungo il suo percorso cartelli che avvisano il viaggiatore di uno sdoppiamento di tracciato: pre e post una certa data.

A sud di Springfield, nel “grande verde Illinois“, ci troviamo di fronte a 2 distinti percorsi: pre e post 1930.

Il tratto “pre 1930” è quello ereditato dalla IL 4.

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La IL 4, che fu realizzata negli anni 10 del secolo scorso utilizzando una parte della Pontiac Trail (altro tracciato storico), collegava Chicago a St. Louis; la sua pavimentazione in cemento portland fu completata verso la metà degli anni 20.

Attraversava diverse cittadine, da Carlinville a Nilwood a Staunton, fu quindi un tratto di strada che diede un forte impulso all’economia dello stato dell’Illinois e fu altresì testimone di scorribande delle gang durante il proibizionismo.

In conseguenza, come detto, dell’iniziativa di dotare gli Stati Uniti di una rete di collegamento interstatale adeguata al crescente numero di automobili circolanti, nel 1926 l’organismo che sovrintendeva all’individuazione dei percorsi ed all’attribuzione dei nomi (vedi “Doveva chiamarsi 60”), integrò buona parte della IL 4 nel percorso della neonata US Highway 66.

A sud di Springfield il “connubio”, IL4 – US 66, durò tuttavia solo qualche anno poiché, per ragioni essenzialmente legate alla sicurezza, nel 1930 il tracciato della 66 fu spostato verso est, lungo una porzione di territorio con una scarsa concentrazione di agglomerati urbani, un tratto che ancora oggi costeggia la I55 e che attraversa Litchfield.

In conseguenza di questo spostamento di tracciato, un famoso ristorante (tutt’ora operativo), l’Ariston Cafè, lasciò la sede originale di Carlinville, sulla IL 4, per aprire proprio a Litchfield, sul nuovo tratto della US Highway 66.

A Carlinville è ancora presente una targa che ricorda il luogo dove l’Ariston Cafè operava.

Ci sono diversi luoghi affascinanti lungo il tratto di IL 4 a sud di Springfield: le Turkey Tracks, la Auburn Brick Road, la splendida strada in mattoni rossi, o la bellissima Carlinville, con il suo Million Dollar Courthouse, un tribunale realizzato verso la fine del 1800 che divenne famoso per essere costato più di un milione di dollari dell’epoca.

Fu oggetto di diverse contestazioni da parte della popolazione della contea di Macoupin, per gli sprechi che si rilevarono durante la sua realizzazione e sull’opportunità stessa di costruire un tribunale che all’epoca era il secondo più grande dopo quello di New York, nonché la costruzione più costosa di tutto l’Illinois.

Alcuni importanti imprenditori furono sospettati di appropriazione indebita per aver utilizzato, per scopi personali, soldi destinati alla costruzione del tribunale o di essersi impossessati di materiali destinati alla sua realizzazione.

L’enorme debito per la costruzione del tribunale ricadde sulla popolazione della contea di Macoupin che impiegò circa 40 anni per ripagarlo.

Molti a causa delle tasse elevate persero addirittura la casa.

Million Dollar Courthouse (Carlinville, IL)

Million Dollar Courthouse (Carlinville, IL)

Carlinville, dove sorge il monumentale tribunale, è una piccola gemma della IL4/Route 66.

Ma la Route 66 racconta soprattutto piccole, affascinanti storie di vita quotidiana.

Una di queste narra che tra gli anni 10 e 20 del secolo scorso, nei pressi di Nilwood, quando si stava gettando il cemento per la pavimentazione della IL 4, a superficie ancora fresca un manipolo di tacchini, scappati da una fattoria vicina, pensò bene di calpestare quel suolo che in seguito sarebbe diventato leggendario, lasciando su di esso le proprie impronte.

Oggi quel tratto, conosciuto come Turkey Tracks, è indicato, ai bordi della strada, con la sagoma di un tacchino e le impronte sono racchiuse in una cornice di vernice bianca (qui è disponibile anche un video che ho girato sul posto).

E’ un posto poco frequentato dal turismo di massa della Route 66, ma che vale la pena attraversare e non solo per la presenza delle impronte degli impertinenti tacchini.

Da queste parti la Route 66 ha un aspetto inconsueto per come siamo abituati ad immaginarla.

E’ una piccola, bellissima striscia in cemento che si snoda attraverso il verde della campagna dell’Illinois.

E di cemento è stata anche la Auburn Brick Road (di cui parlo qui e qui è disponibile un video girato sul posto), durante il periodo in cui è stata parte della US66; infatti solo intorno al 1932, dopo l’abbandono del suo tracciato da parte della vecchia highway, è stata in parte pavimentata in mattoni rossi.

Anche qui le insinuazioni su presunte forzature politiche la fanno da padrone; si racconta infatti che l’uso di questo laterizio fu deciso da un importante politico dello stato dell’Illinois, contemporaneamente coinvolto nell’industria del mattone.

Il tratto di IL4/Route 66 va da Springfield a Staunton, dove si ricongiunge con quello post 1930.

Ma le porzioni più belle, quelle ancora in cemento portland, si incrociano di tanto in tanto da Springfield fino più o meno a Nilwood.

Sono piccoli tratti ma che vale davvero la pena percorrere.

Sono porzioni affascinanti della vecchia highway, lontani dall’immaginario collettivo della strada che attraversa il deserto e si perde all’orizzonte, sono piccoli tratti di strada estremamente carichi di poesia con il dolce paesaggio che li abbraccia.

Il frastuono dei motori da queste parti è ormai un lontano ricordo, sostituito dal cinguettio degli uccelli e, d’estate, dal suono costante delle cicale.

I campi di granturco delimitano il percorso di questa strada storica, esaltandone i colori ed i profumi.

A mio parere è uno dei tratti più belli dell’intero percorso della US Highway 66.

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Texas Longhorn Motel, Glenrio (TX)


Ho amato da subito la Route 66.

Al primo sguardo, la prima volta che ci siamo incontrati.

Anzi no, la prima volta fu un incontro casuale, fortuito, l’ho incrociata senza quasi rendermene conto.

Era il 1996 in viaggio di nozze, dovevo andare in macchina da Las Vegas a Los Angeles e ne percorsi un pezzo.

Ricordo che mi fermai a Barstow per pranzo, ordinai un hamburger ed il commesso mi chiese da dove venissi.

Roma, risposi.

Sgranó gli occhi e mi chiese cosa diavolo ci facessi li.

Era una percorrenza inconsapevole, ignoravo tutto della storia della Route 66 che in quell’occasione fu un semplice tramite tra due città.

Ne conoscevo solo il nome.

La volta successiva fu molti anni dopo, nel 2012 quando percorsi il tratto in Arizona. E fu amore.

Da allora, fino al 2019, sono sempre tornato su quella che nel frattempo era diventata “la mia” Route 66.

In occasione dei miei viaggi lungo il suo percorso ha fatto incetta di libri, opuscoli e riviste e li ho letti tutti con avidità.

E’ una strada che adoro e che ho percorso interamente 4 volte (3 in un senso ed una nell’altro).

In questi ultimi due anni è accaduto un po’ di tutto.

Il mondo si è fermato e con esso i miei viaggi sulla Route.

Ed anche la Route si è fermata.

Molte persone, del popolo della Mother Road, hanno mollato, per raggiunti limiti di età o per colpa del virus che ha annientato il traffico dei viaggiatori mettendo in crisi il proprio business.

Altre ci hanno lasciato… Per sempre.

Bob Mullen, Elmer Long, Lowell Davis… Gente che ha reso questa strada un’icona.

Chi è appena arrivato e che ha da poco rilevato strutture storiche prendendo il posto di personalità per me insostituibili, sarà in grado di proseguire con la stessa passione di chi lo ha preceduto?

È accaduto inoltre che alcuni locali, motels o comunque icone giunte a noi dal passato, abbiano cambiato fisionomia, siano state pesantemente restaurate, nel tentativo di renderle (forse) identiche a come erano in passato.

E spesso, a mio avviso, il risultato è stato deludente.

Non condivido l’idea di restauro degli americani, che poi in realtà non è un restauro in senso stretto, ma un rifacimento.

Loro infatti non conservano i propri cimeli storici, li rifanno cercando di renderli simili a com’erano in origine, rimuovendo vernici dell’epoca, coprendo scritte, cancellando di fatto quel passato che cercano di riportare in vita.

Forse non si rendono conto che il fascino è dato dal tempo, e che le “rughe” che questo che lascia sulle mura dei cimeli storici, le scritte sbiadite che si ostinano a non morire, regalano emozioni molto più intense di una scritta posticcia fatta con la vernice degli anni 2000.

Un vecchio pezzo di vernice scrostata ha tanto da raccontare, una appena stesa è muta, priva di esperienze e di ricordi.

Priva di un passato che non può raccontare perché non ce l’ha.

Vedo inoltre altri cambiamenti.

Vedo motels storici apparire su Booking, nel tentativo quindi di allargare la cerchia di clienti oltre l’evidentemente insufficiente numero di appassionati.

È il segno dei tempi, un modo per conciliare storia e modernità, un modo per farsi conoscere da più persone, soprattutto in tempi difficili come questi.

Ma io sono un inguaribile romantico.

Sono rimasto legato al modo con il quale prenotavo i motels prima del covid.

Tramite il sito della struttura o tramite mail, che già sono modalità “moderne”, ma distanti dal business sfrenato dei vari motori di ricerca dedicati; i motels storici non si mescolavano con le strutture tipicamente “commerciali” che si trovano li.

Affidarsi ad un impersonale motore di ricerca, che suggerisce un ventaglio di soluzioni per dormire, molte delle quali con la Route hanno poco a che fare, non fa che sminuire il fascino di questa strada.

Ricordo con piacere il tempo perso per cercare informazioni su strutture storiche nelle quali desideravo soggiornare ma che sembrava fossero interessate al solo turismo locale per quanto era difficile trovarle in rete.

Ma anche questo “era parte dell’avventura”.

E dopo averla percorsa tante volte, ho anche prenotato tramite un semplice messaggio col telefono, inviato al proprietario del motel.

Anche questo è un modo estremamente moderno, ma è indice di un rapporto che è andato oltre quello che normalmente c’è tra cliente e fornitore di servizi.

Cosa che con le strutture commerciali presenti su Booking non potrà mai accadere.

Mi piace ricordare Ramona Lehman del Munger Moss, quando annotava su un foglio di carta gli estremi del mio soggiorno.

In tempi di information technology è un contrasto enorme, uno straordinario tuffo nel passato.

Che è poi del resto quello che la Route 66 promette ed è il motivo principale per il quale si organizza un viaggio lungo il suo percorso.

Tra l’altro quel foglio io lo conservo gelosamente.

Il promemoria del soggiorno al Munger Moss Motel di Lebanon in Missouri

E poi sto assistendo a società che acquistano motel storici.

Società e non privati.

Siamo sicuri che una società abbia a cuore la storia della Route 66 e non sia solo interessata al business che il suo nome può generare?

Vedo strutture nascere dal nulla, repliche di qualcosa che forse non c’è mai stato.

Locali che cercano di darsi un’età che non hanno attraverso oggetti di dubbia provenienza, ancor più dubbia anzianità che spesso vengono assemblati con approssimazione.

Sembrano quasi un contentino da dare al viaggiatore incauto che crederà davvero che quelle strutture arrivino dal passato.

Nascono nuove attività ed i cimeli storici, che andrebbero preservati, vengono invece spesso demoliti (l’Avalon Theater di McLean in Texas solo per citarne uno), o rinchiusi in un museo (ad esempio le tante insegne recuperate lungo la strada, come quella splendida del Grants Cafè a Grants in New Mexico).

E mentre scrivo alcune costruzioni della storica Glenrio, la splendida ghost town al confine tra Texas e New Mexico, sono state demolite per far posto ad un nuovo cafè ed un gift shop.

Di questo passo, proseguendo con la demolizione di tutti i siti storici, avrà ancora senso chiamare la Route 66 “Historic”?

Ci sono quindi un po’ di cose che non mi piacciono.

Ho sempre il timore che la “mia” Route 66 possa diventare un grande parco giochi, un insieme di repliche.

Ho paura che la Route 66 venga vista solo come un opportunità di business piuttosto che un tuffo nel passato, un pezzo di storia da raccontare.

Vedo esagerazioni qua e là, voglia di stupire anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Vedo shooting fotografici con modelle che si mostrano discinte accanto ad un’insegna, o enormi statue dorate raffiguranti simboli religiosi utilizzate come “road side attractions”.

Cosa c’entra tutto questo con la Route?

Certo, è anche vero che la Route da sempre ha cercato di stupire il viaggiatore.

I muffler men, le storie bizzarre a cavallo tra realtà e leggenda.

Quindi sarebbe solo il proseguimento, in chiave moderna, di una tradizione radicata nel DNA di questa strada.

Perchè dovrei essere deluso allora?

Sono in bilico.

In bilico tra l’idea che questa strada debba rimanere uguale a se stessa senza snaturarsi e l’accettazione della necessità di rinnovarsi per permetterle di sopravvivere.

Posso capire la novità, anche bizzarra, che alcuni locali spesso propongono ai viaggiatori, è, come dicevo, nella natura stessa della Strada, ma le strutture storiche, a mio avviso, non dovrebbero essere toccate altrimenti sarebbe come resettare il contatore della storia, girare la clessidra e ricominciare da capo con il conteggio degli anni.

Questo è il mio pensiero.

Tornerò presto laggiù curioso di vedere le differenze con l’ultima volta che l’ho percorsa tutta (nel 2018 da ovest ad est, nel 2019 ho percorso solo la parte est da Tucumcari a Chicago).

Proverò nostalgia per i luoghi che non ci sono più e dedicherò un pensiero commosso a chi se ne è andato per sempre.

Non vedo l’ora di incontrare ancora i vecchi amici e di conoscerne di nuovi.

Nel frattempo continuerò ad osservarla da lontano, con il cuore pieno di passione ma con il timore che di lei, e del suo fascino, possa rimanere solo il ricordo.

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Si dice, a ragione, che gli americani abbiano l’innata propensione al business.

Dispongono della straordinaria capacità di generare valore anche da cose che in apparenza non ne hanno.

Non hanno una storia vecchia come la nostra, ma negli anni si sono attrezzati per attrarre turisti valorizzando quelle poche cose storiche di cui dispongono e tra queste la Route 66 è oggi sicuramente una delle più popolari.

Certo, hanno tanti bellissimi parchi naturali che attraggono milioni di persone ogni anno, ma generare turismo con i parchi è facile, lo è un po’ meno con la Route 66.

Le costruzioni storiche lungo la Route 66 non sono particolarmente vecchie, parliamo al massimo di 100 anni, ma raccontano storie bizzarre, storie commoventi, storie di vita quotidiana, storie di gente con la quale si crea inevitabilmente empatia.

La Route 66 è piena di piccoli simboli apparentemente insignificanti, ma che hanno sempre qualcosa da raccontare.

E questi racconti affascinano e finiscono per attrarre l’attenzione dei viaggiatori.

Ed è questo il caso di un tubo di ferro, lo Stonydell Artesian Well di Arlington in Missouri, un tubo che spunta dal terreno, collegato ad un pozzo artesiano, con uno scudetto della Route 66 impresso sopra e dal quale sgorga dell’acqua gelida.

Un semplice tubo di ferro quindi.

Un tubo di ferro in un luogo nascosto in mezzo alla boscaglia tra la vecchia US 66 e la nuova I44, un’ossessione per molti appassionati della vecchia highway, ed un’ossessione anche mia, un posto che desideravo ardentemente visitare da tempo e che finalmente, nel 2019, sono riuscito a farlo.

Cenni storici.

La storia di questo piccolo tubo è strettamente legata a quella di un resort del Missouri molto popolare tra gli anni 30 e gli anni 60 : lo Stonydell Resort.

La struttura fu costruita nel 1932 ai due lati di quella che da pochi anni era diventata la US Highway 66.

Era una sorta di grande parco acquatico, con una piscina alimentata dall’acqua che sgorgava da 3 pozzi artesiani adiacenti.

Tutta la struttura, piscina e resort, era realizzata prevalentemente in pietra locale, recuperata dalle colline intorno ad Arlington e portata in loco da una slitta trainata da un cavallo al costo di un dollaro al giorno.

La costruzione principale era alta tre piani e la piscina era lunga circa 30 metri per 13 metri di larghezza ed aveva una profondità di quasi 4 metri.

Disponeva anche di una piccola cascata e di diversi punti dai quali gli avventori potevano tuffarsi.

L’acqua della piscina era gelida, e questo è uno dei ricordi più vividi di coloro che a quei tempi la frequentavano.

Acqua gelida che veniva anche venduta agli ospiti per dissetarsi, poichè era vietata l’introduzione di bottiglie di qualsiasi genere all’interno del resort.

Il costo per accedere alla piscina era di 50 centesimi per gli adulti e 35 per i bambini.

All’interno della struttura trovava inoltre posto un ristorante ed addirittura una fermata dell’autobus.

Era decisamente bello lo Stonydell, assiduamente frequentato dalla gente del posto e dai viaggiatori della Route 66.

Il traffico della nuova highway, la Route 66 appunto, unito alla vicina caserma di Fort Leonard Wood, contribuirono a rendere estremamente popolare questo resort, soprattutto durante gli anni della guerra.

I weekend vedevano la struttura sempre molto affollata al punto che spesso si rendeva necessaria la presenza della polizia per regolare il traffico lungo la Route 66, ostacolato dalle tante automobili parcheggiate in prossimità del resort.

Si tenevano parties, eventi mondani ed anche matrimoni all’interno della struttura ed erano tante le personalità di quegli anni che la frequentavano: personaggi del mondo dello spettacolo, attori ed altre celebrità sceglievano di trascorrere momenti di relax al resort.

Negli anni 50 il dipartimento dei trasporti del Missouri ampliò la Route 66, realizzando un nuovo tratto a doppia corsia per trasportare il traffico dei viaggiatori diretti ad est, ed il resort fu quindi stretto in un abbraccio dalla popolare highway.

Nel 1954 il resort cambiò proprietario, ma il successo proseguiva inarrestabile.

Tutto sembrava procedere per il meglio fino a quando, nel 1965, la struttura fu acquistata dal dipartimento dei trasporti del Missouri che intendeva farne una sorta di sede operativa per la realizzazione di una nuova strada interstatale.

Il dipartimento decise di abbattere lo Stonydell Resort per costruire quella che sarebbe diventata la Interstate 44.

Ancora una volta, come è spesso accaduto nella storia della vecchia 66, la voglia di nuovo, di moderno ha chiuso un’epoca lasciando solo rovine e sogni infranti.

Oggi, infatti, del resort non rimangono che pochi ruderi in pietra ed in legno posti all’interno di un campo recintato, e, soprattutto, un piccolo, prezioso tubo, lo Stonydell Artesian Well, uno dei pozzi artesiani che per anni ha fornito la sua acqua ghiacciata a quel resort.

Esperienza personale.

Ogni volta che organizzo un viaggio lungo la Route 66 cresce in me la passione per questa strada e la voglia di andare oltre i cimeli più popolari che sono alla portata di tutti.

Cerco i cimeli più nascosti, quelli meno conosciuti, ma che sanno fornire tasselli importanti nella ricostruzione della storia della Route 66.

Lo Stonydell Artesian Well è decisamente uno di questi.

Insieme al Painted Desert Trading Post ed alla Shaffer Spring Bowl, entrambi in Arizona, lo Stonydell Artesian Well è uno di quei cimeli che sono felice di aver visitato, sono il fiore all’occhiello dei miei viaggi lungo la Route 66.

Lo seguivo da anni, avevo tracciato la zona dove si trovava, cosa non semplicissima perché all’epoca non avevo molte informazioni ed ho quindi dovuto stimare la sua posizione sulla mappa.

La prima volta ci ho provato nel 2018, in occasione del mio 4° viaggio lungo l’intero percorso della Route 66, ma quel giorno pioveva e la I44 era bloccata per lavori.

Raggiungerlo dalla vecchia Route 66 (oggi Hwy D) era troppo complicato.

Si trova in mezzo ad un piccolo bosco che separa la I44 dalla Hwy D, ma dalla parte di quest’ultima bisogna attraversare un paio di piccoli torrenti, e la pioggia quel giorno non facilitava certamente il compito.

È molto più comodo raggiungerlo dalla I44.

Ma, come dicevo, quel giorno era impossibile perfino entrarci ed a malincuore mollai e mi diressi verso Cuba al Wagon Wheel Motel per trascorrere la notte.

Dentro di me ero comunque certo che, sebbene non ci avessi ancora seriamente pensato, l’anno successivo sarei passato di nuovo da quelle parti.

Ed in effetti fu così.

Nel 2019 ho organizzato un viaggio nel sud degli Stati Uniti con rientro a Chicago da Tucumcari attraverso la Route 66, percorsa ancora una volta eastbound.

Anche il giorno che mi trovavo in zona c’era una leggera pioggia, ma la I44 era fortunatamente libera.

Lasciai la Route 66 per prenderla e, grazie al navigatore ed alle mie mappe, in corrispondenza del punto nel quale avevo segnato la presenza del “tubo”, parcheggiai la macchina sulla corsia d’emergenza.

Devo ammettere che non ero proprio tranquillo, le macchine sfrecciano a velocità folli sulla intestate e lasciare la macchina li non mi dava molta tranquillità.

Ma alla passione non si può abdicare.

Mi addentrai nella piccola boscaglia e da subito scorsi quel tubo dal quale fuoriusciva un rivolo d’acqua.

Ho scattato foto esclusivamente col telefonino poiché avevo necessità di avere le mani libere per districarmi tra le erbacce.

Ho trascorso una decina di minuti li davanti, guardandomi intorno, ascoltando l’acqua che defluiva da quel tubo, mentre un piccolo ruscello scorreva verso la vecchia highway.

Questo è un breve video che ho girato davanti allo Stonydell Artesian Well.

Finalmente ci ero riuscito ed è stata una bella sensazione.

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Uscito da li ho ripreso la vecchia 66 per dirigermi verso quello che resta del resort, che comunque avevo già visto nelle precedenti occasioni.

Si fa fatica ad immaginare quel posto affollato di gente, oggi non c’è altro che silenzio e desolazione.

Ma il contatto con quello che resta dei cimeli storici della Route 66 regala sempre belle sensazioni, nonostante l’amarezza che spesso si prova nel vederli in stato di abbandono.

Per chi non è un appassionato della Route 66 tutto questo potrebbe non avere senso, ma per me, che adoro questa strada, scovare cimeli come il pozzo dello Stonydell è stato importante.

Parafrasando Michael Wallis, lo straordinario cantore della Mother Road, “scovare cimeli come questo è parte dell’avventura”, e, per quanto mi riguarda, è una parte importante dei miei viaggi lungo la US Highway 66.

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Il tubo dello Stonydell Artesian Well

Route 66. Painted Desert Trading Post

Pubblicato: giugno 19, 2021 in Route 66

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La Route 66 attraversa, da est ad ovest, la quasi totalità del territorio degli Stati Uniti d’America.

8 stati, 3 fusi orari, quasi 4000 km attraverso un paesaggio che cambia radicalmente: dal verde e rigoglioso est, all’arido e desertico ovest, fino alla “brezza del Pacifico” regalata dal molo di Santa Monica.

Paesaggi che raccontano storie affascinanti, diverse ma allo stesso tempo simili, storie di gente che ai bordi della vecchia highway è vissuta ed ha lavorato.

Gente che ha visto la nascita, il successo ed il declino della Main Street of America.

Gente in cerca di fortuna, uomini come Dotch Windsor che scelse il deserto per cercare la sua.

E’ innegabile che, tra i paesaggi proposti dalla Route 66, il deserto sia spesso quello preferito dai viaggiatori, perché suscita emozioni forti, attrae per il suo essere estremo, implacabile ed ostile.

Il caldo, la desolazione, sono sfide difficili da affrontare e vincere, ed il pensiero che qualcuno ci sia riuscito affascina.

Dotch, insieme alla sua prima moglie Alberta, dal suo Texas si spostò in Arizona, non molto distante da Holbrook dove viveva suo fratello.

Siamo negli anni 40 e Dotch aprì un trading post, cercando di far soldi sfruttando il traffico della Route 66 e la vicinanza ad un parco naturale: il Painted Desert.

Il trading post assunse diverse denominazioni: da Dotch Windsor Trading Post, fino al Dotch Windsor Painted Desert Trading Post.

Il locale era un gift shop, un sandwich shop e una stazione di servizio.

Vecchia foto del Painted Desert Trading Post presa dal web

Vecchia foto del Painted Desert Trading Post presa dal web

Non c’è mai stata energia elettrica al trading post, la corrente veniva generata da un mulino a vento e la benzina erogata attraverso delle pompe che sfruttavano la pressione atmosferica.

I servizi igienici per i clienti erano disponibili solo all’esterno del locale.

Tutto era estremamente essenziale, in linea con il luogo nel quale il trading post era collocato.

Nella zona c’erano altre attività commerciali che, sfruttando la vicinanza del Painted Desert e del Petrified Forest National Park, ne utilizzavano il nome generando spesso confusione tra i turisti.

Nello stesso tratto di strada dove sorgeva il Painted Desert Trading Post si potevano infatti trovare il Painted Desert Park, il Painted Desert Inn, il Painted Desert Point e la Painted Desert Tower.

Tutto ciò non era gradito alla gestione del parco, al punto che, si racconta, alla fine degli anni 50, quando la vecchia highway necessitava di essere riasfaltata, ci furono pressioni da parte del management del parco affinchè la si spostasse dal punto in cui era al fine di “affamare” le altre attività, soprattutto il Painted Desert Park (un negozio di souvenir), con il quale c’erano sempre stati grossi attriti.

Ed infatti la strada venne spostata in corrispondenza della attuale I40 (che peraltro ereditò questo tratto di Route 66 una volta inaugurata), tagliando di fatto fuori il Painted Desert Trading Post dal consueto traffico della vecchia highway.

Dotch abbandonò il trading post al suo destino, spostandosi a vivere nella vicina Holbrook dove, appassionato di rodei, aveva iniziato ad addomesticare cavalli.

Dotch morì nel 1964 per le conseguenze di una caduta da cavallo mentre era intento ad addomesticarlo.

E’ sempre stato un luogo misterioso il trading post, un locale del quale si raccontano tantissime vicende bizzarre, in bilico tra realtà e leggenda.

Tra queste, sicuramente una delle più famose, fu quella dell’atterraggio di un aeroplano da turismo.

Si racconta che il pilota, accorgendosi di essere a corto di carburante, sfruttò il tratto di Route 66 che passava accanto al trading post per atterrare e riempire il serbatoio, come fosse una qualsiasi berlina.

Storie bizzarre appunto, come solo la Route 66 sa raccontare.

Dopo l’abbandono del trading post, la struttura ha iniziato progressivamente a deteriorarsi sotto l’implacabile forza del deserto e, purtroppo, dei vandali che sembrano prediligere i vecchi cimeli della Mother Road.

Nel 2018 la struttura, ed il terreno circostante, sono stati acquisiti da un gruppo di appassionati che sta producendo uno sforzo importante per conservarla e consegnarla al futuro.

Esperienza personale:

Ho visitato il Painted Desert Trading Post nel 2018 in occasione del mio quarto viaggio lungo la Route 66 (quella volta in direzione est, da Santa Monica a Chicago) ed è stata una delle più belle esperienze che ho vissuto sulla vecchia highway.

In quel periodo il trading post era stato già acquistato dal gruppo di appassionati che ho appena citato, e per visitarlo avevo versato un’offerta di 10 dollari, tramite Paypal, scaricai un’app per aprire un lucchetto che, insieme ad una catena, teneva chiuso un cancello che permetteva l’accesso all’interno dell’area in cui il trading post si trova.

Cancello di accesso all'ultimo tratto della Pinta Rd. Verso il Trading Post

Cancello di accesso all’ultimo tratto della Pinta Rd. Verso il Trading Post

La strada era davvero in pessime condizioni ma dal fascino e dalla bellezza unici.

In quell’occasione avevo noleggiato una berlina, una Toyota Camry, non proprio l’ideale per sterrati come quello, e quindi proseguii a passo d’uomo fino al cancello.

Anche dopo il cancello la strada, la Pinta Rd., ovvero il nome assegnato oggi a quel vecchio tratto di Route 66, seppur meno aspra di quella appena percorsa, mostrava il peso degli anni;  la mia velocità era molto bassa, ma questa volta perché volevo godermi lo splendido paesaggio che mi girava intorno.

La Pinta Rd fu sostituita alla fine degli anni 50 da un tratto più a sud che successivamente divenne parte della I40.

In lontananza si scorgeva la vecchia e malmessa costruzione, la cui forma era perfettamente riconoscibile e riconducibile alle tante foto che avevo visto online.

Ero davvero emozionato.

Painted Desert Trading Post

Il Painted Desert Trading Post e la vecchia Route 66 oggi Pinta Rd.

Arrivato li, come spesso mi accade, ero assalito dalla frenesia di fotografare tutto, come se avessi voluto “scavare” alla ricerca delle parti invisibili del suo passato.

L’atmosfera intorno a me aveva qualcosa di magico.

Il sibilo del vento interrompeva quell’eterno silenzio, un silenzio che abita il trading post da quando Dotch lo ha abbandonato.

Il locale era in condizioni precarie, ma era così come doveva essere, come il tempo ce lo aveva consegnato.

Tutto intorno c’erano cespugli di erba secca che ogni tanto il vento faceva rotolare spingendoli lontano.

Non era raccomandabile allontanarsi da quella linea disastrata che era la vecchia Route 66/Pinta Rd., perché si correva il rischio di fare incontri poco graditi, ma ogni tanto contravvenivo a questa regola, in preda alla voglia di fotografare.

Mi sentivo come se fossi stato il primo uomo a mettere piede in un posto mai esplorato prima, un posto lontano dal mondo e dalla civiltà.

Non c’era nessuno in quell’angolo di Arizona, solo poche sparute mucche che pascolavano in lontananza, mentre il sibilo del vento si faceva a volte più forte, amplificato dalle finestre del trading post che non opponevano alcuna resistenza al suo passaggio.

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L’interno del Painted Desert Trading Post

Ho girato una diretta video ed ho scattato un’infinità di foto.

E’ stata, come dicevo, un’esperienza meravigliosa in un posto che desideravo visitare da tempo e che si mostrava a me in tutta la sua estrema rudezza.

Sono davvero contento di averlo visto in quel periodo ed in quelle condizioni.

Per anni il Trading Post è stato irraggiungibile per via della strada impervia che peraltro faceva parte di una proprietà privata.

Per anni è stato il Sacro Graal della Route 66, in pochi riuscivano a trovarlo e ad arrivarci.

Da un paio d’anni sono cominciati i lavori di recupero della struttura.

Non amo molto il modo degli americani di restaurare le vecchie costruzioni, secondo me hanno la tendenza ad esagerare snaturando spesso l’essenza di un posto nel tentativo di riportarlo esattamente a come era nei suoi tempi d’oro.

I lavori di restauro, ancora in corso, gli hanno conferito una forma più regolare e solida, e questo è buono, e le erbacce tutte intorno sono state tolte ed il trading post è stato circondato da un piccolo recinto.

Ed anche questa è buona cosa, anche se quel senso di selvaggio probabilmente non c’è quasi più.

Ma davanti alla struttura sono state piazzate un paio di pompe di benzina recuperate altrove, che non sono (ovviamente) quelle che un tempo erano li davanti.

Probabilmente tutto verrà verniciato di bianco, come era un tempo, le scritte rifatte, si cercherà, come dicevo, di renderlo simile a quello che è stato.

Ma non sarà mai la stessa cosa e soprattutto chi lo visiterà potrebbe non avere la sensazione di cosa sia stato il trading post e di quanto difficile sia stata la vita li.

Ho sempre paura che la Route 66 possa diventare un insieme di discutibili ricostruzioni del suo passato, che l’uomo tenti di raccontarci cosa sia stata la vecchia highway piuttosto che lasciare a lei questo compito.

Appena possibile tornerò comunque a visitarlo (hanno anche cambiato la procedura, ed il lucchetto, per entrare rendendoli più semplici), ma forse la sensazione sarà diversa e non solo perché sarà la seconda volta.

Ma non voglio essere pessimista, anche se personalmente preferisco vedere cosa resta del passato della vecchia highway senza intermediari.

È il mio modo romantico di concepire un viaggio nel tempo lungo la Route 66.


“Lou Mitchell’s è per la colazione quello che il Vaticano è per il Cattolicesimo.”
New York Times, Novembre 1987


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Un viaggio lungo la Route 66 deve essere necessariamente westbound, da Chicago a Santa Monica.

Ce lo impone la tradizione.

Principalmente perchè ai tempi della grande depressione e del Dust Bowl, la gente si spostava verso la California, e quindi verso ovest, alla ricerca di un futuro migliore del terribile presente che stava vivendo.

Perché nel dopoguerra le agognate mete di vacanza si trovavano sulla costa ovest, perché da sempre gli americani hanno visto nell’ovest selvaggio una parte del paese da raggiungere ed esplorare, ma anche perché, banalmente, le “Numbered Highways”, di cui la US 66 è stata la figlia più famosa, erano North/South ed East/West.

Ho percorso la Route 66 tre volte in questo modo ed una volta al contrario, da ovest verso est, ed anche se quest’ultima esperienza è quella che probabilmente mi ha coinvolto di più (è stato il mio quarto viaggio quindi ha influito la conoscenza dei luoghi e soprattutto delle persone che vivono e lavorano lungo la strada), un viaggio su questa strada va affrontato, a mio parere, in modo ortodosso, come vuole la tradizione.

La tradizione è parte integrante della vecchia highway, ogni metro del suo splendido percorso ne è permeato, e quindi per godere appieno di un’esperienza come questa vale la pena rispettare quella che, secondo me, è tra le più importanti.

Ed appena lasciato il “Begin”, la tradizione ci impone subito uno stop.

Una fermata, ancora prima di uscire da Chicago, in uno dei locali più belli e rappresentativi della vecchia highway, una vera e propria istituzione: il Lou Mitchell’s.

Il locale si trova sulla Jackson Ave., per anni inizio e fine della Route 66, prima che, in tempi più recenti, la revisione dei sensi di marcia ha separato l’inizio della Route 66 (sulla Adam Str.) dalla fine (sulla Jackson Blvd.).

Oggigiorno, quindi, la Jackson è la strada che si percorre per entrare a Chicago, quella dove è piazzato il cartello “END” per chi ha percorso la Route 66 “al contrario”.

L’attività, fondata da William Mitchell, risale al 1923, tre anni prima della nascita della Route 66, che ebbe il battesimo ufficiale  l’11 novembre del 1926.

William, qualche anno dopo, attribuì al ristorante il nome di suo figlio Louis, all’epoca 14enne, ed il locale divenne famoso con il nome col quale ancora oggi è conosciuto: Lou Mitchell’s appunto.

Inizialmente il locale si trovava in un’altra zona di Chicago e nel 1949 fu spostato nella attuale location.

Il suo punto di forza è sempre stata la colazione, ed era per questo assiduamente frequentato da pendolari in procinto di raggiungere il proprio posto di lavoro.

La colazione poteva essere consumata nell’arco di tutta la mattinata, senza limiti di orario (oggi è possibile anche pranzare).

Lou ha gestito con passione il suo locale fino al 1992 anno in cui, ormai ultra ottantenne, non avendo figli che potessero prendersene cura (Lou è mancato nel 1999), lo vendette a sua nipote, Kathryn Thanasouras, cognome che in seguito è stato semplificato in Thanas, ed ai suoi due figli, Heleen e Nick.

Il ristorante quindi finiva in buone mani e soprattutto restava in famiglia, una famiglia, quella di Kathryn, che era nel business della ristorazione da diverse generazioni.

La figlia di Kathryn, Heleen, ha da subito preso le redini del locale del quale è stata per anni il volto più noto.

Gestiva il Lou Mitchell’s coinvolgendo i clienti con i suoi racconti, con aneddoti legati alla sua famiglia di origine greca, ascoltando le loro confidenze, accogliendoli con la cura e le attenzioni che di solito si riservano agli amici.

Ed al Lou Mitchell’s, infatti, la cordialità è sempre stata di casa: i dipendenti erano parte della famiglia ed i clienti degli amici.

Heleen, che ha anche partecipato come giudice in un reality culinario di una tv americana, è venuta a mancare nel 2015 a 63 anni.

Oggi è suo fratello Nick a gestire il locale.

Sono tante le personalità che negli anni hanno varcato la soglia del Lou Mitchell’s: da sportivi famosi a presidenti degli Stati Uniti, a politici, a star del cinema, ed il locale è stato spesso utilizzato come location di film ambientati a Chicago (una scena di “The Weatherman – L’uomo delle previsioni” del 2005 con Nicholas Cage è stata girata al suo interno).

 

Il Lou Mitchel’s è uno splendido tuffo nel passato: la cortesia del personale, che per ingannare l’attesa per l’occupazione di un tavolo omaggia i clienti con i propri squisiti dolci, i tavolini in formica, le vecchie foto appese un po’ ovunque, l’insegna al neon che è rimasta fondamentalmente quella di sempre, rendono questo locale un irresistibile richiamo per tutti i viaggiatori che stanno per intraprendere una delle esperienze di viaggio più belle.

Molta della fama del Lou Mitchell’s, che ha superato i confini urbani diventando un’icona conosciuta in tutto il mondo, è infatti dovuta ai viaggiatori della Route 66.

E’ tuttavia rimasto essenzialmente un locale a conduzione familiare, come avveniva in passato e come lo sono tante attività lungo la Route 66.

E questo è un aspetto vincente che lo rende diverso dai tanti locali che solitamente si trovano nelle grandi città come Chicago.

Un viaggio lungo la Route 66 che si rispetti non può non cominciare con una colazione da Lou Mitchell’s.

E chi ben comincia…

 

Nel 2006 il locale è stato inserito nel registro nazionale dei luoghi storici.