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Route 66. La Mother Road nel Mojave Desert

Pubblicato: gennaio 21, 2024 in Route 66
Goffs

Goffs (California)

“Ci aspetta Il grande deserto del Mojave.
Una striscia di ghost towns bruciate dal sole accompagna il percorso della Route 66 verso Barstow per poi scendere a San Bernardino, proseguire verso Los Angeles ed arrivare finalmente a Santa Monica, sul Pacifico.

La brezza dell’oceano da qui ci sembra lontana anni luce”
Michael Wallis, scrittore

Nell’immaginario collettivo la Route 66 è una lunga striscia d’asfalto che sparisce all’orizzonte.

Ed intorno a se il deserto.

Internet è pieno di foto che la raffigurano così.

Ma la Route 66 è molto di più: è storia, è passione, è il paesaggio che cambia lentamente colore mentre la percorri da Chicago a Santa Monica.

Si comincia con il verde delle campagne dell’Illinois per terminare con il giallo del deserto della California, passando per il rosso delle rocce del New Mexico.

Ma è il deserto che regala le emozioni più forti e per questo nella mente di chi non la conosce bene è impressa un’immagine che rappresenta in realtà solo una parte del suo percorso.

La Route 66, prima di “sfociare” nel Pacifico a Santa Monica, attraversa il deserto “terribile e luminoso”, come lo definì John Steinbeck in “Furore”.

La Route 66, in California, attraversa il deserto del Mojave.

Da queste parti, nel deserto, il nulla ed il caldo, assieme alle sparute rovine di alcune vecchie Ghost Towns, sono dei fedeli e silenziosi compagni di viaggio.

Un silenzio a volte interrotto da rumorosi, lunghissimi treni merci il cui suono è quasi una sorta di saluto ad un pezzo di storia che comunque hanno contribuito a scrivere.

Come per la quasi totalità delle cittadine lungo l’intero percorso della Route 66, anche quelle ormai scomparse nel Mojave Desert, sono nate grazie all’arrivo della ferrovia.

C’erano le cosiddette “Alphabet Towns”, un insieme continuo di piccoli agglomerati di case e di stazioni ferroviarie che da Amboy proseguivano verso est e che, per facilitare il compito dei telegrafisti, furono nominate in ordine alfabetico:

Amboy, Bristol, Cadiz, Danby, Essex, Fenner, Goffs, Home, Ibis, Java e Klinefelter.

Di loro non resta quasi nulla poiché il deserto se le è riprese.

Un tratto che lascia spazio alla fantasia, all’estro fotografico, ai pensieri ed ai sogni.

“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti”, ha scritto Michael Wallis.

Ed il deserto è stato testimone dei sogni, spesso realizzati, degli Okies, nel loro viaggio verso ovest alla ricerca di un futuro migliore, e di coloro che gestivano attività lungo questo tratto di strada che, con l’apertura delle interstates, si sono miseramente infranti sbattendo contro la voglia di modernità del paese.

E’ un tratto dal passato tanto ostile e temuto quanto ai giorni nostri sfortunato.

Nel momento in cui scrivo (gennaio 2024) una grossa porzione dello splendido tratto desertico è ancora chiusa al traffico e lo è dal 2017 quando dei violentissimi flash floods distrussero alcuni vecchi ponti di legno che si trovavano lungo la strada.

Perché da queste parti tutto è estremo: il caldo, il sole ma anche le piogge che, seppur rare, quando cadono non lasciano scampo a quel poco che resta lungo la vecchia highway.

Nei miei 4 viaggi lungo l’intero percorso della Route 66 ho avuto la possibilità di percorrere completamente il tratto desertico 2 volte (nel 2014 e nel 2016), le altre volte ho dovuto percorrere un tratto della odiata Interstate 40, da Fenner fino alla Kelbaker Rd, la strada che si ricongiunge alla 66 poche miglia ad est di Amboy.

Il Mojave Desert ha rappresentato un ostacolo enorme negli anni di pionierismo automobilistico.

Anni nei quali le automobili erano prive dei moderni confort e dell’affidabilità necessaria in condizioni  estreme: il sole ed il caldo torrido erano degli scogli molto complicati da superare.

Jack D. Rittenhouse, nel suo “A Guide Book to Highway 66” del 1946, probabilmente la prima guida della Route 66 quella a cui tutti gli scrittori che gli sono succeduti si sono ispirati, di questo tratto scriveva:

“Nei mesi caldi il viaggio da Needles a Barstow, attraverso il deserto del Mojave, è consigliabile farlo di sera, di notte o nelle prime ore del mattino.

In ogni caso, è opportuno portare con sé dell’acqua extra per l’automobile.”

Ed in effetti i viaggiatori l’attraversavano prevalentemente di notte.

“La California è proprio di la dal fiume, con una graziosa cittadina per cominciare. Needles, sul fiume. Ma il fiume non è di casa in questa zona. Da Needles si sale e si scavalca una cima riarsa, e dall’altra parte c’è il deserto. E la 66 attraversa il deserto terribile, dove la distanza pulsa e il centro dell’orizzonte è tarpato dall’incombere di montagne cupe.” John Steinbeck.

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Le loro auto erano cariche di effetti personali, materassi, ruote di scorta, animali, piene di così tanta roba da rendere spesso difficile la mobilità stessa.

Lo splendido “Furore”, il romanzo di John Steinbeck, ed il successivo omonimo film di John Ford, hanno raccontato perfettamente questa migrazione attraverso l’epopea della famiglia Joad, fuggita dall’Oklahoma verso la California alla ricerca di prospettive di vita che nella loro terra il Dust Bowl gli aveva negato.

Percorrendo la Route 66 nel deserto del Mojave, si incontrano ogni tanto piccoli cumuli di macerie, evidenti segnali che un tempo in quei luoghi estremi c’era vita, piccole comunità delle quali oggi resta solo un nome: Klondike, Bagdad, Siberia, nomi improbabili, quanto la possibilità stessa di viverci.

Oggi, da queste parti, la Mother Road si chiama National Trails Highway, una sorta di tributo al vecchio nome usato prima che diventasse US 66: National Old Trails Road.

Ma ancora prima, in quelle zone, era presente un primitivo tracciato, un sentiero per anni utilizzato dai nativi americani, che successivamente, nella metà del 1800, fu oggetto di ispezione da parte del tenente dell’esercito Edward Beale, il cui fine era disegnare il percorso di quella che sarebbe diventata la Beale’s Wagon Road .

Lo stesso tracciato fu in seguito utilizzato per la realizzazione della ferrovia, della US Highway 66 ed anche della I40.

Durante la seconda guerra mondiale lungo il tratto desertico si esercitarono le truppe del generale Patton prima di partire per il nord Africa.

Il deserto del Mojave era il luogo ideale per questo genere di attività.

I soldati si succedevano di continuo, ogni 4 mesi circa, e quando partivano erano soliti lasciare i loro nomi composti da sassi ai fianchi delle piccole colline che costeggiano la Route 66.

Era una pratica curiosa avviata, pare, da coloro che con l’auto in panne attendevano di essere soccorsi.

Forse per noia, in attesa del carro attrezzi, passavano il tempo decorando le colline in questo modo.

E’ un tratto carico di pathos, di storie e di leggende, come del resto è normale quando si parla della Route 66.

Si parte da Needles e ci si dirige verso l’Arrowhead Junction percorrendo la US 95 per poi girare a sinistra verso la Goffs Rd, un vecchio tratto di Route 66 rimasto in servizio fino agli inizi degli anni 30.

E da qui parte il deserto.

Goffs Road


Si arriva a Goffs, una delle Alphabet Towns (la lettera “G”), ormai poco più che una ghost town, nella quale fino a pochi anni fa era possibile incrociare lo splendido Goffs General Store (risalente al 1946) andato a fuoco nel 2021 probabilmente per un atto vandalico.

La nascita di Goffs, il cui nome originario era Blake, risale alla fine del 1800 quando fu la sede di un deposito di acqua e di una importante stazione ferroviaria; la ferrovia che collegava Barstow a Needles passava da qui.

Con il reistradamento della US Highway 66 poco più a sud di Goffs, avvenuto agli inizi degli anni 30, la piccola comunità ha cominciato il suo inevitabile declino.

Goffs


Proseguendo verso ovest si arriva ad un’altra Alphabet Town, Fenner (“F”) per poi arrivare ad Essex (“E”).

Erano oasi nel deserto, come il Cadiz Summit di Cadiz, altra Alphabet Town (“C”)

Il Cadiz Summit è stata una stazione di servizio, un piccolo motel, un cafè, un posto dove far riposare l’automobile dopo parecchie miglia percorse nel deserto, e dove gli stessi viaggiatori potevano trascorrere momenti di relax.

Ghiaccio, acqua, benzina, caffè, erano ciò che queste oasi nel deserto fornivano.

Oggi non servono più e del Cadiz Summit non resta molto se non poche pareti di cemento coperte da confusi murales.

Un posto estremo, torrido, arido, sinistro, lontano anni luce dalla civiltà, ma terribilmente affascinante.

E’ il fascino delle Alphabet Towns ormai scomparse, del deserto del Mojave che se le è riprese, della National Trails Hwy, insomma, il fascino della vecchia ma immortale US Highway 66.

Cadiz Summit (Cadiz)


Si è quasi ipnotizzati dal nulla del deserto mentre si percorre questo tratto di strada e, distratti dal fresco dell’aria condizionata e dalla radio accesa, si può perdere l’occasione per approfondire la vera essenza di posti come questo, raccontata dai resti di vecchie strutture che si trovano un po’ ovunque, basta rallentare il passo e guardarsi intorno.

Si attraversa Chambless  dove è l’insegna del Roadrunner’s Retreat Restaurant, un’altra delle icone di queste zone selvagge, ad attirare la nostra attenzione.

Il locale, la cui realizzazione risale agli anni 50, è stato un ristorante ed una gas station.

Il Roadrunner’s Retreat, così come il vicino Cadiz Summit, riescono a raccontare quanto intensi siano stati gli anni nei quali la Route 66 era l’unica importante arteria di collegamento tra l’est e l’ovest del paese, e raccontano anche quanto violenta sia stata la sostituzione della Mother Road  con le interstates, che qui è avvenuta agli inizi degli anni 70.

Negli anni 80 questa struttura fu utilizzata per girare alcuni spot pubblicitari e fu quindi sistemata, ma ben presto il deserto ha ripreso il suo lento ma inesorabile lavoro.

Ci sono dei tentativi di riportare questa zona agli antichi splendori, ma per ora solo uno di questi, parzialmente riuscito, riesce a resistere, poche miglia ad ovest di Chambless.

Il Roadrunner’s Retreat è oggi una bellissima e solitaria insegna lungo un tratto affascinante della Route 66, in mezzo al deserto del Mojave dove il silenzio è rotto solo dal tenue sibilo del vento.

Roadrunner’s Retreat (Chambless)


Il fascino sinistro della strada da queste parti è anche alimentato da strutture recenti.

Poco prima di arrivare ad Amboy infatti, sulla sinistra per chi sta viaggiando “Westbound”, si possono scorgere due sculture in marmo raffiguranti in apparenza dei simboli della cultura cinese.

Gli appassionati della Mother Road le hanno ribattezzate “The Guardian Lions of Route 66”.

Sono li più o meno a partire dal 2013 e sono apparse dal nulla; nessuno sa con precisione chi ce le abbia portate e che senso abbia la loro presenza li.

Si dice che qualcuno abbia acquistato il terreno ed abbia messo quelle due statue in marmo a “guardia” della zona.

E’ affascinante ed anche un po’ sinistro vederle li, in mezzo al nulla, di fianco all’interminabile e suggestivo rettilineo che conduce ad Amboy.

Le statue sono due e si trovano di poco ad ovest della Kelbaker Road verso Amboy, ad un paio di centinaia di metri dalla strada e circa 3/400 metri tra di loro.

Uno è maschio e l’altro è femmina.

Il mistero che avvolge la loro presenza su questo tratto di strada contribuisce ad alimentare le leggende intorno alla Mother Road.

Guardian Lions of Route 66 (Chambless)


La strada verso Amboy è un lungo, infinito rettilineo.

Steinbeck, nel capitolo 12 di “Furore”, quello dedicato alla Route 66, scriveva:

“Gente in fuga sulla 66.
E la pista d’asfalto luccica come uno specchio al sole, e in lontananza il riverbero crea l’illusione di pozze d’acqua in mezzo alla strada.”

Anche noi oggi probabilmente fuggiamo da qualcosa, inseguiti dalle nostre illusioni.

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Il lungo rettilineo termina in quella che sicuramente è la cittadina più rappresentativa del tratto desertico della Route 66: Amboy (lettera “A” delle Alphabet Town).

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E qui è si incontra una delle icone assolute dell’intera Mother Road: Il Roy’s Cafè.

Ne ho parlato qui.

Roy’s Motel & Cafè (Amboy)


Vedere la sagoma dell’iconica insegna avvicinarsi mentre si sta guidando è emozionante.

Il Roy’s è stato l’ambientazione per un’infinità di film e di video musicali.

E’ la location perfetta, a mio parere, per la sua solitudine, per la sua collocazione in mezzo al nulla, per il suo aspetto sinistro.

Si è in verità di molto addolcito negli ultimi tempi, una delle prime volte che ci sono passato il locale era gestito da 4 persone che vivevano ad Amboy e spesso chi era dietro al bancone ostentava una pistola agganciata alla cintura.

Gente i cui modi bruschi di relazionarsi con i viaggiatori erano come una sorta di benvenuto quando si entrava nel locale; ma vivere li non deve essere stato semplice.

Il locale è di proprietà di Albert Okura, un imprenditore americano proprietario anche del 1° Mc Donald’s di San Bernardino (sempre sulla 66) e della catena di fast food “Juan Pollo”; Albert Okura è scomparso nel 2023 a 71 anni, oggi il figlio sembra intenzionato a continuare nella gestione e nello sviluppo del locale.

L’attività fu gestita per tanti anni da Buster Burris, il genero di Roy Crowl colui che diede il nome al Roy’s.

Era un tratto estremamente pericoloso quello desertico, ed anche se erano più numerosi i guasti per ebollizione degli incidenti, Buster raccontava:

“Prima che dipingessero le strisce sulla strada, uscivo tre volte al giorno per portare via carcasse di automobili, erano per lo più macchine che si scontravano sugli stretti ponti di legno.

Portavo sempre una sega nel camion per tagliare le lamiere ed estrarre le persone.”

Era un posto molto frequentato il Roy’s, era aperto giorno e notte e quando le cabins del motel erano piene la gente dormiva in macchina nel piazzale.

Il Roy’s era una perfetta macchina da soldi, fino all’apertura della I40, nel 1973, quando la situazione cambiò radicalmente:

“Dalla fine degli anni 40 all’inizio dei ’70 questo posto era un manicomio.

Tenevamo tutto aperto 24 ore al giorno.

Avevo 90 persone che lavoravano per me full time ed in estate arrivavamo a 120.

Era gente che lavorava così tanto da cadere a letto esausta e dopo poche ore di sonno tornava di nuovo al lavoro.

Ero solito pensare che tutto il mondo passasse per Amboy in quegli anni.

Poi tutto cambiò.

L’interstate fu completata e fu come se qualcuno avesse messo un cancello sulla Route 66.”

Raccontava Buster che, in preda alla disperazione e per non pagare le tasse sugli immobili, salì sul suo bulldozer e distrusse buona parte delle costruzioni di Amboy (lui era anche il proprietario dell’intera comunità), lasciando il Roy’s e poco altro.

L’aria è sempre rovente ad Amboy, ma passeggiare tra le rovine della scuola, del vecchio motel, le cui stanze ormai desolatamente abbandonate sono aperte e visitabili, mette i brividi.

Il Roy’s Cafè è uno dei posti che amo di più della US Highway 66.

L’insegna del Roy’s Cafè fotografata dall’interno delle stanze del vecchio motel


Continuando verso ovest, attraversata la ferrovia, si passano in rassegna sparuti cumuli di rovine, spesso poco visibili dalla strada, tra questi merita una citazione Bagdad, se non altro per le sue storie bizzarre e per la confusione che può generare il suo nome con il Bagdad Cafè, che si incontrerà più avanti a Newberry Springs.

Bagdad al famoso diner ha fornito solo il nome, il vero Bagdad Cafè è sparito insieme alla piccola comunità desertica.

Bagdad è stata fondata nel 1883 in concomitanza con la realizzazione della ferrovia.

Il posto in cui si trovava era davvero inospitale, è considerato uno dei luoghi più aridi del paese.

Proprio in conseguenza del clima così estremo le fu attribuito il nome Bagdad, come la capitale dell’Iraq.

Nonostante il clima e la sua collocazione nel deserto, Bagdad è stata una cittadina fiorente, grazie alla ferrovia, alla National Trails Road che dopo il 1926 diventò US Highway 66.

Era un importante snodo ferroviario, grazie anche alle diverse miniere della zona.

C’erano hotels, ristoranti, sale da ballo, cafè ed un ufficio postale.

Si racconta che agli inizi del 1900, per attirare l’attenzione dei turisti che passavano di li col treno, gli abitanti di Bagdad erano soliti riempire l’Amboy Crater (il vulcano non molto distante dal Roys Cafè e da Bagdad) con sterpaglie alle quali davano fuoco facendo credere che il vulcano stesse per eruttare.

Amboy Crater

Amboy Crater


Negli anni 50, dopo essere sopravvissuta a diversi incendi, Bagdad, fortemente ridimensionata, viveva del traffico dei viaggiatori della Route 66 e con l’apertura della I40, nel 1973, i pochi abitanti hanno cominciato ad abbandonarla al suo destino.

Russell A. Olsen scrive:

“Oggi non c’è alcuna prova che Bagdad sia realmente esistita.”

Ai giorni nostri, infatti, di Bagdad non resta più nulla se non un albero, circondato da mattoni, ed un piccolo cimitero poco più in la rispetto alla sede stradale.

Il deserto se l’è definitivamente ripresa.

Bagdad

Bagdad


E poi Newberry Springs ed il suo Bagdad Cafè il cui nome originale era Sidewinder Cafè.

Un’altra delle icone di questo tratto della Route 66.

E’ il risultato del successo di un film, Bagdad Cafè appunto, di Piercy Adlon.

Un film del 1987, un pezzo di pura poesia, che racconta la storia di un’amicizia tra due donne completamente diverse tra loro, la proprietaria del cafè ed una turista tedesca lasciata dal marito nel mezzo del deserto del Mojave.

Un film ed una colonna sonora, “Calling you” di Jevetta Steele, davvero molto belli.

Negli anni 90 la proprietaria del locale, Andree Pruett, gli cambiò nome adottando quello del film.

Andree era intenzionata a lasciare Los Angeles, dove viveva, per trasferirsi da qualche parte con l’idea di allestire una fattoria ed allevare struzzi, quando si fermò nel Sidewinder Cafè nel quale sostenne di aver mangiato l’hamburger più buono della sua vita.

Il locale era in vendita così il marito ed il figlio, nonostante lei fosse inizialmente contraria, la convinsero ad acquistarlo.

Il film Bagdad Cafè ha avuto molto più seguito in Europa (in particolare in Francia dove ha vinto dei premi prestigiosi) di quanto ne abbia avuto negli USA ed infatti gran parte della clientela è europea.

Non è inusuale vedere pullman di turisti che fanno tappa al locale solo per rivivere le scene del film.

Bagdad Cafè (Newberry Springs)


Di fianco al cafè c’è l’insegna dell’Henning Motel, anch’esso visibile nel film.

Un’insegna imponente, l’unico elemento rimasto in piedi del vecchio motel le cui camere sono state abbattute intorno al 2015, probabilmente per lo stesso motivo per il quale Buster Burris distrusse gran parte della comunità di Amboy.

L’insegna dell’Henning Motel


Prima di arrivare a Barstow, al termine del tratto più impervio, si incrocia Daggett, una cittadina tipicamente western nella quale storie e leggende si rincorrono.

La nascita di Daggett, il cui nome originario era Calico Junction, risale alla fine del 1800.

Era al contempo una cittadina molto vivace e frequentata, grazie soprattutto alle vicine miniere di Calico che attiravano persone da ogni dove in cerca di fortuna.

C’erano saloon, bordelli, sparatorie ed impiccagioni con una discreta frequenza.

Nel 1883 Calico Junction fu rinominata in Dagget, dal nome di uno dei proprietari delle miniere di Calico.

Si raccontano tante storie tipicamente da selvaggio west su Daggett, una di queste narra di un prete che arrivò a Daggett perché in quella cittadina non c’erano chiese e si doveva in qualche modo provvedere.

Teneva le sue affollate messe in una scuola e la gente era sempre molto generosa con le donazioni.

Una volta chiese a coloro che ritenevano di essere stati salvati dal Signore di alzarsi in piedi, ma nessuno si alzò.

Allora chiese a coloro che volevano essere salvati dal Signore dai peccati che avevano commesso di alzarsi in piedi, ma ancora una volta nessuno si alzò.

Il reverendo allora, colto da disperazione lasciò Daggett il giorno dopo etichettandola come la città peggiore che avesse mai conosciuto.

Di Daggett spicca il Desert Market, un general store che, come indica l’iscrizione posta in alto alla struttura, risale al 1908 anche se in verità esisteva anche prima ma la costruzione venne distrutta da un incendio.

Il nome iniziale era “Ryerson’s General Store” ed era il luogo nel quale i cercatori d’oro vendevano la polvere del prezioso metallo.

E’ stata anche una gas station.

Desert Market (Daggett)


E si arriva infine a Barstow, dove solitamente considero concluso il fascino della Mother Road, anche se prima di immergersi nel traffico caotico dei sobborghi di Los Angeles ci sono ancora alcune affascinanti attrazioni da vedere (il Bottle Tree Ranch del compianto Elmer Long su tutte).

Barstow


Bottle Tree Ranch (Oro Grande)


Un viaggio lungo la Route 66 regala sempre tante emozioni.

Per la sua storia, per il paesaggio che cambia davanti ai nostri occhi e per la gente che ti accoglie sempre col sorriso.

Nonostante il mio cuore batta per la parte est della Mother Road, il tratto desertico suscita sempre forti emozioni ogni volta che lo percorro.

È un tratto intenso, carico di pathos, dove la solitudine ed il caldo ti attanagliano.

Un tratto carico di storie di passione, speranza e sofferenza.

Un tratto temuto, rispettato, che ci riporta a tempi in cui viaggiare era un piacere ma anche un’avventura da affrontare con attenzione.

Molto oggi è cambiato.

Sono cambiate le automobili, la concezione stessa dei viaggi ed è cambiata la gente che volutamente sceglie di percorrere questo tratto di strada in alternativa alla più veloce e sicura I40.

Tom Teague scriveva:

“I viaggiatori che percorrono l’interstate possono attraversare il Mojave Desert in meno di 2 ore senza mai cambiare marcia.

Ma i primi viaggiatori della Route 66 potevano ritenersi fortunati se riuscivano ad attraversarlo in 2 giorni.”

Si, oggi ci si impiega molto meno di un tempo, anche percorrendo la Route 66 lo si attraversa con poco più di due ore, compreso il tempo necessario per rendere omaggio alle Alphabet Towns.

E sono, a mio parere, le due ore più belle di tutto il viaggio.


 

“Alla fine della seconda guerra mondiale, i viaggiatori si resero conto che la Route 66 nel deserto del Mojave era un posto pericoloso.”

Quinta Scott, fotografa e scrittrice

Route 66. Addio Ramona!

Pubblicato: agosto 4, 2023 in Route 66

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Sono notizie che fanno male e che lasciano senza parole.

Ramona Lehman, la storica proprietaria del Munger Moss Motel di Lebanon in Missouri è morta all’età di 85 anni.

Ho dormito 2 volte al Munger Moss ed è sempre stata una bellissima esperienza.

Il suo caloroso abbraccio prima di lasciare il motel per proseguire il viaggio lungo la Mother Road, le sue raccomandazioni di fare attenzione alla guida resteranno impresse nei miei ricordi.

La prima volta che arrivai li era il giorno del suo compleanno, a maggio del 2017, e parlando mi confidò di essere una donna felice per i sogni realizzati e per la bella famiglia che aveva creato insieme a suo marito Bob.

La seconda volta che passai al Munger Moss mi abbracciò piangendo raccontandomi della malattia del marito Bob, che di li a qualche mese (nel 2019) se ne sarebbe andato.

Le portai diverse foto del suo motel che avevo scattato la volta precedente e passai una bellissima serata ad ascoltare i suoi racconti legati all’acquisto dello storico Munger Moss.

E’ stata una delle figure storiche più amate dal popolo della Route 66 al quale mancherà terribilmente.

Un’altra straordinaria persona della Route 66 ci lascia per sempre, un altro pezzo della vecchia highway che se ne va.

Addio Ramona!


Route 66. Glenrio

Pubblicato: Maggio 21, 2023 in Route 66
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Il Texas Longhorn Motel oggi e ieri

“Glenrio era affollata come una bettola a mezzogiorno.
Dal 1910 al 1934 questa cittadina di frontiera ha prosperato ed ha perfino ospitato un quotidiano, il “Glenrio Tribune”.
Nel 1920 Glenrio aveva un hotel, una ferramenta, ed un ufficio del catasto.
Nel 40 John Ford ci ha anche girato alcune scene di “Furore”.
I tempi di gloria se ne sono ormai andati da tempo.
Oggi ci vivono più cani che persone.
La piccola cittadina a cavallo tra due stati si è evoluta in un’oasi di cespugli e di roadrunners a caccia di rettili per la cena.
Ciononostante, i viaggiatori si fermano ancora e le rendono omaggio.”
Michael Wallis, scrittore

Glenrio, ovvero quel che resta di un tempo ormai lontano.

Quelle vecchie, consumate costruzioni ricordano ancora il tempo in cui questa piccola cittadina a cavallo tra due stati era fiorente.

Glenrio ci racconta degli Okies e dei loro viaggi della speranza verso la California.

Ci racconta di un tempo nel quale viaggiare era un’avventura, per via delle difficoltà nel percorrere la vecchia highway con delle automobili prive dei moderni confort ed affidabilità, ma era al tempo stesso un piacere.

Glenrio è stata una piccola cittadina al confine tra Texas e New Mexico, tra le contee di Deaf Smith e Quay, più o meno al centro tra quelle che oggi sono due tappe fondamentali di un viaggio lungo la Route 66: Amarillo in Texas e Tucumcari in New Mexico.

Come molte comunità lungo la vecchia highway, anche Glenrio nacque come accampamento durante la realizzazione di una ferrovia.

In questo caso si trattava della ferrovia che avrebbe collegato le cittadine di Amarillo e Tucumcari per poi proseguire fino alla costa del Pacifico.

Le prime tracce di questa comunità si hanno nel 1903, anno in cui questo tratto di ferrovia iniziò ad essere costruito dalla Rock Island & Pacific Railroad, un tratto che venne completato intorno al 1910.

Nel 1907 un colonnello dell’esercito americano fu incaricato di occuparsi della promozione di questo nuovo insediamento al quale in prima istanza assegnò il nome di Rock Island, in onore della compagnia ferroviaria impegnata nella realizzazione dell’importante arteria di collegamento.

Nei primi anni del 1900 il piccolo insediamento, oltre che dalla ferrovia, era attraversato dalla Ozark Trail Road, una delle prime strade di collegamento east/west costruite nella regione del Panhandle ed una delle principali strade storiche che in seguito hanno ceduto il percorso alla US Highway 66.

Nel 1910, in concomitanza con l’inaugurazione della stazione ferroviaria, la piccola comunità cambiò nome diventando Glenrio, dall’unione di due parole, la scozzese Glen (valle, canale) e la spagnola di Rio (fiume) ed iniziò a conoscere un discreto incremento della popolazione residente che passò a circa un centinaio di unità.

Negli anni 20 a Glenrio c’era un hotel, una ferramenta, un ufficio del catasto, diversi negozi di alimentari, service stations e diners.

Aveva anche un giornale, il Rock Island Tribune, diventato in seguito Glenrio Tribune, che fu operativo tra il 1910 ed il 1934.

Era quindi una cittadina molto attiva e dal business fiorente.

La natura di queste attività, prevalentemente legata alla ferrovia, si trasformò ben presto in supporto ai viaggiatori che percorrevano la strada che attraversava la piccola comunità.

Nel 1926, infatti, con l’inclusione della Ozark Trail Road nel percorso della nuova Highway 66, Glenrio partecipò al boom di questo nuovo genere di attività.

Durante gli anni ’30, la nuova Route 66, che in corrispondenza di Glenrio era a due corsie, fu asfaltata.

In quegli anni non c’erano bar sul lato texano della comunità, poiché la contea di Deaf Smith era una cosiddetta “Dry county”, dove era quindi vietata la vendita di alcoolici, mentre nessuna stazione di servizio era presente sul lato del New Mexico a causa delle elevate tasse sulla benzina applicate dalla Land of the Enchantment.

Tra i nuclei familiari che hanno segnato la storia di Glenrio si ricordano la famiglia Ferguson (proprietaria di alcune stazioni di servizio e dello storico State Line Bar), la Ehresman e la Brownlee.

Di queste ultime due restano dei richiami agli anni d’oro di Glenrio tutt’ora molto popolari tra i viaggiatori della vecchia highway.

Omer Ehresman a metà degli anni 50 costruì lo State Line Café and Gas Station e il Texas Longhorn Motel, il motel con la famosa insegna “The last stop in Texas”, lato Texas per chi stava lasciando il Lone Star State, e “The first stop in Texas”, lato New Mexico, per chi entrava nello stato dalla stella solitaria.

Alla famiglia Brownlee si deve invece la proprietà, oltre che di diverse gas stations, del “Brownlee Diner”, conosciuto anche come “Little Juarez Cafè”, una costruzione realizzata agli inizi degli anni 50, visibile anche nel film di animazione “Cars” del 2006, con l’insegna “Glenrio Motel”.

Negli anni 40 alcune delle scene del film “Furore” (“The grapes of wrath”) di John Ford, tratto dall’omonimo libro di John Steinbeck, furono girate a Glenrio.

Glenrio era davvero molto trafficata tra gli anni 50 e 60; coloro che in quegli anni vi lavoravano ricordano le colonne di automobili in coda per fare benzina e le file presso i cafes ed i diners.

Le attività commerciali erano impegnate tutto il giorno per dare supporto ai viaggiatori.

Negli anni 60 la comunità di Glenrio poteva contare su 2 motels, 3 diners ed almeno 7 stazioni di servizio.

Lo sviluppo economico ed il benessere di Glenrio terminarono nel 1975, anno in cui in quella zona venne inaugurata la Interstate 40, che di fatto ha azzerato il business della piccola comunità.

Le attività vennero abbandonate o spostate in prossimità della nuova arteria di collegamento interstatale, come accadde alla famiglia Ehresman, proprietaria del Texas Longhorn Motel, che spostò la propria attività aprendo un motel ad Endee nelle vicinanze della I40.

Glenrio cadde quindi in rovina, quasi tutti i residenti l’abbandonarono e le costruzioni un tempo fulcro economico della comunità, cominciarono ad essere erose dal tempo e dai vandali.

Glenrio oggi è una ghost town, probabilmente la più popolare ed amata dai viaggiatori della Route 66.

Esperienza personale

Ho attraversato Glenrio 5 volte durante i miei viaggi lungo la Route 66 e per 3 volte ho percorso il tratto sterrato che la collega a San Jon in New Mexico.

Nutro un particolare affetto per questa cittadina.

Guidando da est ci si arriva percorrendo un breve tratto di I40 da Adrian fino ad un’uscita il cui nome è altrettanto iconico quanto la cittadina stessa, un nome che secondo me riassume perfettamente quello che il viaggiatore andrà ad incontrare lasciando l’Interstate: la Exit 0.

Zero, come quello che resta della prosperità di questo luogo, zero come i segnali di vita che si percepiscono quando l’attraversi, ad eccezione dei rattlesnakes e di qualche cane.

Uno zero che tuttavia si trasforma in 1000, 100.000 un milione, quando a parlare sono le emozioni che Glenrio, nonostante tutto, riesce ancora a trasmettere a chi, come me, ama la Route 66 e la sua storia.

Glenrio la riassume perfettamente, anche se a differenza di altre comunità lungo la vecchia highway, non si è mai più rialzata dopo tutti questi anni trascorsi dall’apertura della I40.

Ma personalmente l’ho sempre preferita così con i suoi ruderi che raccontano con dovizia di particolari quello che è stata a differenza delle tante finte ghost towns ricostruite ad uso e consumo dei turisti che spesso popolano gli USA.

Sono entrato a Glenrio 3 volte da est e due da ovest; l’ingresso da est è quello che preferisco, sempre dopo una sosta al midpoint di Adrian.

Entrando a Glenrio l’emozione prende il sopravvento man mano che le prime testimonianze dei suoi anni d’oro si affacciano all’orizzonte.

Texas Longhorn Motel

C’è un briciolo di timore generato dai cartelli che consigliano i viaggiatori di non addentrarsi all’interno di quei ruderi poiché sono comunque di proprietà privata.

Il Brownlee Diner

C’è il Texas Longhorn Motel, con la sua insegna decadente e quasi del tutto cancellata dai vandali, ed il Brownlee Diner, tra le costruzioni più fotografate della piccola ghost town.

Il silenzio la fa da padrone ed è rotto solo dal sibilo del vento e dal sinistro suono dei rattlesnakes.

Una delle volte che passai di li in direzione Tucumcari, mi imbattei in una tartarughina che lentamente stava attraversando, da una sponda all’altra, quella strada storica.

E’ stata una delle poche forme di vita con le quali ho incrociato il mio cammino li a Glenrio.

Mi fermo sempre ad osservare quelle rovine cercando di immaginarle nei suoi anni d’oro, con la ferrovia e la gloriosa highway che ne hanno garantito, per un lungo periodo, una prospera esistenza.

Il sole, che è sempre forte, ed il vento caldo donano un fascino sinistro e selvaggio a quel che resta di Glenrio.

E percorrere il tratto sterrato che la collega a San Jon è altrettanto emozionante quanto liberatorio: è una delle tante possibilità offerte dalla vecchia highway di farla finita con le interstates ed il loro caos.

Purtroppo, tra il 2021 ed il 2022, qualcuno ha acquistato l’area di Glenrio per realizzare aree di sosta per i camper e forse un motel ed altre attività commerciali.

Quindi a distanza di quasi 40 anni anche Glenrio riprenderà vita.

Non sarà mai più quella di prima, non sarà mai più un vero tuffo nel passato e le emozioni che il suo fascino regalava non ci saranno più.

Il tetto del Texas Longhorn motel è stato demolito verso la fine del 2021, un atto di barbarie che a mio parere poteva essere evitato.

Di getto, appena saputo di Glenrio scrissi queste righe: Avrà senso chiamarla ancora “Historic”? interrogandomi sull’opportunità di usare ancora l’aggettivo “Historic” per definire qualcosa che la storia la stava pian piano letteralmente demolendo.

Certo, si possono rivitalizzare anche le ghost towns lungo la Route 66, iniettando nuova linfa, dando un’immagine nuova per attrarre turismo, ma la storia andrebbe rispettata.

Purtroppo gli edifici storici di quasi tutta la Route 66 sono posseduti da privati e la loro vendita li espone inevitabilmente all’eventualità di una demolizione; è già successo tante volte lungo la vecchia highway.

Ed è anche quello che probabilmente accadrà a Glenrio ed alle sue icone storiche.

E quindi… addio Glenrio, ti ho visitata 5 volte, ti ho amata e mi hai regalato emozioni forti.

Ho tante foto e diversi video che mi parleranno di te ed anche grazie a questi custodirò i miei ricordi meglio di quanto la tua gente ha fatto con te.


“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti”
Michael Wallis, scrittore

Un breve video girato a Glenrio:

Alcune foto scattate a Glenrio


Route 66. Seligman

Pubblicato: aprile 22, 2023 in Route 66
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Historic Seligman Sundries – Seligman (Arizona)

“Seligman non esisterebbe senza la Route 66.

E la Historic Route 66 non esisterebbe senza Seligman.”
Roger Naylor, scrittore


Seligman è senza dubbio una delle cittadine più conosciute della Route 66 ed è anche tra le più amate dagli appassionati della vecchia highway.

E’ la più conosciuta soprattutto per la sua collocazione geografica che la pone nelle vicinanze del Grand Canyon e quindi rappresenta un punto di passaggio per coloro che visitano il famoso parco e proseguono il proprio viaggio verso Los Angeles.

Sono in molti che, attratti dal fascino che il nome “Route 66” trasmette, decidono di attraversare la piccola cittadina dell’Arizona anche solo per immergersi un po’ in un mondo così famoso ma del quale a volte non ne sanno molto.

Molti se ne appassionano e magari decidono di percorrere per intero la vecchia highway in uno dei loro viaggi futuri, altri, probabilmente con gli occhi ancora pieni delle bellezze dei parchi che hanno appena visitato ed ignorando quasi del tutto la sua storia e quella della strada che l’attraversa, non la capiscono e la denigrano.

Seligman è una città ferroviaria, come tante, quasi tutte le comunità che si trovano lungo la Route 66.

E’ nata nel 1886 con il nome Prescott Junction e si trova nella Yavapai County.

Il nome Prescott Junction deriva dal fatto che, in quegli anni, rappresentava il crocevia tra la ferrovia che collegava la cittadina di Prescott e la linea ferroviaria principale della Atlantic & Pacific Railroad.

La compagnia ferroviaria in quegli anni decise di spostare molte sue infrastrutture a Prescott Junction e per questo motivo la cittadina cominciò a fiorire.

Una decina di anni più tardi Prescot Junction diventò Seligman, in onore dei fratelli Seligman, tra i maggiori azionisti della ferrovia.

Seligman, come altre cittadine lungo questo tratto della Route 66, era originariamente attraversata dalla Beale’s Wagon Road (vedi “Beale’s Wagon Road” per approfondimenti), che successivamente diventò National Old Trails Highway ed infine, nel 1926, U.S. Highway 66 (“Doveva chiamarsi 60”).

Seligman è la città natale di uno dei personaggi più amati della Route 66, Angel Valadez Delgadillo (vedi “Angel Delgadillo”), un uomo chiave per la rinascita della Route 66 e per la sua trasformazione in una delle mete più popolari dei viaggi negli USA.

Seligman ha conosciuto momenti di forte crescita economica, grazie alla concomitante presenza della Route 66 e della ferrovia.

Come racconta Angel Delgadillo, c’erano momenti nei quali era addirittura impossibile attraversare la strada, la Route 66, da un marciapiede all’altro per l’enorme quantità di automobili che, soprattutto durante il periodo di chiusura delle scuole, passava per Seligman.

Tuttavia tutto cambiò nel Settembre del 1978 quando, con l’apertura della Interstate 40 nei pressi di Seligman, il traffico automobilistico che attraversava la piccola comunità dell’Arizona si interruppe. Fu come se qualcuno avesse chiuso un cancello lungo la Route 66.

In concomitanza con l’apertura della I40 anche le infrastrutture della ferrovia a Seligman vennero chiuse.

Fu la sua definitiva condanna a morte.

Ed è qui che entra in gioco la testardaggine di Angel Delgadillo che, insieme ad altri gestori di locali della zona, costituì quella che di fatto fu la prima associazione legata alla Route 66 (la “Route 66 Association of Arizona”), attraverso la quale iniziò a coinvolgere le autorità dello stato dell’Arizona con l’obiettivo di rivitalizzare la sua Seligman evitandole quella che appariva come una fine inevitabile.

Dopo anni di battaglie e di sofferenza (“non avevamo niente da mettere sul piatto per mangiare in quei 10 anni” mi raccontava Angel in uno dei miei incontri con lui), lo stato dell’Arizona, nel 1987, riconobbe il tratto tra Kingman e Seligman come strada dall’interesse storico: “Historic Route 66”, il primo tratto della vecchia highway a fregiarsi di quel nome.

Ci sono molti locali storici a Seligman.

Il Copper Cart, il locale dove si riuniva l’associazione di Angel (oggi diventato Route 66 Motoporium) con la sua bellissima insegna o l’Historic Seligman Sundries, il locale più vecchio della comunità, un bellissimo gift shop (visibile anche nel video della canzone “Spicifrin boy” di Zucchero) che è stato negli anni un cinema, un trading post ed una sala da ballo.

Per non parlare dei numerosi, splendidi motels storici.

Molti, tra coloro che non hanno mai percorso interamente la vecchia highway, pensano che tutta la Route 66 sia come Seligman.

La Route 66 è lunga quasi 4000Km, attraversa 8 stati molto diversi tra di loro ed ognuno di essi fornisce alla strada il suo imprinting.

Mi sento di dire che, relativamente all’Arizona, Seligman è la cittadina che meglio di altre riesce a dare l’idea di cosa abbia rappresentato la Route 66 da quelle parti, sia negli anni del suo boom che in quelli del suo declino.

E lo fa senza artificiosi espedienti come accade, ad esempio, per altre cittadine non molto distanti.

Seligman è stata una cittadina fondamentale per la rinascita dell’interesse intorno alla Route 66 e la presenza di Angel Delgadillo, con i suoi racconti ed il suo contagioso sorriso che dona serenità e gioia, la rendono un riferimento imprescindibile per conoscere la storia della vecchia highway.

Lo staff di Cars, il film di animazione della Pixar del 2006, ha attinto a piene mani da Seligman e soprattutto dai racconti di Angel.

Seligman è un concentrato di passione, di resilienza e di visione ottimistica del futuro.

Una cittadina data per spacciata che con forza ha saputo reinventarsi per non morire.

Esperienza personale:

Sono arrivato la prima volta a Seligman in un tardo pomeriggio di settembre, dopo un copioso acquazzone che a Flagstaff, da dove provenivo, aveva assunto la forma di una violenta grandinata.

La strada, che per gran parte di quel tratto (ad eccezione dello sterrato di Parks) è la I40, era coperta di bianco e la percorsi a bassa velocità per paura di sbandare.

Interstate 40 in direzione West

Anche lo sterrato di Parks era ai limiti della praticabilità per via della pioggia, ma nonostante ciò non me la sentivo di lasciarlo e lo percorsi per intero fino a Williams.

Il vecchio tratto sterrato della Route 66 in prossimità di Parks

In prossimità di Seligman, poche miglia ad ovest di Ash Fork per la precisione, si lascia definitivamente la I40 che in Arizona, fin dal confine con il New Mexico, ha sostituito la vecchia highway, per imboccare quello che è il tratto continuo più lungo della Route 66 che ci accompagnerà fino al confine con la California.

Torna la Route 66, quella che ti ruba il cuore, quella che da queste parti è un infinito rettilineo circondato da paesaggi aridi, ma non ancora estremi come quelli che si incontreranno più avanti in California.

Crookton Rd./Route 66 poche miglia ad ovest di Ash Fork

A Seligman, quella volta, soggiornavo allo Stagecoach 66, uno dei bellissimi motels storici ancora operativi in città.

Stagecoach 66

Il primo impatto con la comunità fu subito piacevole.

Sono tornato a Seligman altre volte, in totale 5, ed ogni volta la sua atmosfera colorata e gioiosa mi ha contagiato.

Fondamentale per Seligman, per la Route 66 ed uno dei motivi delle mie scorribande nella piccola cittadina dell’Arizona è la presenza di Angel Delgadillo, un meraviglioso personaggio che ho avuto il privilegio di incontrare 3 volte.

Oltre agli incontri con Angel, adoro percorrere a piedi la Route 66 entrando nei locali che si trovano ai suoi lati: il Motoporium, il Seligman Sundries, ho mangiato al Roadkill Cafe, dove ho gustato uno degli hamburger più buoni della Route 66, al Roadrunner Cafè, allo Snow Cap del defunto fratello di Angel, Juan Delgadillo (venuto a mancare nel 2004); oggi il locale è gestito da John, il figlio di Juan, ed è impossibile restare impassibili di fronte alla sua simpatia.

Io e John Delgadillo

Seligman è sempre nel mio cuore, è uno dei simboli della resurrezione della vecchia highway e come lei non morirà mai.


“Quando nel 1978 siamo stati bypassati dalla interstate, alcune attività hanno iniziato a risentirne pesantemente, è iniziata una lotta per la sopravvivenza e quelle più forti ce l’hanno fatta. Abbiamo aspettato che il mondo ci riscoprisse, che prendesse coscienza che la Route 66 non era stata completamente distrutta.

Abbiamo formato la nostra associazione. Abbiamo avuto un primo incontro al Copper Cart. Fu coinvolta gente di Kingman, Truxton, Oatman e di altre comunità di questo tratto della Route 66.

Ben presto abbiamo iniziato a vedere i risultati di questo nostro impegno: molte persone iniziarono ad uscire dalla interstate per tornare nelle nostre città e lungo la vecchia highway.

Molta gente sta ancora arrivando.

E credo che lo farà sempre.”

Angel Delgadillo, The Guardian Angel of Route 66.



Un breve video con Angel Delgadillo:

Route 66. Buon Compleanno Angel!

Pubblicato: aprile 19, 2023 in Route 66

Durante la Grande Depressione, la vita diventò difficile, mio padre aveva poco lavoro e ci stavamo preparando ad unirci alla gente in fuga verso la California.
La nostra casa era pronta per essere chiusa e mio padre ed i miei fratelli prepararono la nostra Ford T, avevano anche costruito un rimorchio per trasportare tutte le nostre cose.
Ero molto piccolo ed ero davvero impaurito per quello che ci poteva capitare.
Fu allora che i miei fratelli Juan e Joe ottennero un lavoro come musicisti in una band che suonava lungo la Route 66, e non siamo più dovuti partire.”
Angel Delgadillo, The Guardian Angel of Route 66


Buon Compleanno Angel!

Una figura leggendaria della Route 66, Angel Valadez Delgadillo, “The Guardian Angel of Route 66” oggi compie 96 anni.

Angel è nato il 19 aprile del 1927 ed ha legato indissolubilmente la sua vita a quella della Mother Road.

Senza il suo impegno, la sua testardagine, con buona probabilità oggi non avremmo avuto modo di vivere il sogno di percorrere una strada meravigliosa.

Ho incontrato 3 volte Angel (nel 2016, nel 2017 e nel 2018) ed è stato sempre estremamente emozionante.

Per qualsiasi appassionato della Route 66, Angel Delgadillo è una vera e propria leggenda vivente.

Questa è in breve la sua storia:

Questo è un breve video che abbiamo girato con lui:

Queste sono alcune delle foto scattate con lui:

Auburn Brick Road (Illinois)

Pubblicato: marzo 18, 2023 in Route 66
Auburn Brick Road

Auburn Brick Road

“Se consulti una mappa stradale aggiornata ti accorgerai che quella linea sottile che un tempo era la Route 66 è spesso tagliata a pezzi dalla intestate.
Ma molto della vecchia highway è ancora li ed oggi è perfino più eccitante di allora.
Quando riconquisti qualcosa che temevi di aver perso, il sentimento che provi è di gran lunga più dolce.”

Tom Snyder, scrittore e fondatore della US Route 66 Association


La Route 66 che conosciamo oggi è l’insieme dei tratti che durante i suoi 59 anni di servizio hanno fatto parte della U.S. Highway 66.

Non è quindi un semplice percorso che collega il punto “A” (Chicago) al punto “B” (Santa Monica), ma un agglomerato di strade che, anche per un breve periodo, hanno fatto parte della Mother Road.

Tratti abbandonati per ragioni di sicurezza (perché il volume di traffico stava diventando importante ed i rischi per gli automobilisti aumentavano), per ragioni legate a necessità storiche (il passaggio dei blindati durante la seconda guerra mondiale) o anche per ragioni politico/clientelari.

Questi vecchi tratti abbandonati hanno molto da raccontare e per questo non vanno mai trascurati quando si pensa ad un viaggio lungo la Mother Road.

In Illinois ce n’é uno tra i più belli dell’intero percorso della vecchia highway: la Auburn Brick Road.

E’ un brevissimo tratto di strada, poco più di 2 Km, che si immerge nelle campagne dell’Illinois.

La vecchia highway è arrivata a noi in diverse forme: sterrata, asfaltata, pavimentata in cemento portland e, nel caso della Auburn Brick Road, pavimentata in mattoni rossi.

Questo bellissimo tratto di strada fu ereditato dalla precedente IL4, la strada che prima della 66 collegava Chicago a St. Louis, ed ha fatto parte del percorso della Mother Road dal 1926 al 1930.

La IL 4, la cui realizzazione risale agli inizi del secolo scorso, fu una delle prime strade ad essere interamente pavimentate, caratteristica questa trasferita alla Route 66 dopo il 1926 (il tratto in Illinois fu quindi uno dei primi della Mother Road ad essere interamente pavimentato).

Tuttavia, durante la sua appartenenza al percorso della Route 66, la superficie della Auburn Brick Road non era in mattoni, così come la vediamo oggi, ma in cemento.

Nel 1930, in conseguenza del crescente numero di veicoli circolanti, la Route 66 “licenziò” la vetusta IL4 per spostarsi più ad est, nel tratto che ancora oggi passa per Litchfield.

Fu un cambiamento molto importante.

La Route 66 prometteva benessere e grandi opportunità a coloro che la percorrevano e che vivevano lungo il suo percorso e per non perdere queste opportunità alcune attività la seguirono, come ad esempio uno storico locale della 66, l’Ariston Cafè, che si spostò da Carlinville, sulla Route 66/IL4, a Litchfield, dove ancora oggi la vecchia highway fa tappa.

Entrambi i tronconi della Route 66 sono oggi percorribili.

Da quelle parti, come del resto lungo tutto il percorso della vecchia highway, è abbastanza frequente imbattersi in cartelli che indicano gli anni nei quali la Mother Road è passata di li.

La nostra IL4, di cui la Auburn Brick Road faceva parte (Auburn Brick Road o Illinois Brick Road sono denominazioni attribuite in tempi recenti a questa strada), a partire dal 1930 divenne quindi estranea al percorso della vecchia 66.

Due anni dopo, nel 1932, questo piccolo tratto di strada venne allargato di circa un metro, furono eliminate alcune curve troppo pericolose e, soprattutto, fu pavimentato in mattoni rossi.

La Auburn Brick Road è entrata a far parte del registro nazionale dei luoghi storici e nella descrizione che viene fatta nel documento di registrazione si può leggere:

“Per una ragione ancora oggi non chiara, il tratto in cemento Portland esistente è stato ampliato da 16 a 20 piedi e ripavimentato con dei mattoni.”

La “ragione non chiara” ha dato adito a diverse speculazioni, tra le quali, la più accreditata, vuole che il rifacimento della superficie della strada fosse stato esplicitamente chiesto da un governatore dello stato dell’Illinois che all’epoca aveva rapporti molto stretti con una fabbrica di mattoni.

Un rapporto clientelare come se ne raccontano diversi lungo questa parte della Route 66.

A tal proposito la scrittrice e fotografa Quinta Scott racconta:

“L’Illinois ha pavimentato le sue strade anni prima del resto degli stati lungo la 66…

… All’inizio era una strada in cemento, poi pavimentata in mattoni e poi di nuovo in cemento.

Tre strati di pavimentazione.

La superficie della strada dipendeva dagli interessi finanziari del governatore in carica.”

Al di la delle motivazioni che hanno portato alla ripavimentazione della ormai ex Route 66, di fatto la Mother Road, nel periodo in cui era in servizio lungo questo tratto, non è mai stata in mattoni, ma in cemento come il resto della IL4.

Storie e leggende a parte, la Auburn Brick Road è senz’altro uno dei tratti più belli della vecchia highway ed il rosso dei mattoni, seppur postumi alla sua appartenenza alla Route 66, le conferiscono un fascino unico.

Ubicazione:

La Auburn Brick Road è un tratto della vecchia IL4/Route 66 lungo circa 2km, è ubicato nella Sangamon County in Illinois a poco più di 20Km a sud di Springfield; le sue attuali denominazioni ufficiali (da nord a sud) sono Snell Rd e Curran Rd.

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Esperienze personali:

Ho percorso 5 volte la Auburn Brick Road: l’ho percorsa la mattina presto, la sera al tramonto, con il sole e dopo un violento acquazzone, arrivando sia da est che da ovest, l’ho percorsa a maggio, agosto ed a settembre.

Sono tante volte quindi, in diversi orari della giornata, con diverse condizioni meteorologiche ed in diversi periodi dell’anno ma con elemento in comune: l’emozione.

Si trova poco dopo Springfield (IL), in un cosiddetto viaggio “westbound”, ed anche se Springfield non è Chicago, è comunque una città che non invita a rilassarsi e quindi la Auburn Brick Road è una vera e propria boccata d’ossigeno.

La Auburn Brick Road arriva all’improvviso, senza neanche rendersene conto appare davanti a noi in tutta la sua bellezza: il grigio dell’asfalto si interrompe bruscamente per diventare rosso, la modernità lascia spazio alla storia.

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In primavera ed in estate il contrasto tra il rosso dei mattoni ed il verde dei campi è meraviglioso.

Percorrerla è un attimo, per questo indugio sempre un po’ prima di lasciarla.

Mi piace respirarne i profumi, lasciarmi cullare dal dolce saltellio della macchina sui mattoni, camminare con la macchina fotografica in mano, pronto a coglierne ogni dettaglio.

Un piccolo pezzo di quella strada è qui con me, immerso nella sabbia del White Sands National Park.

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La Auburn Brick Road è senza dubbio uno dei miei tratti preferiti della Route 66.


Alcune foto scattate lungo la Auburn Brick Road:


Un breve video che ho girato lungo la Auburn Brick Road (entrando da ovest, in direzione Springfield):

Route 66. Il mio calendario 2023

Pubblicato: marzo 1, 2023 in Route 66

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“Ho iniziato a percorrere, esplorare e fotografare quello che resta della Route 66 nel 1992. Qualcuno potrebbe chiamarla ossessione, ma è solo una passione che da allora fa parte di me e che non sembra destinata a finire.”
Drew Knowles, scrittore

Io ho iniziato in realtà nel 1996, in viaggio di nozze percorsi una parte del tratto californiano nel mio tragitto da Las Vegas a Los Angeles, ma, come per Drew Knowles, è diventata una passione che non è destinata a finire.

Uno dei miei riti è il calendario che ogni anno raccoglie 12 tra le oltre 20.000 foto che in tanti anni ho scattato lungo la vecchia highway.

Questo è quello del 2023.

Lo skyline di Atlanta dal Jackson Street Bridge

Ogni mio viaggio è caratterizzato da tantissime foto; del resto fare foto è il mio lavoro.

Ed una volta a casa realizzo e stampo un fotolibro che contiene quelle che mi sono piaciute di più.

Del viaggio negli USA del 2019, il mio undicesimo, non lo avevo ancora fatto.

E’ stato uno dei viaggi più belli, insieme a quello dell’anno precedente quando avevo percorso la Route 66 “al contrario” (da LA a Chicago).

Nel 2019 ho viaggiato nel sud degli USA, partendo da Atlanta, verso Nashville, Memphis, New Orleans, Houston, San Antonio e poi l’immancabile Route 66, che ancora una volta, come l’anno prima, ho percorso “al contrario” (Eastbound), da Tucumcari a Chicago.

E’ stata la mia sesta volta a Tucumcari (ed al Blue Swallow Motel) e la quinta lungo il tratto est della Mother Road.

Ho rivisto tanti amici, ho salutato Nancy e Kevin del Blue Swallow (il motel sarebbe stato venduto l’anno successivo), che mi hanno riempito di regali tra i quali la notte alla Lillian Redman Suite, la stanza più bella del motel, quella dedicata alla sua storica proprietaria.

E’ stato un viaggio meraviglioso del quale mi restano bellissimi ricordi, tante foto e l’immancabile fotolibro.

Questa è la pagina con il diario di quel viaggio:

Questa è la pagina con il resoconto una volta a casa con i video girati lungo il percorso:

E questo è il fotolibro:


Standard Oil Gas Station (Odell, Illinois)

“La Route 66 è un museo dei primi viaggi in automobile lungo 2400 miglia”

Russell A. Olsen, scrittore


Le è rimasta la denominazione “Standard Oil”, dal nome della compagnia petrolifera, fondata da John D. Rockefeller, il cui carburante fu venduto per primo nella stazione di servizio, anche se nel corso della sua vita sono stati venduti carburanti della Phillips 66 e Sinclair.

Fu realizzata nel 1932 da Patrick O’Donnell con l’intenzione di affittarla successivamente al figlio.

Anche questa stazione di servizio, come la Ambler’s Texaco di Dwight, è stata realizzata su disegno della Standard Oil, una linea guida che forniva alle stazioni di servizio un’estetica che ricordava delle piccole case con porticato (vedi “Le Gas Stations“).

Era una tipologia di impianto molto popolare tra le gas stations di quegli anni.

Negli anni ’40, lungo il tratto di Route 66 nei pressi di Odell, erano presenti diverse stazioni di servizio che alimentavano una forte concorrenza, ma il traffico dei viaggiatori della vecchia highway forniva comunque sostentamento per tutti.

Fu proprio in questo periodo che, per rendere la stazione di servizio più attrattiva, il locale venne ampliato per ospitare un garage dove si fornivano servizi di riparazione auto.

Fu una scelta vincente poichè durante la fase di dismissione della Route 66 la sua presenza contribuì a prolungare la vita dell’impianto.

Nella seconda metà degli anni 40 la Route 66 venne ampliata, diventando una strada a 4 corsie e, soprattutto, venne  spostata più ad ovest rispetto al percorso originale, aggirando Odell e la Standard Oil Gas Station.

Fu un’iniziativa molto diffusa in Illinois in quegli anni; si potranno infatti notare durante il viaggio diversi cartelli stradali che indicano di lasciare la strada che si sta percorrendo (il nuovo tratto di Route 66 ) per prendere i vecchi tratti che entrano all’interno nelle comunità.

Molte stazioni di servizio entrarono in crisi (così come tante altre attività commerciali) ma la Standard Oil Gas Station, grazie alla sua officina meccanica, ha continuato ad essere operativa ed a vendere carburante fino al 1967.

Nello stesso anno l’attività fu venduta a Robert Close che l’ha gestita come carrozzeria fino al 1999 quando fu rilevata dalla comunità di Odell che, dopo un accurato restauro, l’ha resa il welcome center della piccola cittadina; nel locale è anche presente un gift shop e, nel garage adiacente l’ufficio, c’è un piccolo museo con reperti dell’epoca.

Nel 1997 la stazione di servizio è stata inserita nel registro nazionale dei luoghi storici.

Esperienza personale

Ho visitato 5 volte anche la Standard Oil Gas Station, avendo percorso altrettante volte il tratto di Route 66 in Illinois.

Poco prima della stazione di servizio ce n’è un’altra (del resto negli anni d’oro nei pochi km di Odell ce n’erano una decina), la Mobil Station, molto meno appariscente della Standard Oil ma che mi appassionava per la presenza di una splendida Chevrolet del 1941, parcheggiata di fianco ad una vecchia pompa di benzina.

Una delle foto che ho scattato a quella macchina, durante uno dei miei viaggi lungo la vecchia highway, l’ho stampata su tela è l’ho appesa nel mio salone.

Già a partire dal 2018, la bellissima Chevrolet è stata purtroppo sostituita da un furgone molto meno attraente.

La Mobil Station nel 2019

Anche nel caso della Standard Oil Gas Station, i miei ricordi più belli sono legati al Red Carpet Corridor del 2017.

Ricordo una colonna di Ford Model A che percorrevano la vecchia highway e si fermarono proprio di fronte alla Standard Oil Gas Station.

Ne approfittai per diversi scatti e per ammirare quei gioielli.

All’interno della gas station i volontari sono sempre molto gentili e disponibili.

Un registro per le firme è, come sempre, a disposizione; accanto a questi diari mi piace sempre trascorrere un po’ di tempo alla ricerca delle mie precedenti registrazioni.

E spesso mi è capitato di trovarle.

Accedendo al gift shop c’è il vano più grande, quello che era adibito a carrozzeria e che oggi ospita un po’ di articoli in vendita nel gift shop e vecchi oggetti della stazione stessa.

Fuori c’era molta gente che si divideva tra il porticato e la visione delle splendide Ford parcheggiate davanti.

La mia ultima visita nel 2019 fu senz’altro più tranquilla.

Arrivai nel tardo pomeriggio, pochi istanti prima della chiusura del gift shop.

Giusto il tempo di acquistare qualcosa, scambiare 4 chiacchiere con la signora che quel giorno era dietro al bancone e di attaccare i miei adesivi ad una delle finestre.

Un viaggio lungo la Route 66 è un viaggio nel tempo ed a me piace terribilmente perdermi con i pensieri immaginando quegli anni in cui la Route 66 era la Main Street of America.

Anni che non ho vissuto ma che in molti mi hanno raccontato e quando sono li, se chiudo gli occhi, posso sentirne perfino il profumo mentre ascolto il suono dolce della vecchia highway.

“Nelle calde serate primaverili il poderoso ruggito di quegli anni gloriosi riappare prontamente.

E per un istante, la città e la sua highway non sembrano affatto vecchie.”

Michael Wallis, scrittore


In Illinois si trovano le stazioni di servizio più belle.

Sono restaurate, un restauro un po’ troppo invasivo a volte, come del resto è d’uso da quelle parti, ma nel caso delle stazioni di servizio non è fastidioso, anzi ci porta lontano, ai tempi in cui questi impianti erano operativi e mascherati da cottages.

Il restauro riesce comunque a conservarne il fascino.

Una delle più belle stazioni di servizio della Route 66, secondo me in assoluto la più bella, è la Ambler’s Texaco Gas Station di Dwight, un piccolo, bellissimo villaggio incastonato nel verde Illinois.

E’ stata realizzata nel 1933, su disegno della Standar Oil Company, da Jack Shore e da suo figlio, all’intersezione tra la Illinois 17 e la US Highway 66, un crocevia importante all’epoca, ed è passata di mano diverse volte con conseguenti cambi di denominazione.

Il nome con il quale la si identifica oggi è quello di Basil Ambler, il proprietaro che l’ha gestita per il periodo più lungo: dal 1938 al 1966.

E’ costruita nel classico stile delle prime stazioni di servizio, ricorda infatti una casa con porticato, uno stratagemma

usato per fornire alla popolazione un’immagine innocua del business della vendita di carburante.

Ha operato fino al 1999 quando per i soliti motivi legati allo spostamento della viabilità di massa sulle velocissime interstates (nel caso dell’Illinois la I55, una delle 5 interstates che hanno preso il posto della Route 66) la vendita di

carburante fu interrotta.

E’ stata una delle stazioni di servizio che ha operato ininterrottamente per il periodo più lungo: 66 anni

Nel 1970 fu acquistata da Phil Becker, originario di Dwight, che l’ha gestita assieme alla moglie fino alla sua chiusura; un altro dei nomi con i quali la stazione di servizio è conosciuta è appunto Becker’s Service Station.

Nel 1999, come detto, venne interrotta la fornitura di carburante ma la stazione di servizio ha continuato ad operare, in affitto, qualche anno ancora come officina meccanica fino a quando i Beckers la donarono alla comunità di Dwight.

La Ambler’s Gas Station oggi ospita un ufficio di informazioni turistiche, gestito da volontari, ed un piccolo museo che racconta la storia del vecchio, bellissimo impianto.

Nel 2001 è stata inserita nel registro nazionale dei luoghi storici.

Esperienza personale.

Ho visitato 5 volte la Ambler’s Gas Station, una fermata immancabile nei miei viaggi lungo la Route 66.

Lo è perchè partendo da est è una delle prime stazioni di servizio storiche che si incontrano e poi perché, dal punto di vista estetico, è quella che mi piace di più.

Oggi, come detto, è un centro di informazioni turistiche ed il personale è sempre prodigo di consigli e di informazioni storiche sulla gas station e sulle zone limitrofe.

Ricordo nel 2014, durante il mio primo viaggio lungo la vecchia highway, il tanto tempo trascorso con i simpatici volontari davanti ad una cartina dell’Illinois alla ricerca di alcuni piccoli villaggi che avevo interesse a visitare.

Oppure a Maggio del 2017 quando iniziai il mio terzo viaggio lungo la Route 66 in concomitanza con il Red Carpet Corridor, un festival annuale che si tiene nei primi giorni di maggio in una parte dell’Illinois, una manifestazione che veste a festa la Route 66.

La strada era percorsa da colonne di auto d’epoca, da moto e da fiammanti Corvette (la macchina simbolo della Route 66) ed i monumenti della vecchia highway erano tornati splendenti come nei loro anni d’oro.

Anche la Ambler’s era ancora più bella.

Le auto d’epoca erano incolonnante davanti alla stazione di servizio in attesa di uno scatto con le vecchie pompe di benzina e con un volontario che indossava la tuta tipica dei “benzinai” storici.

Anche io ho approfittato per uno scatto.

La magia degli anni d’oro della Route 66 si era ripetuta in quegli attimi nei quali i riflettori si erano di nuovo accesi sulla vecchia highway.

Era il 6 maggio 2017, l’aria era fresca e c’era uno splendido sole che illuminava la vecchia stazione di servizio esaltandone i colori e rendendola attuale.

Ed il verde Illinois forniva la cornice perfetta.

Dwight e la Route 66 in quel periodo dell’anno mostrano un fascino irresistibile.

Come scriveva Michael Wallis:

“Nelle calde serate primaverili il poderoso ruggito di quegli anni gloriosi riappare prontamente.

E per un istante, la città e la sua highway non sembrano affatto vecchie.”

La Route 66 in quei giorni era più bella e giovane che mai.