Route 66 2018. Italia – L.A.

Pubblicato: agosto 12, 2018 in Route 66

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“Viaggiare è come comprare una lingerie vivace, delle riviste trash, un gadget per la cucina o degli accessori per la macchina: nessuna di queste cose è necessaria, ma tutte rendono la vita un po’ più interessante.
Questo vale anche per la vecchia Route 66.”
Tom Snyder, scrittore e fondatore della US Route 66 Association


 

Oggi è partito il mio quarto viaggio lungo l’intero percorso della Route 66.
Sarà verso est, al contrario.
Sono quindi arrivato dopo diverse ore di volo a Los Angeles, nel posto dove ho terminato le mie precedenti tre volte.
È come riavvolgere il nastro, riascoltare un disco che adori ma con le canzoni in una sequenza diversa.
Il percorso tradizionale è quello da Chicago a Los Angeles (westbound), perché la migrazione ai tempi della grande depressione e del dust bowl portava gli americani, verso ovest, perché nel dopo guerra si andava in vacanza in California, perché banalmente le “Numbered Higways” nel 1926 vennero concepite così, da est ad ovest.
Dopo 3 volte che l’ho percorsa in questo modo ho voluto cambiare, e per un abituninario come me non è un cambiamento da poco.
Non ho mai amato particolarmente le città americane, e Los Angeles non è tra quelle in cui preferisco andare, ma ormai qui mi sento a casa, la Route 66 virtualmente finisce poco più giù.
La targa di Will Rogers, il pontile con il cartello che dal 2009 segna la fine virtuale di un’highway che esiste solo nel cuore degli appassionati come me, l’ultimo negozio dedicato a Bob Waldmire alla fine del pontile.

Tutto questo è stato il mio breve pomeriggio a Santa Monica, mentre il telefono riceveva messaggi da amici che vedrò più avanti lungo la Strada.
Sono di nuovo qui, ed è stupendo.
Quello che per molti, ed anche per me in passato, è l’End of the trail, per me questa volta è l’inizio del mio quarto viaggio nel tempo.

 

 


Il video di oggi:

 

Route 66 2018 – Eastbound

Pubblicato: luglio 21, 2018 in Route 66

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Ripercorrerò interamente per la quarta volta la Route 66, la mia personale via di fuga dal caos quotidiano, il mio viaggio indietro nel tempo attraverso una strada che adoro.

Incontrerò vecchi amici, persone che hanno reso indimenticabili i miei precedenti viaggi ed altre persone con le quali ho incrociato virtualmente il mio cammino tramite i social media, e che certamente renderanno ancora più bella questa mia nuova avventura.

Voglio incontrare più gente possibile, voglio arricchire il mio bagaglio di conoscenza di questa strada e delle sue storie.

La percorrerò “Eastbound” questa volta, al contrario, partendo da Los Angeles e terminando a Chicago.

Immagino sarà strano vederla così.

Il percorso Westbound è quello che ha caratterizzato la storia di questa strada.

Andare ad ovest è sempre stata una necessità del popolo americano.

Dai primi tentativi di esplorare il selvaggio west, alla migrazione durante la Grande Depressione ed il Dust Bowl, alle agognate mete Californiane di vacanza nel periodo post bellico.

Viaggiare Eastbound sarà strano, anche il solo approccio al susseguirsi delle icone potrebbe disorientare.

Ma questa volta l’ho immaginata così, dopo che per 3 volte l’ho percorsa secondo tradizione.

Sarà, quindi, un viaggio incentrato sull’interazione con il popolo della Route 66, sul racconto di storie attraverso anche la realizzazione di piccoli video che posterò giornalmente e che, una volta a casa, rielaborerò in maniera strutturata.

E sarà ovviamente incentrato anche sulle foto, nonostante le migliaia che ho già fatto ci sono sempre nuove prospettive da esplorare.

Tornerò in posti che ho già visto e visiterò luoghi meno noti ma che hanno piccole e curiose storie da raccontare.

Questa è la pagina che riepiloga le singole tappe ciascuna delle quali sarà raccontata attraverso foto, video ed un breve riassunto.

Il mio viaggio nel tempo fra non molto partirà.

Devo solo aspettare ancora un altro po’.


 

 

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I “trailers”

 

 


 

GIORNO PARTENZA ARRIVO
1 ITALIA LOS ANGELES
2 LOS ANGELES LOS ANGELES
3 LOS ANGELES BARSTOW
4 BARSTOW KINGMAN
5 KINGMAN WILLIAMS
6 WILLIAMS WILLIAMS
7 WILLIAMS HOLBROOK
8 HOLBROOK GRANTS
9 GRANTS TUCUMCARI
10 TUCUMCARI AMARILLO
11 AMARILLO CHANDLER
12 CHANDLER CARTHAGE
13 CARTHAGE LEBANON
14 LEBANON CUBA
15 CUBA SPRINGFIELD (IL)
16 SPRINGFIELD (IL) CHICAGO
17 CHICAGO CHICAGO
18 CHICAGO ITALIA

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La Route 66 è un insieme di emozioni.

La Route 66 è passione, sogno, speranza, tenacia, ottimismo.

La Route 66 è il sorriso della gente che non ha mai mollato e che crede in un’alternativa più semplice alla sfrenata voglia di correre.

La gente, il popolo della Route 66 ha reso questa strada quello che è oggi: leggenda.

In tanti hanno contribuito a costruire e ad alimentare quel sogno, in tanti con le loro azioni hanno lasciato un segno non solo lungo il suo percorso, ma anche nei cuori di coloro che, come me, hanno avuto la fortuna di percorrerla.

Angel Delgadillo, Lillian Redman, Lucille Hamons, nomi che hanno scritto pagine straordinarie di questa bellissima storia.

Pagine colme di poesia, immagini di un tempo passato.

Pagine di straordinaria umanità, come quelle scritte dalla mamma di tutti i viaggiatori della US highway 66: Lucille Hamons, la Mother of the Mother Road.

Lucille Arthurs nacque il 13 Aprile del 1915 in una famiglia di contadini.

Subito dopo il diploma sposò Carl Hamons, un agricoltore dal quale ebbe 3 figli.

Lucille e Carl nel 1941 acquistarono una stazione di servizio nei pressi di Hydro in Oklahoma, la Provine Service Station, alla quale ben presto aggiunsero dei bungalows e cambiarono nome in Hamons’ Court.

L’Hamons’ Court era una tipica attività a conduzione familiare, come era d’uso in quegli anni lungo la gloriosa highway, e come tale ospitava, al piano superiore, anche la casa di Lucille e Carl.

Erano anni difficili nei quali il paese usciva dalla grande depressione e, soprattutto, in quella zona, dalle terribili conseguenze del Dust Bowl, gli introiti quindi non erano sufficienti alla famiglia per arrivare a fine mese.

Carl, per racimolare qualche soldo in più, acquistò un camion e cominciò l’attività di autotrasportatore, lasciando a Lucille l’onere di gestire da sola la stazione di servizio ed il piccolo motel.

La Route 66 in quegli anni era attraversata da migliaia di disperati in fuga verso la California, gente che scappava dalla propria terra resa arida dalle tempeste di sabbia che per quasi 10 anni devastarono quella zona, gente che in California sperava di trovare un lavoro per garantirsi un futuro diverso dal terribile presente che stava vivendo.

Lucille si prendeva cura di quei disperati, forniva loro assistenza, un pasto caldo, un tetto dove dormire, spesso gratis perché quella gente non aveva soldi per pagare.

A volte Lucille acquistava le loro macchine ormai in panne in modo che, con quei pochi soldi, potessero prendere il primo autobus in direzione ovest, verso la California.

L’Hamon’s Court somigliava più ad uno sfasciacarrozze che ad un motel per la quantità di vecchi rottami che giacevano li davanti.

Lucille non si risparmiava, come una mamma si prendeva cura di quella gente.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, il conseguente razionamento della benzina e le pesanti restrizioni introdotte nella vita degli americani per supportare le truppe al fronte, anche la sua situazione di Lucille cominciò a diventare difficile.

La gente che percorreva la vecchia highway a quei tempi non era sufficiente a garantirle una dignitosa sopravvivenza.

Ma nonostante tutto Lucille non lasciò la sua amata 66.

Con la fine del conflitto cominciarono gli anni del boom economico, del benessere, e la Route 66 divenne una strada frequentatissima dalle famiglie che la percorrevano per le proprie vacanze.

L’attività quindi riprese vigore e l’Hamons’ Court divenne una tappa immancabile per tutti i viaggiatori della della Route 66.

Tutto sembrava andare a gonfie vele fino a quando, nella metà degli anni 60, l’Interstate 40 cominciò ad affacciarsi nei pressi di Hydro.

Come accaduto da altre parti lungo la Route 66, non c’era una completa consapevolezza di cosa l’arrivo di queste nuove autostrade avrebbe comportato, ad Hydro tra l’altro, sarebbe passata a pochi metri dalla stazione di servizio di Lucille, parallela alla vecchia highway.

Non sembrava così pericolosa come poi si sarebbe rivelata.

Lucille cercò di ottenere un’uscita che conducesse i viaggiatori fuori da quella nuova autostrada e che permettesse loro di continuare a fermarsi nella sua stazione di servizio e nel suo motel, ma ogni suo sforzo fu vano.

Anzi, lo stato dell’Oklahoma fece costruire una recinzione ai lati della nuova autostrada, isolando di fatto la piccola attività di Lucille.

Furono anni difficili, l’avvento della interstate 40 stava ponendo fine non solo alla sua attività, ma anche al suo matrimonio con Carl dal quale alla fine divorziò.

Lucille non sapeva cosa fare, la tentazione di mollare era forte.

Non c’erano prospettive di sopravvivenza, nessuna possibilità di riuscire a raggranellare qualche soldo da un’attività che ormai era tagliata fuori da tutto.

Ma Lucille si sentiva una figlia di quella strada e non riusciva a vedersi lontana dalle sue radici, da quella vecchia highway lungo la quale aveva trascorso la sua intera vita.

Decise ancora una volta di restare.

Cambiò nome alla sua proprietà, da Hamon’s Court ad un più semplice e romantico Lucille’s.

Iniziò a vendere birra per poter sopravvivere e garantire gli studi ai propri figli.

Negli anni 80, la Route 66 cominciò a crescere in popolarità tra i viaggiatori alla ricerca della vera America e Lucille era una delle icone della vecchia highway sopravvissute al progresso.

Lucille e la sua piccola stazione di servizio divennero meta di appassionati il cui unico scopo era di incontrarla per una foto, per acquistare qualche souvenir o per un semplice autografo.

E fu proprio un autografo, apposto nel documento sbagliato, a crearle ulteriori problemi, più di quelli che già le erano stati causati dalla I40.

Verso la metà degli anni 80 l’ente americano preposto alla protezione dell’ambiente emanò nuove regole che prevedevano l’adeguamento delle cisterne di stoccaggio della benzina.

Lucille affittava le pompe di benzina da una famosa compagnia petrolifera americana, la quale avrebbe dovuto preoccuparsi di provvedere alla messa in regola dell’intera struttura entro i termini stabiliti dalla legge.

Ma un giorno, come un qualunque viaggiatore, un rappresentante di questa compagnia si recò in incognito da Lucille e le disse che avrebbe pagato un dollaro per un suo autografo.

Lucille, ormai 70enne, ingenuamente fece quell’autografo, e l’uomo le restituì una copia carbone del pezzo di carta da lei firmato facendole i complimenti per essere diventata proprietaria di quelle pompe di benzina.

Lucille, quindi, in qualità di proprietaria avrebbe dovuto farsi carico dell’adeguamento dell’impianto alla nuova normativa.

Fu uno shock terribile.

Un raggiro, una truffa che costringeva Lucille a farsi carico di una spesa enorme che non poteva sostenere, ma senza la quale era prevista la confisca dell’intera proprietà.

Lucille non resse allo shock e cominciò ad avere seri problemi di salute.

A causa di un infarto stette in ospedale per un mese tenendo chiusa la sua stazione di servizio.

Ma alla fine tornò, anche se il pensiero di perdere tutto quello per cui aveva vissuto e lottato era devastante.

Il termine ultimo imposto dalla legge era l’anno 1998.

Lucille prese contatti con la figlia alla quale non chiese soldi ma un’idea, un suggerimento per superare questo ennesimo insormontabile scoglio.

La figlia le suggerì di provare a scrivere un libro.

Un libro dove lei in prima persona raccontava la sua storia, la storia della sua vita lungo la leggendaria US Highway 66, la storia della Mother of the Mother Road.

Lucille seguì il consiglio e scrisse quel libro.

Il libro fu un successo che andò oltre le più rosee aspettative e con i soldi ricavati dalla sua vendita, un paio di settimane prima della scadenza di legge, riuscì a mettere a norma le cisterne.

Lucille passò gli ultimi anni della sua vita nella sua stazione di servizio, ai bordi di una strada che il progresso voleva abbandonata al suo destino.

La gente, i viaggiatori della Route 66 adoravano quella piccola costruzione in legno, adoravano Lucille, la sua storia ed il suo altruismo.

Giornali e Tv facevano tappa da lei per intervistarla, gente comune voleva conoscerla solo per abbracciarla, guardare negli occhi una donna che ha segnato in modo indelebile la storia di quella vecchia striscia d’asfalto e di cemento.

Lucille fu insignita dell’onoreficenza dell’Oklahoma Route 66 Hall Of Fame, come leggenda di una strada leggendaria.

Ad 85 anni, dopo 59 trascorsi lungo la US Highway 66, Lucille, la Mamma della Strada Madre, il 18 Agosto del 2000 lasciò per sempre la sua stazione di servizio.

Ma il suo ricordo, la sua bontà e la sua passione per quella strada permeano ancora quella piccola costruzione in legno ai bordi della Route 66.

Lucille è stata e resterà per sempre la mamma di tutti i viaggiatori della vecchia highway.

Lucille è morta nella sua casa, sulla Route 66, secondo la sua volontà, lei è sempre stata l’unica padrona di se stessa fino al suo ultimo respiro.

Ha gestito questo negozio dal 1941 fino al giorno della sua morte, 59 anni dopo.

Per anni Lucille ha aiutato la Mother Road a prendersi cura dei suoi viaggiatori, ma negli ultimi 5 anni sono stati i viaggiatori della Route 66 a prendersi cura della “Mother of the Mother Road”.

In memoria di Lucille Hamons, the Mother of the Mother Road.

Route 66. 66 giorni alla Route 66.

Pubblicato: giugno 9, 2018 in Route 66

66 giorni al nuovo viaggio lungo la 66.

Una nuova avventura, incontri con vecchi e nuovi amici, emozioni che si rinnovano.

Farò come al solito migliaia di foto, ma questa volta cercherò di concentrarmi un po’ di più sulla realizzazione di piccoli video reportage giornalieri, raccontando le storie che si nascondono dietro ogni curva dello splendido tracciato della Mother Road e coinvolgendo le persone che su quella strada vivono e lavorano.

Questo video è un modo per riassumere il passato ed introdurre il futuro.

Un teaser, un countdown alla mio quarto viaggio lungo l’intero percorso della US Highway 66.

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Little Juarez Cafe (Glenrio, Texas/New Mexico)

Tra le domande più frequenti che mi vengono poste sulla Route 66 ci sono quelle inerenti al perché molte delle sue icone sono chiuse, spesso in stato di abbandono, perché tratti di strada interrotti restano tali per mesi, anche anni, e perché il governo americano non fa nulla per conservare una strada così famosa in tutto il mondo.

Nel porre queste domande traspare, ovviamente, il nostro modo di concepire la vita e la nostra esperienza in una società profondamente diversa da quella americana, oltre alla poca conoscenza su cosa sia successo alla Route 66.

La Route 66 è una strada dismessa nella metà degli anni 80 perchè ritenuta obsoleta e come tale è stata rimossa dalle cartine stradali.

Un processo durato anni (“Route 66. L’inizio della fine“) e nel portarlo avanti nessuno si è preoccupato delle conseguenze che tale operazione avrebbe prodotto sulle comunità coinvolte e sulla vita stessa delle gente.

Questo processo di superamento del vecchio modo di concepire la viabilità negli USA, che la Route 66 incarnava, ha avuto quelle devastanti conseguenze che sono ben visibili in molte delle comunità che si attraversano quando viaggiamo lungo la Mother Road.

Le strade, le vecchie highways, erano nate per unire le comunità, con le nuove interstates queste comunità venivano bypassate.

E le pesanti conseguenze di questo ammodernamento della viabilità sono state considerate come il prezzo da pagare “nel nome del progresso”.

Molte persone sono state costrette ad andarsene per sopravvivere lasciando la propria casa e la propria attività e molte di queste proprietà abbandonate sono oggi diventate dei cimeli storici, delle icone della Route 66.

Gran parte dei luoghi storici che si incontrano lungo il percorso della Route 66 appartengono quindi a privati, alle famiglie di coloro che un tempo li gestivano.

Non sono un bene pubblico, non appartengono a strutture governative.

Parliamo di vecchi motels, ristoranti, stazioni di servizio ed altro ancora.

Ed in quanto proprietà privata i possessori ne dispongono come vogliono, secondo i propri interessi e le proprie possibilità economiche.

A volte capita che queste famiglie regalino il proprio bene alla comunità in cui si trova la quale può o meno provvedere al suo restauro, facendo uso di donazioni private o, quando riescono ad ottenerli, dei fondi federali dedicati ogni anno alla Mother Road.

Perché i possessori di questi luoghi storici li lasciano andare in rovina?

Lo fanno per mancanza di interesse, perchè spesso si sono trasferiti altrove, perché magari quei luoghi sono in vendita da anni ma non si sono mai trovati compratori.

Accade poi che, per ragioni economiche, per evitare di pagare le tasse su un bene del quale non riescono a liberarsi, arrivino anche a demolirlo.

È famoso il caso di Buster Burris, lo storico proprietario di Amboy e del Roy’s Cafe che dopo l’apertura della I40 e del conseguente rapido e drammatico declino del suo business, per non pagare le tasse sugli immobili di sua proprietà accese la ruspa e personalmente demolí l’intera comunità di Amboy salvando, per fortuna, il Roy’s Cafe e poco altro.

Il Roy’s, e l’intera Amboy, furono poi acquistati nel 2005 da Albert Okura, un imprenditore appassionato della Route 66, al prezzo di 425.000 dollari.

Un privato quindi che acquista una delle icone più famose della Route 66.

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Roy’s Cafe (Amboy, California)

Anche l’Henning Motel di Newberry Springs in California (adiacente al Bagdad Cafè), dopo anni di chiusura è stato demolito nel 2014 probabilmente per lo stesso motivo che spinse Buster Burris ad agire in quel modo così drastico.
Oggi dell’Henning Motel resta solo la sua iconica insegna.

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L’insegna dell’Henning Motel (Newberry Springs, California)

E’ di questi giorni (Maggio 2018) l’acquisto da parte di un gruppo di appassionati della Route 66 di un luogo storico della Mother Road in Arizona, il Painted Desert Trading Post, un luogo amatissimo dal popolo della Route 66, posizionato in mezzo al deserto, difficilissimo da raggiungere per via di una strada sterrata molto sconnessa.

Nelle intenzioni di questo gruppo di appassionati c’è la volontà di non lasciar morire un luogo così amato e di permetterne l’accesso ai visitatori.

Hanno avviato una raccolta fondi a supporto di questa operazione che ha comportato per loro un investimento considerevole.

Altri privati, quindi, che acquistano un cimelio storico.

Le comunità lungo la Route 66, inoltre, sono state tutte più o meno pesantemente danneggiate dall’apertura delle interstates e quindi non hanno un potenziale economico importante e sufficiente per farsi carico da sole del mantenimento di quelle icone della Route 66 che insistono nel proprio territorio e che le appartengono.

Un caso eclatante è stato quello dell’Avalon Theater di McLean in Texas.
L’Avalon Theater era un piccolo teatro degli anni 30 chiuso da anni, come tantissime attività di McLean, ed in condizioni di stabilità strutturale ritenute precarie.

Era tuttavia una “Roadside Attraction”, quindi un luogo importante di cui se ne suggeriva la visita.

Per cercare di salvarlo qualche anno fa fu avviata una raccolta fondi che tuttavia non raggiunse lo scopo, ed al sopraggiungere di ulteriori elementi di precarietà nell’agosto del 2017 è stato demolito.

Un’iniziativa che ha scatenato l’ira degli appassionati, perché è avvenuta all’improvviso, ma di fatto non si è riusciti ad impedire che venisse demolito un elemento importante della storia di McLean e della Route 66.

I soldi quindi, uniti probabilmente anche ad una non ancora sufficiente consapevolezza del “tesoro” custodito dalla Route 66, portano spesso ad agire in questo modo.

Gli americani sono un popolo con una storia molto giovane, con una spiccata propensione al futuro ed hanno sempre considerato necessario per il bene e la prosperità del paese, disfarsi di una vecchia strada per realizzarne altre più moderne al fine di spostarsi più rapidamente da una parte all’altra degli USA.

Nel 2017, un mio amico americano appassionato studioso della Route 66, dove vive e lavora, mi raccontava che l’80% dei turismo della Route 66 era straniero, in larga parte europeo.
È un dato che dice molto.

Qualcosa in questo senso sta cambiando, gli americani cominciano ad interessarsi alla loro storia, così ben raccontata dalla Route 66, ma questo è tuttavia un processo lento.

Il governo, comunque, sia esso federale che locale, per il mantenimento della Route 66, non c’è, non nella maniera in cui noi, da italiani, saremmo portati ad immaginare.

Il fondo federale che periodicamente viene rinnovato (e non sempre è un rinnovo così scontato) non è sufficiente a coprire tutte le necessità di una strada lunga è densa di elementi storici come la Route 66.
Ogni anno vengono individuate dei luoghi storici da restaurare ed ai quali viene fornito un contributo economico, unito, molto spesso, all’immancabile donazione degli appassionati.

Anche nei musei, spesso gestiti dalle associazioni private dedicate alla Mother Road o dalle comunità in cui si trovano, il personale che vi lavora è costituito da volontari ed appassionati, persone spesso in pensione che dedicano il proprio tempo a gestire il museo e ad accompagnare i turisti nel viaggio attraverso i cimeli che custodisce.
Questi musei, il cui ingresso è spesso gratuito, gradiscono offerte dagli avventori, offerte necessarie per il proprio mantenimento.

La Strada, la nostra amata Route 66, è viva grazie all’impegno degli appassionati che spendono il proprio tempo, e spesso i propri soldi, per tenere vivo un sogno.

Il privato, quindi, prevale sul pubblico, come un po’ in tutti i campi della vita negli Stati Uniti.

La strada.
La Route 66 è una strada che ufficialmente non esiste più.

Non esiste sulla cartina una strada che corra continua da Chicago a Los Angeles e che si chiami US 66.

la Route 66 è stata dismessa il 27 giugno del 1985 ed è stata sostituita da 5 interstates:
I55, I44, I40, I15 ed I10.

Cos’è quindi oggi la Route 66?

La Route 66 oggi tecnicamente è l’insieme di tutti i tratti di strada che un tempo ne fecero parte.

Molto spesso, questi tratti di strada hanno oggi nomi diversi: Hwy ZZ, W, KK, Oatman Hwy, Pecos dr. ed altro ancora.

Per ragioni di viabilità locale, ed anche per dare un taglio definitivo col passato, questi tratti sono stati rinominati facendo perdere alla Mother Road anche la propria gloriosa identità.

Questi tratti sono gestiti dalla contea o dal dipartimento dei trasporti dello stato in cui si trovano.

Gli anni si fanno sentire sempre di più e le avversità meteorologiche contribuiscono spesso a danneggiare le infrastrutture che si trovano lungo il percorso della vecchia highway.

Troviamo ponti chiusi da anni perché ritenuti non sicuri, come il Gasconade Bridge in Missouri (chiuso dal 2014. Ad oggi, 2018, è ancora in questo stato) o quelli nel Mojave Desert in California il cui tratto di strada è stato chiuso più volte dal 2014 al 2016, a causa di violente inondazioni che l’hanno pesantemente danneggiato, e dalla primavera del 2017 è chiuso definitivamente senza che al momento vi siano previsioni per la sua riapertura.

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Gasconade Bridge, Hazelgreen (Missouri)

Il discorso in questi casi è simile a quello dei cimeli lungo la Route 66.

I dipartimenti dei trasporti hanno priorità diverse rispetto a quella di riparare una vecchia strada o un vecchio ponte, ed i fondi disponibili evidentemente non permettono di intervenire in tempi rapidi.

In fondo il tratto desertico in California non trasporta un numero rilevante di veicoli, ci sono periodi dell’anno in cui si fa fatica ad incrociare altre macchine.
E poi li vicino c’è la I40, che è più veloce, larga, sicura, è la strada che qualsiasi americano userebbe per spostarsi in auto in quei posti.

Stesso discorso per il Gasconade Bridge che si trova su un tratto di strada che corre parallelo alla I44.

Vista in quest’ottica, riparare la Route 66 non rappresenta una priorità.

E qui possiamo agganciarci alla scarsa sensibilità verso un pezzo della storia del proprio paese, ma questa sensibilità è sempre legata alla disponibilità economica che non è evidentemente sufficiente per farsi carico, in tempi ragionevolmente brevi, della riparazione di una vecchia strada.

Noi quindi, nel formulare le nostre argomentazioni, ragioniamo da turisti, da appassionati viaggiatori della Route 66, ma soprattutto da italiani.

E questo ci porta a dare valutazioni frettolose e non coerenti con la realtà di una società che è profondamente diversa dalla nostra.

La Route 66 è una strada difficile da mantenere in vita, perchè lunga (4 volte l’Italia) e perchè è densa di elementi storici che la contraddistinguono e che bisognerebbe preservare.

Quello che sempre più spesso viene fatto, è costruire nelle grandi città angoli nei quali si realizzano dei tributi alla Mother Road (la Cyrus Avery Centennial Plaza a Tulsa ad esempio), il che è positivo perchè è un forte segnale di attenzione da parte degli americani alla propria storia, ma allo stesso tempo è un’operazione molto più semplice che intervenire lungo la Strada cercando di preservarla da un inevitabile declino.

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Cyrus Avery Centennial Plaza (Tulsa, Oklahoma)

Route 66. Le Gas Stations

Pubblicato: Maggio 20, 2018 in Route 66

Generale

La storia della Route 66 è strettamente legata a quella dell’automobile.

La vecchia highway racconta l’evoluzione di questo mezzo di trasporto che agli inizi del 1900 rivoluzionò negli USA il modo di concepire i viaggi.

La sua stessa realizzazione, così come quella delle altre “Numbered Highways”, aveva tra i principali scopi quello di fornire alle automobili il “terreno” ideale sul quale poter essere utilizzate, ed agli americani la possibilità di spostarsi da una parte all’altra del paese facendo uso di un mezzo di trasporto alternativo al treno.

Per permettere a questi nuovi destrieri d’acciaio di liberare il proprio potenziale correndo lungo le nuove arterie interstatali, quest’ultime cominciarono ad attrezzarsi con la nascita di un’infinità di attività commerciali legate al viaggio.

Tra queste c’erano i motels, i ristoranti e le stazioni di servizio.

Rifornire le automobili del carburante necessario per poter essere utilizzate è un importante tassello in questa storia.

Le aziende petrolifere cominciarono a sfruttare queste nuove highways a fini pubblicitari, e la Route 66, tra queste, era sicuramente la più popolare.

Basti pensare a Phillips 66, una marca di carburante molto popolare negli USA, che, come si può intuire dal nome, ha forti legami con la Mother Road.

Ci sono varie storie intorno alla nascita del nome attribuito alla compagnia, la più accreditata narra di test prestazionali, su un nuovo tipo di carburante, che negli anni 20 la Phillips Petroleum eseguì in Oklahoma lungo il tracciato della Route 66.

L’automobile equipaggiata con questo nuovo carburante raggiunse le 60 miglia orarie, ma il tecnico della compagnia non era soddisfatto: “60 non è niente, arriveremo a 66!” esclamò.

Questa speciale combinazione, velocità massima raggiunta e la strada sulla quale si verificò l’evento, convinsero i vertici della Phillips Petroleum ad utilizzare come marchio per la propria benzina quello, appunto, di Phillips 66.

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Phillips 66 Service Station (McLean, Texas)

Fornire il carburante per permettere alle macchine di viaggiare era quindi il nuovo business, ma inizialmente aveva connotazioni molto primitive ed essenziali.

La benzina veniva stoccata in barili e venduta ai clienti anche in secchi perfino nei general stores.

Ciascun cliente, quindi, provvedeva in autonomia a riempire il serbatoio della propria automobile spillando il carburante da questi primitivi ed improbabili contenitori.

I limiti di questa pratica erano evidenti e fu per superarli che, agli inizi del 1900, ad un tal Sylvanus Bowser venne in mente di modificare una pompa che aveva inventato, e che veniva normalmente utilizzata per l’acqua, per, letteralmente, “pompare” benzina nel serbatoio delle automobili.

Nacquero quelle che lui stesso chiamò “fillin’ stations”, stazioni di rifornimento dove ci si poteva recare per fare benzina.

Queste nuove pompe di benzina cominciarono ad essere disponibili un po’ ovunque, anche in attività commerciali generalmente non legate all’automobile.

Ma ancora non era abbastanza, la difusione dell’automobile in quegli anni era inarrestabile e le compagnie petrolifere cominciarono a realizzare delle vere e proprie reti di distribuzione del carburante.

Le stazioni di rifornimento cominciarono ad assumere una connotazione ben precisa.

Anche l’estetica di queste nuove attività commerciali cominciò ad avere un aspetto  definito, somigliando, soprattutto nelle piccole comunità, a dei cottages.

Un’architettura molto accattivante e familiare.

Una scelta inusuale se pensiamo a quello che le stazioni di servizio sono diventate, ma all’epoca fu ben ponderata.

La vendita della benzina era un’attività piuttosto nuova ed insolita e si cercava quindi di non  turbare le piccole comunità, perseguendo, anzi, una sorta di integrazione con esse attraverso la realizzazione di queste piccole villette dalle sembianze piacevoli e rassicuranti.

Le stazioni di servizio, solitamente, ospitavano un ufficio, spesso un’officina ed avevano un porticato.

Erano, appunto, delle piccole, piacevoli case.

E di stazioni di servizio simili a cottages se ne trovano diverse lungo la US Highway 66.

Da est ad ovest è un susseguirsi di gas stations, alcune restaurate e riportate a nuova vita, altre abbandonate ai bordi della vecchia highway.

Ad est del midpoint di Adrian si trovano quelle più belle.

Erano gestite da imprenditori privati ed oggi molto spesso questi splendidi impianti vengono ancora identificati con il loro nome.

Basil Ambler, per la Ambler’s Texaco Gas Station di Dwight (Illinois), l’imprenditore che l’ha gestita per il periodo più lungo (conosciuta anche come Ambler’s Becker Gas Station, da Phillip Becker l’ultimo proprietario), o Henry Soulsby, per la Soulsby’s Gas Station di Mt. Olive (Illinois), sono alcuni tra gli esempi.

Quelle citate sono anche tra le stazioni di servizio più belle, assieme alla Standard Oil Gas Station di Odell sempre in Illinois o alla leggendaria Lucille’s Service Station di Hydro in Oklahoma, la stazione di servizio di Lucille Hamons, la “Mother of the Mother Road”.

Ad ovest, complice lo scenario decisamente più selvaggio e meno denso di comunità, è più raro incontrare stazioni di servizio di questo genere.

Le stazioni di servizio storiche hanno perso oggigiorno il loro scopo primario, ma si sono trasformate in qualcos’altro, sono diventate delle bellissime icone, tra i monumenti più affascinanti della US Highway 66.

Route 66. I tratti interrotti

Pubblicato: Maggio 12, 2018 in Route 66 news
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Gasconade Bridge, Hazelgreen (Missouri)

Percorrere interamente la Route 66 negli ultimi anni è diventato abbastanza complicato.

La strada comincia a mostrare i segni del tempo e le avversità meteorologiche spesso fanno danni che vengono riparati dopo molti mesi, a volte anche dopo anni.

Un tratto della Route 66 chiuso da tempo, dalla fine del 2014, è quello in prossimità del Gasconade Bridge a Hazelgreen in Missouri.

Il ponte, dichiarato inagibile, è stato chiuso al traffico ed è stato messo in lista per la sostituzione.

E’ nato, quasi contestualmente alla sua chiusura, un comitato di appassionati della Mother Road che chiede al dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri di salvare il ponte e di restaurarlo invece di abbatterlo.

E’ un pezzo importante della loro storia e non vogliono giustamente privarsene.

Spesso si riuniscono in piccole manifestazioni, raccolgono fondi a sostegno della loro iniziativa, nella speranza di venir ascoltati.

Allo stato attuale, comunque, quel tratto di Route 66, che corre parallelo alla I44, è chiuso.

Per proseguire nel viaggio, venendo da est, bisogna prendere la I44 in prossimità dell’uscita 145 e percorrerla fino all’uscita 140.

Da qui in avanti si proseguirà di nuovo lungo la Mother Road.

Gasconade

Un altro tratto chiuso ormai da più di un anno (dal marzo del 2017) è quello nel deserto del Mojave in California, tra Fenner e Chambless, uno dei tratti più suggestivi e sfortunati.

Nel 2014 fu colpito da violento flash flood che distrusse alcuni ponti lungo il tracciato e, dopo poco più di un anno, fu riaperto al traffico.

Ma, come detto, nella primavera del 2017, un ennesimo flash flood ha seriamente danneggiato altri ponti lungo quel tratto.

Da allora, per poter proseguire il viaggio lungo la Mother Road, provenendo da est, è necessario percorrere la I40 dall’uscita 107 nei pressi di Fenner e lasciarla in prossimità della Kelbaker Rd. All’uscita 78.

Da qui si procederà in direzione sud verso la National Trails Hwy (la Route 66) e quindi verso Amboy.

Sono le due interruzioni più importanti, e di lunga data, nel percorso della gloriosa US Highway 66.

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National Trails Hwy – Route 66

 

 

 

Norvegia.

Pubblicato: Maggio 6, 2018 in Foto

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Norvegia 2017.
Tromso, Capo Nord, Lofoten.

 

via Norvegia.

Route 66. “Bloody 66”

Pubblicato: aprile 28, 2018 in Route 66

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Quando si pensa alla Route 66 si immaginano i colori sgargianti dei neon lungo il suo tracciato e la vita spensierata di un tempo in cui tutto era più semplice.

Main Street of America e Mother Road sono i nicknames con i quali tendiamo ad identificarla accentuando in questo modo il suo aspetto romantico.

Siamo soliti, quindi, avere una visione positiva della strada più famosa d’America.

Ed in effetti, in larga parte le nostre fantasie trovano giustificazione nella sua storia.

Ma la Route 66 di storie da raccontare ne ha tante ed anche se amiamo soffermarci su quelle che ci fanno sognare, la Strada ne custodisce alcune di decisamente meno accattivanti.

Percorrere la vecchia highway è stato sempre piuttosto complicato ed il rischio di incidenti si nascondeva dietro ogni curva del suo, spesso, tortuoso tracciato.

La Route 66, come Sally Carrera di Cars raccontava a Saetta McQueen al termine della loro corsa nei meandri della vecchia highway, fu concepita con un occhio al paesaggio; a differenza delle moderne interstates, la Route 66 aggirava gli ostacoli naturali (“saliva, scendeva, curvava”), invece di attraversarli.

Col passare degli anni la velocità delle automobili diventava sempre più elevata, il traffico si andava intensificando ed alcuni suoi tratti cominciarono a diventare inadeguati.

La Route 66, in buona parte, era rimasta poco più che una strada di campagna e la ridotta carreggiata mal si adattava a queste nuove condizioni dettate dal progresso.

Quello che oggi apprezziamo più di lei, un tempo era il suo tallone d’achille ed inevitabilmente tutto ciò finiva col penalizzare fortemente la viabilità e la sicurezza.

La Route 66 era, per questi motivi, una strada pericolosa.

Ed ecco emergere quindi nicknames sinistri, lontani anni luce da quell’immagine romantica che siamo soliti attribuirle: “Slaughter lane”, “Dead man’s curve” e “Bloody 66”.

Aveva una brutta fama tra gli automobilisti la Route 66, che in alcuni suoi tratti incuteva davvero molta paura.

 “White knuckles driving” era un modo fantasioso per descrivere come gli automobilisti affrontavano questi tratti della vecchia highway; il timore di incidenti li portava infatti a stringere il volante così forte da far diventare bianche le nocche delle mani.

Gli incidenti erano all’ordine del giorno e molti di questi erano estremamente cruenti.

La romantica Main Street of America era quindi anche una sanguinaria, maledetta “Bloody 66“.

Uno dei tratti più famosi ai quali il sinistro nickname fu attribuito è quello della Oatman Hwy, il tratto che da Kingman conduce ad Oatman, una strada che sale verso il Sitgreaves Pass per poi scendere verso la città dei muli.

Una strada di montagna senza protezioni, terrore puro per gli spesso inesperti automobilisti americani.

Un tempo coloro che dovevano percorrere quel tratto di strada preferivano affidarsi a piloti esperti a gente del posto per paura di finire nella scarpata.

Ancora oggi sono diverse le carcasse di automobili che si possono vedere guardando a valle.

Anche il tratto del Devil’s Elbow in Missouri, un tratto molto stretto che scavalca il Big Piney River attraverso lo storico, omonimo ponte, era una Bloody 66.

Come il nome lascia intuire, il gomito del diavolo era, per l’epoca, un tratto estremamente pericoloso.

Una statistica del 1941 racconta di oltre 400 incidenti, con diverse decine di morti, in un periodo di 6 mesi nella zona adiacente al Devil’s Elbow.

Ed anche di “Dead Man’s Curve”, altro nome che da l’idea di quanto la vecchia highway fosse pericolosa, se ne trovano diverse.

Una di queste si trova nei pressi di Towanda in Illinois ed un’altra nei pressi di Mesita in New Mexico.

Ma possiamo trovare anche una “Slaughter Lane”, ovvero il tratto che da Glenrio portava a Tucumcari in New Mexico, un tratto in apparenza innocuo ma che le dimensioni della strada e l’elevata velocità rendevano letale.

Parliamo tuttavia di altri tempi, tempi in cui non c’era molta dimestichezza con la guida, tempi in cui il traffico era davvero molto intenso su quella che, per i canoni odierni, è equiparabile ad una nostra stretta strada statale.

Oggi la Route 66 non è più nulla di tutto questo.

E’ una strada che si può percorrere ad una velocità “umana” molto spesso senza  incrociare altri veicoli e che permette ai viaggiatori di godersi il paesaggio ed anche il piacere stesso di guidare.

La Route 66 oggi non è più una pericolosa, trafficata strada di collegamento, ma si è trasformata in un bellissimo sogno.

Route 66. “Friends for life”

Pubblicato: aprile 22, 2018 in Route 66

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La gente, il popolo della Route 66 ha reso questa strada immortale.

E’ grazie a loro se una delle tante highways uscite dal piano autostradale del 1926 è diventata, nell’immaginario collettivo, la Strada per eccellenza, meta di un’incredibile numero di appassionati viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

Il paesaggio ed i cimeli che dal passato sono giunti fino a noi, raccontano, con dovizia di particolari, la sua storia e quella del paese in cui si trova.

Ma è appunto la gente, il popolo della Route 66 l’elemento in più.

Durante i miei 3 viaggi ho incontrato tante persone ed ogni incontro è stato entusiasmante, qualcosa da custodire gelosamente nel cassetto preferito della mia memoria.

Persone che, come me, stavano percorrendo la Mother Road, come Brian, il pompiere del Missouri, che alla fine si appassiona ad un pezzo della storia del suo paese che ha sempre trascurato, o la leggenda, Angel Delgadillo, l’uomo che ha fatto si che tutta questa passione travolgesse il mondo intero.

Sono stati tanti gli incontri e tante le emozioni che mi hanno visto coinvolto.

Alcuni incontri sono stati casuali, altri cercati, altri ancora pianificati prima di partire.

Eccone alcuni.


John Hargrove

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John Hargrove – Settembre 2014

Il mio primo incontro con John Hargrove, di Arcadia in Oklahoma, è stato accidentale, imprevisto, frutto della curiosità suscitatami da alcune piccole riproduzioni della Route 66 che dalla strada si scorgevano all’interno della sua proprietà e che mi convinsero a fermarmi davanti al suo cancello.

Ricordo il caloroso invito ad entrare di John, che dalla sommità della sua proprietà si sbracciava per farsi notare.

E poi il “viaggio” all’interno del suo mondo accompagnato da una splendida colonna sonora trasmessa da una radio locale.

Il secondo incontro, l’anno successivo, nel 2015, è stato questa volta voluto, ed aveva come scopo, oltre di incontrarlo di nuovo, quello di consegnargli la foto che insieme ci eravamo scattati l’anno prima.

Una persona umile, un artista straordinario.

Tornerò ancora da lui, ho tante altre foto da consegnargli.


Jim Hinckley

Jim

Jim Hinckley – Agosto 2016

Quelli con Jim Hinckley, lo scrittore di tanti libri sulla Route 66 (“Route 66 encyclopedia”, “Route 66. The America’s longest small town” per citarne alcuni), sono stati incontri pianificati prima di partire.

Fui contattato tramite Facebook nel 2016 con un messaggio tramite il quale, sapendo che sarei passato dalle sue parti in occasione di uno dei miei viaggi lungo la Mother Road, mi invitava a partecipare ad un party organizzato in un hotel della sua città, Kingman in Arizona.

Al party avrebbero partecipato imprenditori ed appassionati della Route 66.

Incontrare gente che poteva raccontarmi la propria esperienza vissuta “on the road” sulla Route 66 nei suoi anni d’oro era una splendida occasione.

E poi avrei avuto Jim li davanti a me, una sorta di wikipedia della Route 66.

Dopo aver letto i suoi libri poterlo avere a disposizione per approfondire le mie curiosità era troppo allettante.

Arrivato a Kingman, mi diressi verso l’hotel nel quale avrebbe avuto luogo il party e vidi da lontano Jim che indossava il suo inseparabile cappello.

E’ stato un saluto caloroso ed una serata che non potrò mai dimenticare.

Jim in quell’occasione mi fece dono della membership onoraria della “Route 66 Association of Kingman Arizona”.

Una piccola grande cosa per un appassionato della Route 66 come me.

Ed ancora un nuovo incontro, l’anno successivo, nel 2017, al mio terzo viaggio lungo la Route 66, in un’enoteca di Kingman dove passammo il tempo a parlare della Mother Road sorseggiando un bicchiere di ottimo Chardonnay della California.

Una serata splendida, immerso nel cuore della Route 66, ascoltando i racconti di Jim e guardando le sue foto scattate in mezzo alla storia della vecchia highway.

Quella sera Jim mi regalò il suo ultimo libro “Route 66. The America’s longest small town”, corredato dell’immancabile dedica.

Avere Jim a portata di mano era come disporre di una enciclopedia “on demand”, un’occasione straordinaria per un affamato di informazioni come me.


Mickey di Carterville (Missouri)

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Mickey – Maggio 2017

Un incontro pianificato tramite le pagine di Facebook è stato quello con Mickey, un appuntamento preso attraverso un gruppo dedicato alla Mother Road nel quale da tempo posto le mie foto.

Mickey è il gestore di un’attività di assistenza stradale e di un’officina a Carterville in Missouri e leggendo il mio itinerario, che ovviamente includeva la comunità in cui vive, mi ha invitato nella sua officina per uno stop, ricordandomelo ogni volta che postavo nel gruppo una nuova foto.

La scusa era una cartolina che voleva darmi e che ritraeva la sua città e la sua attività.

“Don’t forget about me!”, scriveva Mickey, ed io non me ne sono certo dimenticato.

Arrivato a Carterville mi fermai con la macchina in mezzo ad un piazzale.

Non sapevo come trovarlo, Carterville non è certo una metropoli, ma comunque non avevo molte informazioni.

Scesi dalla macchina ed iniziai a guardarmi intorno quando dall’interno di un ufficio arrivò nitida la sua voce che, con un americanissimo “Franco”, richiamava la mia attenzione.

“Vedendo da dove partivi avevo calcolato che saresti arrivato qui più o meno a mezzogiorno” mi disse.

Essere attesi da un amico, anche se non lo si è mai visto, è stata una bellissima sensazione.

Mi mostrò con orgoglio le foto d’epoca della sua attività legata da sempre alla Route 66, ci scattammo l’immancabile foto insieme e passammo diversi piacevoli minuti a chiacchierare prima di salutarci.

Ed ovviamente mi consegnò la cartolina.


Dries della Route 66 Association of Holland

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Dries – Maggio 2017

Un incontro accidentale fu invece quello con Dries.

Ero nel motel fuori Chicago il mio primo giorno di viaggio nel maggio 2017, il mio terzo lungo l’intero percorso della Route 66.

Stavo uscendo dalla sala della colazione quando lo vidi entrare con il suo tipico abbigliamento da biker.

Siamo amici su Facebook ma non ci eravamo mai visti di persona.

Anche lui stava per iniziare il suo viaggio, l’ennesimo, credo infatti che abbia percorso la Route 66 più di una decina di volte.

Un veterano della Mother Road, conosciuto ed amato da tutto il popolo della Route 66.

E’ stato un incontro divertente.

Il preludio perfetto di un viaggio che sarebbe stato il mio più bello lungo la Route 66.


Delvin, del California Route 66 Museum di Victorville (California)

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Delvin – Maggio 2017

Altrettanto accidentale è stato l’incontro con Delvin.

Mi seguiva anche lui tramite uno dei gruppi di Facebook nel quale posto regolarmente le mie foto della Mother Road e, osservando il mio itinerario giornaliero, immaginò che, quel giorno, sarei sicuramente entrato nel museo.

E’ stata tuttavia una decisione del tutto improvvisa la mia, poiché tendenzialmente non sono molto attratto dai musei lungo la Route 66, anche se ne ho visti molti compreso quello di Victorville.

La Route 66 è uno splendido museo a cielo aperto e tutto quello che ha da offrire lo si trova lungo il suo percorso ai lati della strada.

Ma decisi di entrare perché li dentro sapevo che avrei trovato l’opera di un’artista olandese recentemente scomparso, un grande appassionato della Route 66.

Appena entrato nel museo, poco dopo aver lasciato che la porta si chiudesse dietro di me, vidi una persona venirmi incontro, tendermi la mano e chiamarmi per nome.

Io restai per un po’ disorientato perché non lo conoscevo e non riuscivo a capire come facesse a sapere il mio nome.

Superato l’attimo di smarrimento abbiamo passato una piacevole ora a parlare della Route 66, dei bellissimi cimeli custoditi nel museo e della sua vita, legata alla Route 66 percorsa dai suoi genitori negli anni della grande depressione dall’Oklahoma fino in California.

Delvin presta servizio nel museo come volontario, una splendida persona a cui affidarsi per conoscere le storie che si celano dietro i cimeli custoditi nella bellissima struttura.


Jerry McClanahan (EZ 66 for travelers)

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Jerry McClanahan – Maggio 2017

Un incontro pianificato in extremis, davvero all’ultimo momento, fu quello con Jerry McClanahan, l’artista che tra le altre cose ha realizzato la mitica “EZ 66 FOR TRAVELERS”, la guida senza la quale percorrere a Route 66 è praticamente impossibile.

Pernottavo a Chandler, la sua città, e quindi una sorta di pianificazione in realtà l’avevo fatta.

Non sapendo come contattare Jerry, la mattina, dalla camera del Lincoln Motel, postai una foto in un gruppo di Facebook, lasciando che apparisse la posizione da dove la stavo caricando.

Jerry, che evidentemente era collegato, commentò la foto chiedendomi di passare alla sua gallery.

La mia volontà era proprio quella, ma era ancora molto presto e quindi ci siamo dati appuntamento di li ad un’ora.

Dopo una splendida colazione al Boomarang Diner, mi recai in macchina alla Gallery di Jerry.

Lui era davanti alla porta che mi aspettava, e una volta sceso mi chiamò per nome e ci stringemmo la mano.

La strada madre non ha segreti per Jerry che mi corresse a mano le due EZ 66 che possiedo, includendo il nuovo percorso in California all’altezza del Cajon Pass e segnalandomi altre brevi deviazioni che avrei incontrato.

Trascorremmo molto tempo a parlare della Route 66 e del suo matrimonio con Mariko, un’appassionata fan giapponese della Route 66, da tempo tra le mie amicizie di Facebook a differenza di Jerry che lo aggiunsi in quell’occasione.
Qualche minuto dopo il mio arrivo, Mariko chiamò Jerry al telefono dal Giappone e gli disse di salutarmi.

Comprai un po’ di cose nella sua gallery, compreso un bellissimo DVD realizzato da un gruppo di appassionati (www.unoccupiedroute66.com), tra i quali c’è anche lui, e che racconta un tratto di Route 66 in Missouri (“The Missouri Maze”).

In realtà cercavo l’ultimo lavoro di quel gruppo, “The California Promise”, ma Jerry non lo aveva e chiamò quindi il regista di questa serie di films che mi suggerì alcuni posti dove avrei potuto trovarlo.

Quella mattina a Chandler ho vissuto una delle mie più belle esperienze di viaggio lungo la Route 66; sentirsi parte integrante di un mondo che amo profondamente è stata una sensazione che non dimenticherò mai.

Era la terza volta che percorrevo la Route 66 ma la prima che incontravo Jerry, le altre volte avevo trovato la gallery chiusa.
Appena l’ho detto a Jerry mi ha subito suggerito di contattarlo al telefono nel caso in futuro dovesse ricapitare.

Ed è senz’altro quello che farò.


Toshi, presidente della Route 66 Association of Japan

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Toshi – Agosto 2016

Ed è ancora Facebook a dettare l’agenda delle emozioni.

Con tutto il male che si può pensare di strumenti come questo, bisogna riconoscer loro il merito di riuscire a mettere in contatto persone che altrimenti non avrebbero modo di conoscersi.

Ed io di persone stupende, da tante parti del mondo, ne ho conosciute un bel po’, anche fuori dal contesto della Route 66.

Tornando a Toshi, il nostro fu un incontro pianificato prima di partire.

Avrei percorso il tratto ovest della Route 66 e sarei ripartito per l’Italia da San Francisco, città dove Toshi vive e lavora.

Dalle pagine di Facebook ai messaggi per mezzo dei quali concordammo un  appuntamento per le 14 ad Union Square.

Trascorremmo due bellissime ore a raccontarci le nostre esperienze di viaggio lungo la Mother Road, a parlare delle persone che entrambi conosciamo, dei suoi 4 anni in Italia, esternando la reciproca curiosità nel capire come, due persone come noi, così lontane per cultura e tradizioni da una strada così fortemente americana potessero essersene innamorate.

Curiosità alle quali non siamo stati in grado di fornire una risposta.


 

La Route 66 affascina ed il suo fascino va oltre le culture e le tradizioni.

La Route 66 è una strada che unisce, in un mondo, come quello attuale, fortemente divisivo.

La Route 66 è una strada che accoglie, che regala emozioni, che mette al centro il concetto di comunità e di amicizia.

E’ impossibile tornare a casa e non aver socializzato con nessuno, è impossibile non portarsi in valigia i sorrisi e gli abbracci delle splendide persone conosciute in un viaggio lungo una strada così lontana da noi.

Tante sono state le splendide persone che ho conosciuto.

Linda della Blue Whale di Catoosa in Oklahoma, Fran , la “Flo” di Cars, del Sunflower Station di Adrian in Texas, Ian del 66-TO-CALI sul molo di Santa Monica e tanti altri ancora.

Gestori di motels, di negozi, viaggiatori con i quali ho incrociato il mio percorso, tutti hanno contribito a rendere indimenticabili i miei viaggi lungo la Route 66.

Friends for life” era il motto del compianto Gary Turner della Gay Parita Gas Station, ed è infatti l’amicizia che rende questa strada unica.

La Route 66 non è semplicemente una strada, ma è molto, molto di più.