Route 66. La difficoltà di tenerla in vita

Pubblicato: maggio 27, 2018 in Route 66
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Little Juarez Cafe (Glenrio, Texas/New Mexico)

Tra le domande più frequenti che mi vengono poste sulla Route 66 ci sono quelle inerenti al perché molte delle sue icone sono chiuse, spesso in stato di abbandono, perché tratti di strada interrotti restano tali per mesi, anche anni, e perché il governo americano non fa nulla per conservare una strada così famosa in tutto il mondo.

Nel porre queste domande traspare, ovviamente, il nostro modo di concepire la vita e la nostra esperienza in una società profondamente diversa da quella americana, oltre alla poca conoscenza su cosa sia successo alla Route 66.

La Route 66 è una strada dismessa nella metà degli anni 80 perchè ritenuta obsoleta e come tale è stata rimossa dalle cartine stradali.

Un processo durato anni (“Route 66. L’inizio della fine“) e nel portarlo avanti nessuno si è preoccupato delle conseguenze che tale operazione avrebbe prodotto sulle comunità coinvolte e sulla vita stessa delle gente.

Questo processo di superamento del vecchio modo di concepire la viabilità negli USA, che la Route 66 incarnava, ha avuto quelle devastanti conseguenze che sono ben visibili in molte delle comunità che si attraversano quando viaggiamo lungo la Mother Road.

Le strade, le vecchie highways, erano nate per unire le comunità, con le nuove interstates queste comunità venivano bypassate.

E le pesanti conseguenze di questo ammodernamento della viabilità sono state considerate come il prezzo da pagare “nel nome del progresso”.

Molte persone sono state costrette ad andarsene per sopravvivere lasciando la propria casa e la propria attività e molte di queste proprietà abbandonate sono oggi diventate dei cimeli storici, delle icone della Route 66.

Gran parte dei luoghi storici che si incontrano lungo il percorso della Route 66 appartengono quindi a privati, alle famiglie di coloro che un tempo li gestivano.

Non sono un bene pubblico, non appartengono a strutture governative.

Parliamo di vecchi motels, ristoranti, stazioni di servizio ed altro ancora.

Ed in quanto proprietà privata i possessori ne dispongono come vogliono, secondo i propri interessi e le proprie possibilità economiche.

A volte capita che queste famiglie regalino il proprio bene alla comunità in cui si trova la quale può o meno provvedere al suo restauro, facendo uso di donazioni private o, quando riescono ad ottenerli, dei fondi federali dedicati ogni anno alla Mother Road.

Perché i possessori di questi luoghi storici li lasciano andare in rovina?

Lo fanno per mancanza di interesse, perchè spesso si sono trasferiti altrove, perché magari quei luoghi sono in vendita da anni ma non si sono mai trovati compratori.

Accade poi che, per ragioni economiche, per evitare di pagare le tasse su un bene del quale non riescono a liberarsi, arrivino anche a demolirlo.

È famoso il caso di Buster Burris, lo storico proprietario di Amboy e del Roy’s Cafe che dopo l’apertura della I40 e del conseguente rapido e drammatico declino del suo business, per non pagare le tasse sugli immobili di sua proprietà accese la ruspa e personalmente demolí l’intera comunità di Amboy salvando, per fortuna, il Roy’s Cafe e poco altro.

Il Roy’s, e l’intera Amboy, furono poi acquistati nel 2005 da Albert Okura, un imprenditore appassionato della Route 66, al prezzo di 425.000 dollari.

Un privato quindi che acquista una delle icone più famose della Route 66.

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Roy’s Cafe (Amboy, California)

Anche l’Henning Motel di Newberry Springs in California (adiacente al Bagdad Cafè), dopo anni di chiusura è stato demolito nel 2014 probabilmente per lo stesso motivo che spinse Buster Burris ad agire in quel modo così drastico.
Oggi dell’Henning Motel resta solo la sua iconica insegna.

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L’insegna dell’Henning Motel (Newberry Springs, California)

E’ di questi giorni (Maggio 2018) l’acquisto da parte di un gruppo di appassionati della Route 66 di un luogo storico della Mother Road in Arizona, il Painted Desert Trading Post, un luogo amatissimo dal popolo della Route 66, posizionato in mezzo al deserto, difficilissimo da raggiungere per via di una strada sterrata molto sconnessa.

Nelle intenzioni di questo gruppo di appassionati c’è la volontà di non lasciar morire un luogo così amato e di permetterne l’accesso ai visitatori.

Hanno avviato una raccolta fondi a supporto di questa operazione che ha comportato per loro un investimento considerevole.

Altri privati, quindi, che acquistano un cimelio storico.

Le comunità lungo la Route 66, inoltre, sono state tutte più o meno pesantemente danneggiate dall’apertura delle interstates e quindi non hanno un potenziale economico importante e sufficiente per farsi carico da sole del mantenimento di quelle icone della Route 66 che insistono nel proprio territorio e che le appartengono.

Un caso eclatante è stato quello dell’Avalon Theater di McLean in Texas.
L’Avalon Theater era un piccolo teatro degli anni 30 chiuso da anni, come tantissime attività di McLean, ed in condizioni di stabilità strutturale ritenute precarie.

Era tuttavia una “Roadside Attraction”, quindi un luogo importante di cui se ne suggeriva la visita.

Per cercare di salvarlo qualche anno fa fu avviata una raccolta fondi che tuttavia non raggiunse lo scopo, ed al sopraggiungere di ulteriori elementi di precarietà nell’agosto del 2017 è stato demolito.

Un’iniziativa che ha scatenato l’ira degli appassionati, perché è avvenuta all’improvviso, ma di fatto non si è riusciti ad impedire che venisse demolito un elemento importante della storia di McLean e della Route 66.

I soldi quindi, uniti probabilmente anche ad una non ancora sufficiente consapevolezza del “tesoro” custodito dalla Route 66, portano spesso ad agire in questo modo.

Gli americani sono un popolo con una storia molto giovane, con una spiccata propensione al futuro ed hanno sempre considerato necessario per il bene e la prosperità del paese, disfarsi di una vecchia strada per realizzarne altre più moderne al fine di spostarsi più rapidamente da una parte all’altra degli USA.

Nel 2017, un mio amico americano appassionato studioso della Route 66, dove vive e lavora, mi raccontava che l’80% dei turismo della Route 66 era straniero, in larga parte europeo.
È un dato che dice molto.

Qualcosa in questo senso sta cambiando, gli americani cominciano ad interessarsi alla loro storia, così ben raccontata dalla Route 66, ma questo è tuttavia un processo lento.

Il governo, comunque, sia esso federale che locale, per il mantenimento della Route 66, non c’è, non nella maniera in cui noi, da italiani, saremmo portati ad immaginare.

Il fondo federale che periodicamente viene rinnovato (e non sempre è un rinnovo così scontato) non è sufficiente a coprire tutte le necessità di una strada lunga è densa di elementi storici come la Route 66.
Ogni anno vengono individuate dei luoghi storici da restaurare ed ai quali viene fornito un contributo economico, unito, molto spesso, all’immancabile donazione degli appassionati.

Anche nei musei, spesso gestiti dalle associazioni private dedicate alla Mother Road o dalle comunità in cui si trovano, il personale che vi lavora è costituito da volontari ed appassionati, persone spesso in pensione che dedicano il proprio tempo a gestire il museo e ad accompagnare i turisti nel viaggio attraverso i cimeli che custodisce.
Questi musei, il cui ingresso è spesso gratuito, gradiscono offerte dagli avventori, offerte necessarie per il proprio mantenimento.

La Strada, la nostra amata Route 66, è viva grazie all’impegno degli appassionati che spendono il proprio tempo, e spesso i propri soldi, per tenere vivo un sogno.

Il privato, quindi, prevale sul pubblico, come un po’ in tutti i campi della vita negli Stati Uniti.

La strada.
La Route 66 è una strada che ufficialmente non esiste più.

Non esiste sulla cartina una strada che corra continua da Chicago a Los Angeles e che si chiami US 66.

la Route 66 è stata dismessa il 27 giugno del 1985 ed è stata sostituita da 5 interstates:
I55, I44, I40, I15 ed I10.

Cos’è quindi oggi la Route 66?

La Route 66 oggi tecnicamente è l’insieme di tutti i tratti di strada che un tempo ne fecero parte.

Molto spesso, questi tratti di strada hanno oggi nomi diversi: Hwy ZZ, W, KK, Oatman Hwy, Pecos dr. ed altro ancora.

Per ragioni di viabilità locale, ed anche per dare un taglio definitivo col passato, questi tratti sono stati rinominati facendo perdere alla Mother Road anche la propria gloriosa identità.

Questi tratti sono gestiti dalla contea o dal dipartimento dei trasporti dello stato in cui si trovano.

Gli anni si fanno sentire sempre di più e le avversità meteorologiche contribuiscono spesso a danneggiare le infrastrutture che si trovano lungo il percorso della vecchia highway.

Troviamo ponti chiusi da anni perché ritenuti non sicuri, come il Gasconade Bridge in Missouri (chiuso dal 2014. Ad oggi, 2018, è ancora in questo stato) o quelli nel Mojave Desert in California il cui tratto di strada è stato chiuso più volte dal 2014 al 2016, a causa di violente inondazioni che l’hanno pesantemente danneggiato, e dalla primavera del 2017 è chiuso definitivamente senza che al momento vi siano previsioni per la sua riapertura.

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Gasconade Bridge, Hazelgreen (Missouri)

Il discorso in questi casi è simile a quello dei cimeli lungo la Route 66.

I dipartimenti dei trasporti hanno priorità diverse rispetto a quella di riparare una vecchia strada o un vecchio ponte, ed i fondi disponibili evidentemente non permettono di intervenire in tempi rapidi.

In fondo il tratto desertico in California non trasporta un numero rilevante di veicoli, ci sono periodi dell’anno in cui si fa fatica ad incrociare altre macchine.
E poi li vicino c’è la I40, che è più veloce, larga, sicura, è la strada che qualsiasi americano userebbe per spostarsi in auto in quei posti.

Stesso discorso per il Gasconade Bridge che si trova su un tratto di strada che corre parallelo alla I44.

Vista in quest’ottica, riparare la Route 66 non rappresenta una priorità.

E qui possiamo agganciarci alla scarsa sensibilità verso un pezzo della storia del proprio paese, ma questa sensibilità è sempre legata alla disponibilità economica che non è evidentemente sufficiente per farsi carico, in tempi ragionevolmente brevi, della riparazione di una vecchia strada.

Noi quindi, nel formulare le nostre argomentazioni, ragioniamo da turisti, da appassionati viaggiatori della Route 66, ma soprattutto da italiani.

E questo ci porta a dare valutazioni frettolose e non coerenti con la realtà di una società che è profondamente diversa dalla nostra.

La Route 66 è una strada difficile da mantenere in vita, perchè lunga (4 volte l’Italia) e perchè è densa di elementi storici che la contraddistinguono e che bisognerebbe preservare.

Quello che sempre più spesso viene fatto, è costruire nelle grandi città angoli nei quali si realizzano dei tributi alla Mother Road (la Cyrus Avery Centennial Plaza a Tulsa ad esempio), il che è positivo perchè è un forte segnale di attenzione da parte degli americani alla propria storia, ma allo stesso tempo è un’operazione molto più semplice che intervenire lungo la Strada cercando di preservarla da un inevitabile declino.

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Cyrus Avery Centennial Plaza (Tulsa, Oklahoma)

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