Route 66 2018. Barstow – Kingman

Pubblicato: agosto 15, 2018 in Route 66

2_Barstow_Kingman

“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti.”
Michael Wallis, scrittore


Ed oggi è stato il giorno del deserto “terribile e luminoso”.

Nel percorrere questo splendido tratto della Mother Road da ovest ad est ho avuto sensazioni diverse dalle volte precedenti.

Percorrendo la Mother Road westbound lo aspetto per tutto il viaggio, questa volta l’ho percorso subito, al secondo giorno.

Ma le emozioni che regala sono le stesse.

Pur amando di più la parte est della Route 66, il tratto nel deserto del mojave, con le sue splendide icone, è, per tanti motivi, sempre nel mio cuore.

È stata una giornata splendida quella che sto per chiudere.

Da Dagget con il suo storico Market in mezzo al nulla, al sempre emozionante Bagdad Cafe, e poi quella che è una delle mie icone preferite: il Roy’s Cafe di Amboy.

Qui abbiamo incrociato dei nostri amici di Roma con i quali passeremo un paio di giorni in viaggio lungo la Mother Road.

Il Roy’s è sempre affascinante, con le sue vecchie stanze, dalle quali puoi fotografare, quasi di nascosto, la splendida insegna, e la sua posizione in mezzo al nulla, come una splendida oasi nel sederto.

È difficile immaginarlo ai suoi tempi d’oro, quando dava lavoro ad una settantina di persone ed era aperto 24 ore al giorno tutti i giorni.

“Sembrava che il mondo intero passasse da Amboy” raccontava Buster Burris, lo storico proprietario del Roy’s, ma ben presto l’amara realtà si appalesò, quando “qualcuno sembrava avesse chiuso un cancello sulla Route 66”.

Quel cancello si chiama I40.

E poi ancora Oatman, con la sua “Bloody 66” e la romantica ed inconsueta “Shaffer Spring Bowl”, una sorgente d’acqua in mezzo alle black mountains, che un tempo serviva per riempire i radiatori in ebollizione delle vecchie automobili ed oggi è un abbeveratoio per gli asini che popolano la zona.

Questa bellissima giornata si è conclusa con un’ottima cena al Rutherford Family Diner di Kingman.

Ora sono a El trovatore, ormai un classico dei miei viaggi lungo la Mother Road.

Domani mi aspetta un altro bel tratto di Route 66.

Route 66 2018. Santa Monica – Barstow

Pubblicato: agosto 14, 2018 in Route 66

1_SantaMonica_Barstow
“Là, di fronte alla grande spiaggia ed all’oceano, i viaggiatori della Route 66 si chinano per leggere la targa in ottone della Will Rogers Highway.
Di solito restano per un po ‘, poi partono.
È un rito che si ripete continuamente.
Per chi percorre la Route 66, la Main Street of America è un viaggio senza fine.”
Michael Wallis, scrittore


 

Il mio viaggio è partito oggi, anticipato da un’ottima colazione da Mel’s, proprio all’incrocio tra la Lincoln e la Olympic, in compagnia di Ian del 66-TO-CALI, l’ultimo baluardo ufficiale della Route 66 prima dell’End of the Trail, il chiosco dove si possono acquistare i certificati di percorrenza. E non solo.

Un’ora passata a raccontarci questo ultimo anno di Mother Road, dall’ultima volta che ci siamo visti a Maggio 2017.

Uscire da Los Angeles lungo la Route 66, che in gran parte è la Santa Monica Boulevard, è terribilmente noioso esattamente come entrarci.

Forse un po’ di più considerato che percorrendola verso est, ed essendo quindi appena partito,  ero più desideroso di incontrare di nuovo la vera Mother Road.

Ci fermiano come di consueto molto spesso per fotografare e filmare la vita lungo la Route 66.

In occasione di una di queste soste, davanti alla Bono Historic Orange, un chiosco a forma di arancia, molto popolare negli anni 30 lungo le highways, vedo venirmi incontro un anziano signore.

Il chiosco, ed il ristorante collegato, ormai chiusi, appartenevano ad una famiglia di origine italiana, la famiglia Bono.

Non avevo recuperato altre notizie sulla proprietà se non che era chiusa ormai da anni.

L’anziano signore era il Sig. Bono che incuriosito dal mio indugiare davanti a quella vecchia arancia in vetroresina, mi invitava ad entrare nel ristorante.

Mentre mi raccontava la sua storia di americano figlio di italiani, intorno a me, in quello che doveva essere un ristorante chiuso da tempo, vedo gente intenta a sistemare il locale.

Uno di questi mi viene incontro e mi invita a parlare italiano, perché lui nonostante i suoi 40 anni negli USA non lo ha dimenticato.

Era il nuovo proprietario del locale, che da anni possiede altri ristoranti a Los Angeles.

Insomma, il fermento era dovuto alla imminente riapertura di quel ristorante italiano chiuso da anni.

Sono stato più di un’ora li dentro ad ascoltare i racconti del vecchio e del nuovo proprietario, storie come se ne sentono tante da coloro che anni fa tentarono la sorte partendo per gli USA.

Mi sembrava di essere in un film degli anni 60, uno splendido spaccato di vita lungo la Route 66.

Dopo Victorville, finalmente, incontro per davvero la vecchia, romantica highway.

La strada illuminata dal sole al tramonto ed i continui saliscendi del tracciato riempivano gli occhi di immagini bellissime ed il cuore di splendide sensazioni.

La vecchia cara Route 66, quella vera, non delude mai.

Ed ora sono a Barstow, domani mi aspettano degli amici al Roy’s Cafe con i quali farò un tratto fino a Williams.

E domani ci sarà anche il deserto.

3

2

1

Route 66 2018. Los Angeles

Pubblicato: agosto 13, 2018 in Route 66

0_LosAngeles

“La grandi opportunità turistiche del sud della California hanno reso Los Angeles la punta finale dell’arcobaleno della Route 66.”
Glen Duncan, scrittore


13 Agosto Los Angeles

Quante possibilità ci sono di incontrare persone che si conoscono in una metropoli smisuratamente grande come Los Angeles?
Direi pochissime.
Oggi la giornata è cominciata con una graditissima sorpresa,  nella sala della colazione dell’hotel dove mi trovo adesso, ho incontrato dei ragazzi di un forum dedicato agli USA che ho conosciuto anni fa ad un raduno.
Il caso spesso organizza delle piacevoli sorprese.

Giornata dedicata ad alcuni posti di Los Angeles.
Detesto guidare nelle città americane, e Los Angeles in questo senso, ma anche in tanti altri, è la quintessenza del caos sulle freeways; le macchine sembrano sopportarmi a fatica continuando confusamente a sfrecciare intorno a me.
Non è la Route 66 ed anche da questo si vede.
Tracce della Mother Road si sono oggi mescolate agli eccessi di questa metropoli, piccoli segnali che quasi vogliono ricordare alla gente che tutto sommato si stava meglio prima e che correre cosi veloci non ne vale la pena.
Lo storico Barney’s Beanery a Santa Monica ed il recente Mel’s Drive In, sono due bellissimi diners che riescono bene nell’intento di riportarci indietro nel tempo.

Barney’s è un locale storico, mentre mel’s ha aperto da pochi mesi la dove per circa 40 anni è terminata la Route 66, all’incrocio tra la Lincoln e la Olympic, la fine vera, non quella “coreografica” Santa Monica Pier.
Ma è proprio al Pier che ci siamo dati appuntamento con dei nostri amici di Roma, appena sbarcati a Los Angeles.
Una foto sotto al comunque amato “End of the trail” sign e poi li abbiamo lasciati prendere possesso delle loro stanze.
Ci incontreremo fra un paio di giorni, al Bagdad Cafe.
Eh già… il Bagdad Cafè…la Route 66… Domani dopo una colazione da Mel’s mi aspetta un inconsueto Begin.
Tra la Lincoln e la Olympic… A Santa Monica… in partenza.
Direzione est.

Il video di oggi:

Route 66 2018. Italia – L.A.

Pubblicato: agosto 12, 2018 in Route 66

0_LosAngeles

“Viaggiare è come comprare una lingerie vivace, delle riviste trash, un gadget per la cucina o degli accessori per la macchina: nessuna di queste cose è necessaria, ma tutte rendono la vita un po’ più interessante.
Questo vale anche per la vecchia Route 66.”
Tom Snyder, scrittore e fondatore della US Route 66 Association


 

Oggi è partito il mio quarto viaggio lungo l’intero percorso della Route 66.
Sarà verso est, al contrario.
Sono quindi arrivato dopo diverse ore di volo a Los Angeles, nel posto dove ho terminato le mie precedenti tre volte.
È come riavvolgere il nastro, riascoltare un disco che adori ma con le canzoni in una sequenza diversa.
Il percorso tradizionale è quello da Chicago a Los Angeles (westbound), perché la migrazione ai tempi della grande depressione e del dust bowl portava gli americani, verso ovest, perché nel dopo guerra si andava in vacanza in California, perché banalmente le “Numbered Higways” nel 1926 vennero concepite così, da est ad ovest.
Dopo 3 volte che l’ho percorsa in questo modo ho voluto cambiare, e per un abituninario come me non è un cambiamento da poco.
Non ho mai amato particolarmente le città americane, e Los Angeles non è tra quelle in cui preferisco andare, ma ormai qui mi sento a casa, la Route 66 virtualmente finisce poco più giù.
La targa di Will Rogers, il pontile con il cartello che dal 2009 segna la fine virtuale di un’highway che esiste solo nel cuore degli appassionati come me, l’ultimo negozio dedicato a Bob Waldmire alla fine del pontile.

Tutto questo è stato il mio breve pomeriggio a Santa Monica, mentre il telefono riceveva messaggi da amici che vedrò più avanti lungo la Strada.
Sono di nuovo qui, ed è stupendo.
Quello che per molti, ed anche per me in passato, è l’End of the trail, per me questa volta è l’inizio del mio quarto viaggio nel tempo.

 

 


Il video di oggi:

 

Route 66 2018 – Eastbound

Pubblicato: luglio 21, 2018 in Route 66

copertina_viaggio_3


 

Ripercorrerò interamente per la quarta volta la Route 66, la mia personale via di fuga dal caos quotidiano, il mio viaggio indietro nel tempo attraverso una strada che adoro.

Incontrerò vecchi amici, persone che hanno reso indimenticabili i miei precedenti viaggi ed altre persone con le quali ho incrociato virtualmente il mio cammino tramite i social media, e che certamente renderanno ancora più bella questa mia nuova avventura.

Voglio incontrare più gente possibile, voglio arricchire il mio bagaglio di conoscenza di questa strada e delle sue storie.

La percorrerò “Eastbound” questa volta, al contrario, partendo da Los Angeles e terminando a Chicago.

Immagino sarà strano vederla così.

Il percorso Westbound è quello che ha caratterizzato la storia di questa strada.

Andare ad ovest è sempre stata una necessità del popolo americano.

Dai primi tentativi di esplorare il selvaggio west, alla migrazione durante la Grande Depressione ed il Dust Bowl, alle agognate mete Californiane di vacanza nel periodo post bellico.

Viaggiare Eastbound sarà strano, anche il solo approccio al susseguirsi delle icone potrebbe disorientare.

Ma questa volta l’ho immaginata così, dopo che per 3 volte l’ho percorsa secondo tradizione.

Sarà, quindi, un viaggio incentrato sull’interazione con il popolo della Route 66, sul racconto di storie attraverso anche la realizzazione di piccoli video che posterò giornalmente e che, una volta a casa, rielaborerò in maniera strutturata.

E sarà ovviamente incentrato anche sulle foto, nonostante le migliaia che ho già fatto ci sono sempre nuove prospettive da esplorare.

Tornerò in posti che ho già visto e visiterò luoghi meno noti ma che hanno piccole e curiose storie da raccontare.

Questa è la pagina che riepiloga le singole tappe ciascuna delle quali sarà raccontata attraverso foto, video ed un breve riassunto.

Il mio viaggio nel tempo fra non molto partirà.

Devo solo aspettare ancora un altro po’.


 

 

face_2

face_1


I “trailers”

 

 


 

GIORNO PARTENZA ARRIVO
1 ITALIA LOS ANGELES
2 LOS ANGELES LOS ANGELES
3 LOS ANGELES BARSTOW
4 BARSTOW KINGMAN
5 KINGMAN WILLIAMS
6 WILLIAMS WILLIAMS
7 WILLIAMS HOLBROOK
8 HOLBROOK GRANTS
9 GRANTS TUCUMCARI
10 TUCUMCARI AMARILLO
11 AMARILLO CHANDLER
12 CHANDLER CARTHAGE
13 CARTHAGE LEBANON
14 LEBANON CUBA
15 CUBA SPRINGFIELD (IL)
16 SPRINGFIELD (IL) CHICAGO
17 CHICAGO CHICAGO
18 CHICAGO ITALIA

Lucille_NEW

La Route 66 è un insieme di emozioni.

La Route 66 è passione, sogno, speranza, tenacia, ottimismo.

La Route 66 è il sorriso della gente che non ha mai mollato e che crede in un’alternativa più semplice alla sfrenata voglia di correre.

La gente, il popolo della Route 66 ha reso questa strada quello che è oggi: leggenda.

In tanti hanno contribuito a costruire e ad alimentare quel sogno, in tanti con le loro azioni hanno lasciato un segno non solo lungo il suo percorso, ma anche nei cuori di coloro che, come me, hanno avuto la fortuna di percorrerla.

Angel Delgadillo, Lillian Redman, Lucille Hamons, nomi che hanno scritto pagine straordinarie di questa bellissima storia.

Pagine colme di poesia, immagini di un tempo passato.

Pagine di straordinaria umanità, come quelle scritte dalla mamma di tutti i viaggiatori della US highway 66: Lucille Hamons, la Mother of the Mother Road.

Lucille Arthurs nacque il 13 Aprile del 1915 in una famiglia di contadini.

Subito dopo il diploma sposò Carl Hamons, un agricoltore dal quale ebbe 3 figli.

Lucille e Carl nel 1941 acquistarono una stazione di servizio nei pressi di Hydro in Oklahoma, la Provine Service Station, alla quale ben presto aggiunsero dei bungalows e cambiarono nome in Hamons’ Court.

L’Hamons’ Court era una tipica attività a conduzione familiare, come era d’uso in quegli anni lungo la gloriosa highway, e come tale ospitava, al piano superiore, anche la casa di Lucille e Carl.

Erano anni difficili nei quali il paese usciva dalla grande depressione e, soprattutto, in quella zona, dalle terribili conseguenze del Dust Bowl, gli introiti quindi non erano sufficienti alla famiglia per arrivare a fine mese.

Carl, per racimolare qualche soldo in più, acquistò un camion e cominciò l’attività di autotrasportatore, lasciando a Lucille l’onere di gestire da sola la stazione di servizio ed il piccolo motel.

La Route 66 in quegli anni era attraversata da migliaia di disperati in fuga verso la California, gente che scappava dalla propria terra resa arida dalle tempeste di sabbia che per quasi 10 anni devastarono quella zona, gente che in California sperava di trovare un lavoro per garantirsi un futuro diverso dal terribile presente che stava vivendo.

Lucille si prendeva cura di quei disperati, forniva loro assistenza, un pasto caldo, un tetto dove dormire, spesso gratis perché quella gente non aveva soldi per pagare.

A volte Lucille acquistava le loro macchine ormai in panne in modo che, con quei pochi soldi, potessero prendere il primo autobus in direzione ovest, verso la California.

L’Hamon’s Court somigliava più ad uno sfasciacarrozze che ad un motel per la quantità di vecchi rottami che giacevano li davanti.

Lucille non si risparmiava, come una mamma si prendeva cura di quella gente.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, il conseguente razionamento della benzina e le pesanti restrizioni introdotte nella vita degli americani per supportare le truppe al fronte, anche la sua situazione di Lucille cominciò a diventare difficile.

La gente che percorreva la vecchia highway a quei tempi non era sufficiente a garantirle una dignitosa sopravvivenza.

Ma nonostante tutto Lucille non lasciò la sua amata 66.

Con la fine del conflitto cominciarono gli anni del boom economico, del benessere, e la Route 66 divenne una strada frequentatissima dalle famiglie che la percorrevano per le proprie vacanze.

L’attività quindi riprese vigore e l’Hamons’ Court divenne una tappa immancabile per tutti i viaggiatori della della Route 66.

Tutto sembrava andare a gonfie vele fino a quando, nella metà degli anni 60, l’Interstate 40 cominciò ad affacciarsi nei pressi di Hydro.

Come accaduto da altre parti lungo la Route 66, non c’era una completa consapevolezza di cosa l’arrivo di queste nuove autostrade avrebbe comportato, ad Hydro tra l’altro, sarebbe passata a pochi metri dalla stazione di servizio di Lucille, parallela alla vecchia highway.

Non sembrava così pericolosa come poi si sarebbe rivelata.

Lucille cercò di ottenere un’uscita che conducesse i viaggiatori fuori da quella nuova autostrada e che permettesse loro di continuare a fermarsi nella sua stazione di servizio e nel suo motel, ma ogni suo sforzo fu vano.

Anzi, lo stato dell’Oklahoma fece costruire una recinzione ai lati della nuova autostrada, isolando di fatto la piccola attività di Lucille.

Furono anni difficili, l’avvento della interstate 40 stava ponendo fine non solo alla sua attività, ma anche al suo matrimonio con Carl dal quale alla fine divorziò.

Lucille non sapeva cosa fare, la tentazione di mollare era forte.

Non c’erano prospettive di sopravvivenza, nessuna possibilità di riuscire a raggranellare qualche soldo da un’attività che ormai era tagliata fuori da tutto.

Ma Lucille si sentiva una figlia di quella strada e non riusciva a vedersi lontana dalle sue radici, da quella vecchia highway lungo la quale aveva trascorso la sua intera vita.

Decise ancora una volta di restare.

Cambiò nome alla sua proprietà, da Hamon’s Court ad un più semplice e romantico Lucille’s.

Iniziò a vendere birra per poter sopravvivere e garantire gli studi ai propri figli.

Negli anni 80, la Route 66 cominciò a crescere in popolarità tra i viaggiatori alla ricerca della vera America e Lucille era una delle icone della vecchia highway sopravvissute al progresso.

Lucille e la sua piccola stazione di servizio divennero meta di appassionati il cui unico scopo era di incontrarla per una foto, per acquistare qualche souvenir o per un semplice autografo.

E fu proprio un autografo, apposto nel documento sbagliato, a crearle ulteriori problemi, più di quelli che già le erano stati causati dalla I40.

Verso la metà degli anni 80 l’ente americano preposto alla protezione dell’ambiente emanò nuove regole che prevedevano l’adeguamento delle cisterne di stoccaggio della benzina.

Lucille affittava le pompe di benzina da una famosa compagnia petrolifera americana, la quale avrebbe dovuto preoccuparsi di provvedere alla messa in regola dell’intera struttura entro i termini stabiliti dalla legge.

Ma un giorno, come un qualunque viaggiatore, un rappresentante di questa compagnia si recò in incognito da Lucille e le disse che avrebbe pagato un dollaro per un suo autografo.

Lucille, ormai 70enne, ingenuamente fece quell’autografo, e l’uomo le restituì una copia carbone del pezzo di carta da lei firmato facendole i complimenti per essere diventata proprietaria di quelle pompe di benzina.

Lucille, quindi, in qualità di proprietaria avrebbe dovuto farsi carico dell’adeguamento dell’impianto alla nuova normativa.

Fu uno shock terribile.

Un raggiro, una truffa che costringeva Lucille a farsi carico di una spesa enorme che non poteva sostenere, ma senza la quale era prevista la confisca dell’intera proprietà.

Lucille non resse allo shock e cominciò ad avere seri problemi di salute.

A causa di un infarto stette in ospedale per un mese tenendo chiusa la sua stazione di servizio.

Ma alla fine tornò, anche se il pensiero di perdere tutto quello per cui aveva vissuto e lottato era devastante.

Il termine ultimo imposto dalla legge era l’anno 1998.

Lucille prese contatti con la figlia alla quale non chiese soldi ma un’idea, un suggerimento per superare questo ennesimo insormontabile scoglio.

La figlia le suggerì di provare a scrivere un libro.

Un libro dove lei in prima persona raccontava la sua storia, la storia della sua vita lungo la leggendaria US Highway 66, la storia della Mother of the Mother Road.

Lucille seguì il consiglio e scrisse quel libro.

Il libro fu un successo che andò oltre le più rosee aspettative e con i soldi ricavati dalla sua vendita, un paio di settimane prima della scadenza di legge, riuscì a mettere a norma le cisterne.

Lucille passò gli ultimi anni della sua vita nella sua stazione di servizio, ai bordi di una strada che il progresso voleva abbandonata al suo destino.

La gente, i viaggiatori della Route 66 adoravano quella piccola costruzione in legno, adoravano Lucille, la sua storia ed il suo altruismo.

Giornali e Tv facevano tappa da lei per intervistarla, gente comune voleva conoscerla solo per abbracciarla, guardare negli occhi una donna che ha segnato in modo indelebile la storia di quella vecchia striscia d’asfalto e di cemento.

Lucille fu insignita dell’onoreficenza dell’Oklahoma Route 66 Hall Of Fame, come leggenda di una strada leggendaria.

Ad 85 anni, dopo 59 trascorsi lungo la US Highway 66, Lucille, la Mamma della Strada Madre, il 18 Agosto del 2000 lasciò per sempre la sua stazione di servizio.

Ma il suo ricordo, la sua bontà e la sua passione per quella strada permeano ancora quella piccola costruzione in legno ai bordi della Route 66.

Lucille è stata e resterà per sempre la mamma di tutti i viaggiatori della vecchia highway.

Lucille è morta nella sua casa, sulla Route 66, secondo la sua volontà, lei è sempre stata l’unica padrona di se stessa fino al suo ultimo respiro.

Ha gestito questo negozio dal 1941 fino al giorno della sua morte, 59 anni dopo.

Per anni Lucille ha aiutato la Mother Road a prendersi cura dei suoi viaggiatori, ma negli ultimi 5 anni sono stati i viaggiatori della Route 66 a prendersi cura della “Mother of the Mother Road”.

In memoria di Lucille Hamons, the Mother of the Mother Road.

Route 66. 66 giorni alla Route 66.

Pubblicato: giugno 9, 2018 in Route 66

66 giorni al nuovo viaggio lungo la 66.

Una nuova avventura, incontri con vecchi e nuovi amici, emozioni che si rinnovano.

Farò come al solito migliaia di foto, ma questa volta cercherò di concentrarmi un po’ di più sulla realizzazione di piccoli video reportage giornalieri, raccontando le storie che si nascondono dietro ogni curva dello splendido tracciato della Mother Road e coinvolgendo le persone che su quella strada vivono e lavorano.

Questo video è un modo per riassumere il passato ed introdurre il futuro.

Un teaser, un countdown alla mio quarto viaggio lungo l’intero percorso della US Highway 66.

DSC_5533

Little Juarez Cafe (Glenrio, Texas/New Mexico)

Tra le domande più frequenti che mi vengono poste sulla Route 66 ci sono quelle inerenti al perché molte delle sue icone sono chiuse, spesso in stato di abbandono, perché tratti di strada interrotti restano tali per mesi, anche anni, e perché il governo americano non fa nulla per conservare una strada così famosa in tutto il mondo.

Nel porre queste domande traspare, ovviamente, il nostro modo di concepire la vita e la nostra esperienza in una società profondamente diversa da quella americana, oltre alla poca conoscenza su cosa sia successo alla Route 66.

La Route 66 è una strada dismessa nella metà degli anni 80 perchè ritenuta obsoleta e come tale è stata rimossa dalle cartine stradali.

Un processo durato anni (“Route 66. L’inizio della fine“) e nel portarlo avanti nessuno si è preoccupato delle conseguenze che tale operazione avrebbe prodotto sulle comunità coinvolte e sulla vita stessa delle gente.

Questo processo di superamento del vecchio modo di concepire la viabilità negli USA, che la Route 66 incarnava, ha avuto quelle devastanti conseguenze che sono ben visibili in molte delle comunità che si attraversano quando viaggiamo lungo la Mother Road.

Le strade, le vecchie highways, erano nate per unire le comunità, con le nuove interstates queste comunità venivano bypassate.

E le pesanti conseguenze di questo ammodernamento della viabilità sono state considerate come il prezzo da pagare “nel nome del progresso”.

Molte persone sono state costrette ad andarsene per sopravvivere lasciando la propria casa e la propria attività e molte di queste proprietà abbandonate sono oggi diventate dei cimeli storici, delle icone della Route 66.

Gran parte dei luoghi storici che si incontrano lungo il percorso della Route 66 appartengono quindi a privati, alle famiglie di coloro che un tempo li gestivano.

Non sono un bene pubblico, non appartengono a strutture governative.

Parliamo di vecchi motels, ristoranti, stazioni di servizio ed altro ancora.

Ed in quanto proprietà privata i possessori ne dispongono come vogliono, secondo i propri interessi e le proprie possibilità economiche.

A volte capita che queste famiglie regalino il proprio bene alla comunità in cui si trova la quale può o meno provvedere al suo restauro, facendo uso di donazioni private o, quando riescono ad ottenerli, dei fondi federali dedicati ogni anno alla Mother Road.

Perché i possessori di questi luoghi storici li lasciano andare in rovina?

Lo fanno per mancanza di interesse, perchè spesso si sono trasferiti altrove, perché magari quei luoghi sono in vendita da anni ma non si sono mai trovati compratori.

Accade poi che, per ragioni economiche, per evitare di pagare le tasse su un bene del quale non riescono a liberarsi, arrivino anche a demolirlo.

È famoso il caso di Buster Burris, lo storico proprietario di Amboy e del Roy’s Cafe che dopo l’apertura della I40 e del conseguente rapido e drammatico declino del suo business, per non pagare le tasse sugli immobili di sua proprietà accese la ruspa e personalmente demolí l’intera comunità di Amboy salvando, per fortuna, il Roy’s Cafe e poco altro.

Il Roy’s, e l’intera Amboy, furono poi acquistati nel 2005 da Albert Okura, un imprenditore appassionato della Route 66, al prezzo di 425.000 dollari.

Un privato quindi che acquista una delle icone più famose della Route 66.

DSC_6684 copy

Roy’s Cafe (Amboy, California)

Anche l’Henning Motel di Newberry Springs in California (adiacente al Bagdad Cafè), dopo anni di chiusura è stato demolito nel 2014 probabilmente per lo stesso motivo che spinse Buster Burris ad agire in quel modo così drastico.
Oggi dell’Henning Motel resta solo la sua iconica insegna.

DSC_6810 copy

L’insegna dell’Henning Motel (Newberry Springs, California)

E’ di questi giorni (Maggio 2018) l’acquisto da parte di un gruppo di appassionati della Route 66 di un luogo storico della Mother Road in Arizona, il Painted Desert Trading Post, un luogo amatissimo dal popolo della Route 66, posizionato in mezzo al deserto, difficilissimo da raggiungere per via di una strada sterrata molto sconnessa.

Nelle intenzioni di questo gruppo di appassionati c’è la volontà di non lasciar morire un luogo così amato e di permetterne l’accesso ai visitatori.

Hanno avviato una raccolta fondi a supporto di questa operazione che ha comportato per loro un investimento considerevole.

Altri privati, quindi, che acquistano un cimelio storico.

Le comunità lungo la Route 66, inoltre, sono state tutte più o meno pesantemente danneggiate dall’apertura delle interstates e quindi non hanno un potenziale economico importante e sufficiente per farsi carico da sole del mantenimento di quelle icone della Route 66 che insistono nel proprio territorio e che le appartengono.

Un caso eclatante è stato quello dell’Avalon Theater di McLean in Texas.
L’Avalon Theater era un piccolo teatro degli anni 30 chiuso da anni, come tantissime attività di McLean, ed in condizioni di stabilità strutturale ritenute precarie.

Era tuttavia una “Roadside Attraction”, quindi un luogo importante di cui se ne suggeriva la visita.

Per cercare di salvarlo qualche anno fa fu avviata una raccolta fondi che tuttavia non raggiunse lo scopo, ed al sopraggiungere di ulteriori elementi di precarietà nell’agosto del 2017 è stato demolito.

Un’iniziativa che ha scatenato l’ira degli appassionati, perché è avvenuta all’improvviso, ma di fatto non si è riusciti ad impedire che venisse demolito un elemento importante della storia di McLean e della Route 66.

I soldi quindi, uniti probabilmente anche ad una non ancora sufficiente consapevolezza del “tesoro” custodito dalla Route 66, portano spesso ad agire in questo modo.

Gli americani sono un popolo con una storia molto giovane, con una spiccata propensione al futuro ed hanno sempre considerato necessario per il bene e la prosperità del paese, disfarsi di una vecchia strada per realizzarne altre più moderne al fine di spostarsi più rapidamente da una parte all’altra degli USA.

Nel 2017, un mio amico americano appassionato studioso della Route 66, dove vive e lavora, mi raccontava che l’80% dei turismo della Route 66 era straniero, in larga parte europeo.
È un dato che dice molto.

Qualcosa in questo senso sta cambiando, gli americani cominciano ad interessarsi alla loro storia, così ben raccontata dalla Route 66, ma questo è tuttavia un processo lento.

Il governo, comunque, sia esso federale che locale, per il mantenimento della Route 66, non c’è, non nella maniera in cui noi, da italiani, saremmo portati ad immaginare.

Il fondo federale che periodicamente viene rinnovato (e non sempre è un rinnovo così scontato) non è sufficiente a coprire tutte le necessità di una strada lunga è densa di elementi storici come la Route 66.
Ogni anno vengono individuate dei luoghi storici da restaurare ed ai quali viene fornito un contributo economico, unito, molto spesso, all’immancabile donazione degli appassionati.

Anche nei musei, spesso gestiti dalle associazioni private dedicate alla Mother Road o dalle comunità in cui si trovano, il personale che vi lavora è costituito da volontari ed appassionati, persone spesso in pensione che dedicano il proprio tempo a gestire il museo e ad accompagnare i turisti nel viaggio attraverso i cimeli che custodisce.
Questi musei, il cui ingresso è spesso gratuito, gradiscono offerte dagli avventori, offerte necessarie per il proprio mantenimento.

La Strada, la nostra amata Route 66, è viva grazie all’impegno degli appassionati che spendono il proprio tempo, e spesso i propri soldi, per tenere vivo un sogno.

Il privato, quindi, prevale sul pubblico, come un po’ in tutti i campi della vita negli Stati Uniti.

La strada.
La Route 66 è una strada che ufficialmente non esiste più.

Non esiste sulla cartina una strada che corra continua da Chicago a Los Angeles e che si chiami US 66.

la Route 66 è stata dismessa il 27 giugno del 1985 ed è stata sostituita da 5 interstates:
I55, I44, I40, I15 ed I10.

Cos’è quindi oggi la Route 66?

La Route 66 oggi tecnicamente è l’insieme di tutti i tratti di strada che un tempo ne fecero parte.

Molto spesso, questi tratti di strada hanno oggi nomi diversi: Hwy ZZ, W, KK, Oatman Hwy, Pecos dr. ed altro ancora.

Per ragioni di viabilità locale, ed anche per dare un taglio definitivo col passato, questi tratti sono stati rinominati facendo perdere alla Mother Road anche la propria gloriosa identità.

Questi tratti sono gestiti dalla contea o dal dipartimento dei trasporti dello stato in cui si trovano.

Gli anni si fanno sentire sempre di più e le avversità meteorologiche contribuiscono spesso a danneggiare le infrastrutture che si trovano lungo il percorso della vecchia highway.

Troviamo ponti chiusi da anni perché ritenuti non sicuri, come il Gasconade Bridge in Missouri (chiuso dal 2014. Ad oggi, 2018, è ancora in questo stato) o quelli nel Mojave Desert in California il cui tratto di strada è stato chiuso più volte dal 2014 al 2016, a causa di violente inondazioni che l’hanno pesantemente danneggiato, e dalla primavera del 2017 è chiuso definitivamente senza che al momento vi siano previsioni per la sua riapertura.

DSC_4532

Gasconade Bridge, Hazelgreen (Missouri)

Il discorso in questi casi è simile a quello dei cimeli lungo la Route 66.

I dipartimenti dei trasporti hanno priorità diverse rispetto a quella di riparare una vecchia strada o un vecchio ponte, ed i fondi disponibili evidentemente non permettono di intervenire in tempi rapidi.

In fondo il tratto desertico in California non trasporta un numero rilevante di veicoli, ci sono periodi dell’anno in cui si fa fatica ad incrociare altre macchine.
E poi li vicino c’è la I40, che è più veloce, larga, sicura, è la strada che qualsiasi americano userebbe per spostarsi in auto in quei posti.

Stesso discorso per il Gasconade Bridge che si trova su un tratto di strada che corre parallelo alla I44.

Vista in quest’ottica, riparare la Route 66 non rappresenta una priorità.

E qui possiamo agganciarci alla scarsa sensibilità verso un pezzo della storia del proprio paese, ma questa sensibilità è sempre legata alla disponibilità economica che non è evidentemente sufficiente per farsi carico, in tempi ragionevolmente brevi, della riparazione di una vecchia strada.

Noi quindi, nel formulare le nostre argomentazioni, ragioniamo da turisti, da appassionati viaggiatori della Route 66, ma soprattutto da italiani.

E questo ci porta a dare valutazioni frettolose e non coerenti con la realtà di una società che è profondamente diversa dalla nostra.

La Route 66 è una strada difficile da mantenere in vita, perchè lunga (4 volte l’Italia) e perchè è densa di elementi storici che la contraddistinguono e che bisognerebbe preservare.

Quello che sempre più spesso viene fatto, è costruire nelle grandi città angoli nei quali si realizzano dei tributi alla Mother Road (la Cyrus Avery Centennial Plaza a Tulsa ad esempio), il che è positivo perchè è un forte segnale di attenzione da parte degli americani alla propria storia, ma allo stesso tempo è un’operazione molto più semplice che intervenire lungo la Strada cercando di preservarla da un inevitabile declino.

Route66_2017_DSC_5061_

Cyrus Avery Centennial Plaza (Tulsa, Oklahoma)

Route 66. Le Gas Stations

Pubblicato: Maggio 20, 2018 in Route 66

Generale

La storia della Route 66 è strettamente legata a quella dell’automobile.

La vecchia highway racconta l’evoluzione di questo mezzo di trasporto che agli inizi del 1900 rivoluzionò negli USA il modo di concepire i viaggi.

La sua stessa realizzazione, così come quella delle altre “Numbered Highways”, aveva tra i principali scopi quello di fornire alle automobili il “terreno” ideale sul quale poter essere utilizzate, ed agli americani la possibilità di spostarsi da una parte all’altra del paese facendo uso di un mezzo di trasporto alternativo al treno.

Per permettere a questi nuovi destrieri d’acciaio di liberare il proprio potenziale correndo lungo le nuove arterie interstatali, quest’ultime cominciarono ad attrezzarsi con la nascita di un’infinità di attività commerciali legate al viaggio.

Tra queste c’erano i motels, i ristoranti e le stazioni di servizio.

Rifornire le automobili del carburante necessario per poter essere utilizzate è un importante tassello in questa storia.

Le aziende petrolifere cominciarono a sfruttare queste nuove highways a fini pubblicitari, e la Route 66, tra queste, era sicuramente la più popolare.

Basti pensare a Phillips 66, una marca di carburante molto popolare negli USA, che, come si può intuire dal nome, ha forti legami con la Mother Road.

Ci sono varie storie intorno alla nascita del nome attribuito alla compagnia, la più accreditata narra di test prestazionali, su un nuovo tipo di carburante, che negli anni 20 la Phillips Petroleum eseguì in Oklahoma lungo il tracciato della Route 66.

L’automobile equipaggiata con questo nuovo carburante raggiunse le 60 miglia orarie, ma il tecnico della compagnia non era soddisfatto: “60 non è niente, arriveremo a 66!” esclamò.

Questa speciale combinazione, velocità massima raggiunta e la strada sulla quale si verificò l’evento, convinsero i vertici della Phillips Petroleum ad utilizzare come marchio per la propria benzina quello, appunto, di Phillips 66.

Phillips66_McLean

Phillips 66 Service Station (McLean, Texas)

Fornire il carburante per permettere alle macchine di viaggiare era quindi il nuovo business, ma inizialmente aveva connotazioni molto primitive ed essenziali.

La benzina veniva stoccata in barili e venduta ai clienti anche in secchi perfino nei general stores.

Ciascun cliente, quindi, provvedeva in autonomia a riempire il serbatoio della propria automobile spillando il carburante da questi primitivi ed improbabili contenitori.

I limiti di questa pratica erano evidenti e fu per superarli che, agli inizi del 1900, ad un tal Sylvanus Bowser venne in mente di modificare una pompa che aveva inventato, e che veniva normalmente utilizzata per l’acqua, per, letteralmente, “pompare” benzina nel serbatoio delle automobili.

Nacquero quelle che lui stesso chiamò “fillin’ stations”, stazioni di rifornimento dove ci si poteva recare per fare benzina.

Queste nuove pompe di benzina cominciarono ad essere disponibili un po’ ovunque, anche in attività commerciali generalmente non legate all’automobile.

Ma ancora non era abbastanza, la difusione dell’automobile in quegli anni era inarrestabile e le compagnie petrolifere cominciarono a realizzare delle vere e proprie reti di distribuzione del carburante.

Le stazioni di rifornimento cominciarono ad assumere una connotazione ben precisa.

Anche l’estetica di queste nuove attività commerciali cominciò ad avere un aspetto  definito, somigliando, soprattutto nelle piccole comunità, a dei cottages.

Un’architettura molto accattivante e familiare.

Una scelta inusuale se pensiamo a quello che le stazioni di servizio sono diventate, ma all’epoca fu ben ponderata.

La vendita della benzina era un’attività piuttosto nuova ed insolita e si cercava quindi di non  turbare le piccole comunità, perseguendo, anzi, una sorta di integrazione con esse attraverso la realizzazione di queste piccole villette dalle sembianze piacevoli e rassicuranti.

Le stazioni di servizio, solitamente, ospitavano un ufficio, spesso un’officina ed avevano un porticato.

Erano, appunto, delle piccole, piacevoli case.

E di stazioni di servizio simili a cottages se ne trovano diverse lungo la US Highway 66.

Da est ad ovest è un susseguirsi di gas stations, alcune restaurate e riportate a nuova vita, altre abbandonate ai bordi della vecchia highway.

Ad est del midpoint di Adrian si trovano quelle più belle.

Erano gestite da imprenditori privati ed oggi molto spesso questi splendidi impianti vengono ancora identificati con il loro nome.

Basil Ambler, per la Ambler’s Texaco Gas Station di Dwight (Illinois), l’imprenditore che l’ha gestita per il periodo più lungo (conosciuta anche come Ambler’s Becker Gas Station, da Phillip Becker l’ultimo proprietario), o Henry Soulsby, per la Soulsby’s Gas Station di Mt. Olive (Illinois), sono alcuni tra gli esempi.

Quelle citate sono anche tra le stazioni di servizio più belle, assieme alla Standard Oil Gas Station di Odell sempre in Illinois o alla leggendaria Lucille’s Service Station di Hydro in Oklahoma, la stazione di servizio di Lucille Hamons, la “Mother of the Mother Road”.

Ad ovest, complice lo scenario decisamente più selvaggio e meno denso di comunità, è più raro incontrare stazioni di servizio di questo genere.

Le stazioni di servizio storiche hanno perso oggigiorno il loro scopo primario, ma si sono trasformate in qualcos’altro, sono diventate delle bellissime icone, tra i monumenti più affascinanti della US Highway 66.

Route 66. I tratti interrotti

Pubblicato: Maggio 12, 2018 in Route 66 news
DSC_4532

Gasconade Bridge, Hazelgreen (Missouri)

Percorrere interamente la Route 66 negli ultimi anni è diventato abbastanza complicato.

La strada comincia a mostrare i segni del tempo e le avversità meteorologiche spesso fanno danni che vengono riparati dopo molti mesi, a volte anche dopo anni.

Un tratto della Route 66 chiuso da tempo, dalla fine del 2014, è quello in prossimità del Gasconade Bridge a Hazelgreen in Missouri.

Il ponte, dichiarato inagibile, è stato chiuso al traffico ed è stato messo in lista per la sostituzione.

E’ nato, quasi contestualmente alla sua chiusura, un comitato di appassionati della Mother Road che chiede al dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri di salvare il ponte e di restaurarlo invece di abbatterlo.

E’ un pezzo importante della loro storia e non vogliono giustamente privarsene.

Spesso si riuniscono in piccole manifestazioni, raccolgono fondi a sostegno della loro iniziativa, nella speranza di venir ascoltati.

Allo stato attuale, comunque, quel tratto di Route 66, che corre parallelo alla I44, è chiuso.

Per proseguire nel viaggio, venendo da est, bisogna prendere la I44 in prossimità dell’uscita 145 e percorrerla fino all’uscita 140.

Da qui in avanti si proseguirà di nuovo lungo la Mother Road.

Gasconade

Un altro tratto chiuso ormai da più di un anno (dal marzo del 2017) è quello nel deserto del Mojave in California, tra Fenner e Chambless, uno dei tratti più suggestivi e sfortunati.

Nel 2014 fu colpito da violento flash flood che distrusse alcuni ponti lungo il tracciato e, dopo poco più di un anno, fu riaperto al traffico.

Ma, come detto, nella primavera del 2017, un ennesimo flash flood ha seriamente danneggiato altri ponti lungo quel tratto.

Da allora, per poter proseguire il viaggio lungo la Mother Road, provenendo da est, è necessario percorrere la I40 dall’uscita 107 nei pressi di Fenner e lasciarla in prossimità della Kelbaker Rd. All’uscita 78.

Da qui si procederà in direzione sud verso la National Trails Hwy (la Route 66) e quindi verso Amboy.

Sono le due interruzioni più importanti, e di lunga data, nel percorso della gloriosa US Highway 66.

california

National Trails Hwy – Route 66