Route 66 2018 "Eastbound" - Quinta Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Sesta Parte

Route 66 2018 "Eastbound" - Quarta Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Quinta Parte


Tappe:

Chandler (OK) – Carthage (MO)

Carthage (MO) – Lebanon (MO)

La quinta parte del video descrive il tratto tra Chandler in Oklahoma e Lebanon in Missouri.

Chandler è la cittadina di Jerry McClanahan, un’artista famoso tra gli appassionati della Route 66 per la sua guida “Ez 66 for travelers”.

Era la seconda volta che lo incontravamo, questa volta insieme a sua moglie Mariko.

E poi la splendida Red Oak II del compianto Lowell Davis.

Incontrare Lowell ed essere accompagnati attraverso la sua Red Oak II è stata un’esperienza bellissima e rivederlo nelle immagini che abbiamo registrato è stato emozionante.

Ed infine il Munger Moss Motel di Lebanon, una delle icone della Route 66.

Route 66 2018 "Eastbound" - Quarta Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Quarta Parte


Tappe:

Tucumcari (NM) – Amarillo (TX)

Amarillo (TX) – Chandler (OK)

La quarta parte del video racconta il tratto tra Tucumcari in New Mexico e Chandler in Oklahoma, con una tappa intermedia ad Amarillo.

Questa parte della Route 66 ci ha portato al Russel’s Truck & Travel Center di Glenrio, dove abbiamo incontrato il nostro amico Jerry, a Glenrio, una delle ultime volte che l’abbiamo vista in tutto il suo decadente splendore di ghost town (ci torneremo ancora una volta l’anno successivo), al Midpont di Adrian, ed al Cadillac Ranch.

Abbiamo incontrato il mitico Bob Lile della Lile Art Gallery ad Amarillo ed una volta in Oklahoma, appena attraversato il confine, ci siamo concessi una sosta nello splendido Tumbleweed Grill di Texola, dove abbiamo coinvolto Masel, la dolcissima proprietaria, per registrare un saluto.

E subito dopo il mitico Harley ad Erick, la spledida Lucille’s Service Station ed il tratto tra Hydro e El Reno, uno dei più belli dell’intero percorso della Route 66.

Siamo giunti in Oklahoma quindi, il cuore pulsante della US Highway 66.

Route 66 2018 "Eastbound" - Terza Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Terza Parte


Tappe:

Holbrook (AZ) – Grants (NM)

Grants (NM) – Tucumcari (NM)

La terza parte del video racconta il tratto da Holbrook a Tucumcari passando per Grants. L’apice di questo tratto è stato il nostro soggiorno al Blue Swallow Motel di Tucumcari; era la nostra quinta volta al motel (avremmo soggiornato una sesta l’anno successivo).

Oltre al piacere di incontrare di nuovo i nostri amici Nancy e Kevin (dal 2011 fino al 2020 proprietari del motel) a rendere ancora più bello il soggiorno è stata una sorpresa che due ragazzi che seguivano il nostro gruppo “Route 66– Un tuffo nel passato” ci hanno voluto fare.

Route 66 2018 "Eastbound" - Seconda Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Seconda Parte


Tappe:

Kingman – Williams,

Williams – Grand Canyon,

Williams – Holbrook

La seconda parte del video racconta il tratto da Kingman a Holbrook. L’apice di questo tratto è stato l’incontro con Angel Delgadillo, “The Guardian Angel of Route 66”.
Era la terza volta che lo incontravamo e come per le altre è stata una piacevole esperienza.
Il video termina a Holbrook al Wigwam Motel.

Route 66 2018 “Eastbound” – Il video

Pubblicato: gennaio 28, 2024 in Route 66
Route 66 2018 "Eastbound" - Prima Parte

Route 66 2018 “Eastbound” – Prima Parte


Tappe:

Los Angeles & Santa Monica

Santa Monica – Barstow

Barstow – Kingman

In occasione del mio 4° viaggio lungo il percorso della Route 66, oltre alle foto, abbiamo girato diversi video.

Alcuni spezzoni li ho già pubblicati e sono quelli attraverso cui raccontavamo la storia dei cimeli più popolari che si incontrano lungo la Route 66.

Questo è invece il video dell’intero viaggio, che comunque include anche quegli spezzoni, ed è diviso in più parti.

In questa prima parte è descritto il tragitto da Santa Monica (CA) a Kingman in Arizona.

Route 66. La Mother Road nel Mojave Desert

Pubblicato: gennaio 21, 2024 in Route 66
Goffs

Goffs (California)

“Ci aspetta Il grande deserto del Mojave.
Una striscia di ghost towns bruciate dal sole accompagna il percorso della Route 66 verso Barstow per poi scendere a San Bernardino, proseguire verso Los Angeles ed arrivare finalmente a Santa Monica, sul Pacifico.

La brezza dell’oceano da qui ci sembra lontana anni luce”
Michael Wallis, scrittore

Nell’immaginario collettivo la Route 66 è una lunga striscia d’asfalto che sparisce all’orizzonte.

Ed intorno a se il deserto.

Internet è pieno di foto che la raffigurano così.

Ma la Route 66 è molto di più: è storia, è passione, è il paesaggio che cambia lentamente colore mentre la percorri da Chicago a Santa Monica.

Si comincia con il verde delle campagne dell’Illinois per terminare con il giallo del deserto della California, passando per il rosso delle rocce del New Mexico.

Ma è il deserto che regala le emozioni più forti e per questo nella mente di chi non la conosce bene è impressa un’immagine che rappresenta in realtà solo una parte del suo percorso.

La Route 66, prima di “sfociare” nel Pacifico a Santa Monica, attraversa il deserto “terribile e luminoso”, come lo definì John Steinbeck in “Furore”.

La Route 66, in California, attraversa il deserto del Mojave.

Da queste parti, nel deserto, il nulla ed il caldo, assieme alle sparute rovine di alcune vecchie Ghost Towns, sono dei fedeli e silenziosi compagni di viaggio.

Un silenzio a volte interrotto da rumorosi, lunghissimi treni merci il cui suono è quasi una sorta di saluto ad un pezzo di storia che comunque hanno contribuito a scrivere.

Come per la quasi totalità delle cittadine lungo l’intero percorso della Route 66, anche quelle ormai scomparse nel Mojave Desert, sono nate grazie all’arrivo della ferrovia.

C’erano le cosiddette “Alphabet Towns”, un insieme continuo di piccoli agglomerati di case e di stazioni ferroviarie che da Amboy proseguivano verso est e che, per facilitare il compito dei telegrafisti, furono nominate in ordine alfabetico:

Amboy, Bristol, Cadiz, Danby, Essex, Fenner, Goffs, Home, Ibis, Java e Klinefelter.

Di loro non resta quasi nulla poiché il deserto se le è riprese.

Un tratto che lascia spazio alla fantasia, all’estro fotografico, ai pensieri ed ai sogni.

“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti”, ha scritto Michael Wallis.

Ed il deserto è stato testimone dei sogni, spesso realizzati, degli Okies, nel loro viaggio verso ovest alla ricerca di un futuro migliore, e di coloro che gestivano attività lungo questo tratto di strada che, con l’apertura delle interstates, si sono miseramente infranti sbattendo contro la voglia di modernità del paese.

E’ un tratto dal passato tanto ostile e temuto quanto ai giorni nostri sfortunato.

Nel momento in cui scrivo (gennaio 2024) una grossa porzione dello splendido tratto desertico è ancora chiusa al traffico e lo è dal 2017 quando dei violentissimi flash floods distrussero alcuni vecchi ponti di legno che si trovavano lungo la strada.

Perché da queste parti tutto è estremo: il caldo, il sole ma anche le piogge che, seppur rare, quando cadono non lasciano scampo a quel poco che resta lungo la vecchia highway.

Nei miei 4 viaggi lungo l’intero percorso della Route 66 ho avuto la possibilità di percorrere completamente il tratto desertico 2 volte (nel 2014 e nel 2016), le altre volte ho dovuto percorrere un tratto della odiata Interstate 40, da Fenner fino alla Kelbaker Rd, la strada che si ricongiunge alla 66 poche miglia ad est di Amboy.

Il Mojave Desert ha rappresentato un ostacolo enorme negli anni di pionierismo automobilistico.

Anni nei quali le automobili erano prive dei moderni confort e dell’affidabilità necessaria in condizioni  estreme: il sole ed il caldo torrido erano degli scogli molto complicati da superare.

Jack D. Rittenhouse, nel suo “A Guide Book to Highway 66” del 1946, probabilmente la prima guida della Route 66 quella a cui tutti gli scrittori che gli sono succeduti si sono ispirati, di questo tratto scriveva:

Nei mesi caldi il viaggio da Needles a Barstow, attraverso il deserto del Mojave, è consigliabile farlo di sera, di notte o nelle prime ore del mattino.

In ogni caso, è opportuno portare con sé dell’acqua extra per l’automobile.

Ed in effetti i viaggiatori l’attraversavano prevalentemente di notte.

“La California è proprio di la dal fiume, con una graziosa cittadina per cominciare. Needles, sul fiume. Ma il fiume non è di casa in questa zona. Da Needles si sale e si scavalca una cima riarsa, e dall’altra parte c’è il deserto. E la 66 attraversa il deserto terribile, dove la distanza pulsa e il centro dell’orizzonte è tarpato dall’incombere di montagne cupe.” John Steinbeck.

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Le loro auto erano cariche di effetti personali, materassi, ruote di scorta, animali, piene di così tanta roba da rendere spesso difficile la mobilità stessa.

Lo splendido “Furore”, il romanzo di John Steinbeck, ed il successivo omonimo film di John Ford, hanno raccontato perfettamente questa migrazione attraverso l’epopea della famiglia Joad, fuggita dall’Oklahoma verso la California alla ricerca di prospettive di vita che nella loro terra il Dust Bowl gli aveva negato.

Percorrendo la Route 66 nel deserto del Mojave, si incontrano ogni tanto piccoli cumuli di macerie, evidenti segnali che un tempo in quei luoghi estremi c’era vita, piccole comunità delle quali oggi resta solo un nome: Klondike, Bagdad, Siberia, nomi improbabili, quanto la possibilità stessa di viverci.

Oggi, da queste parti, la Mother Road si chiama National Trails Highway, una sorta di tributo al vecchio nome usato prima che diventasse US 66: National Old Trails Road.

Ma ancora prima, in quelle zone, era presente un primitivo tracciato, un sentiero per anni utilizzato dai nativi americani, che successivamente, nella metà del 1800, fu oggetto di ispezione da parte del tenente dell’esercito Edward Beale, il cui fine era disegnare il percorso di quella che sarebbe diventata la Beale’s Wagon Road .

Lo stesso tracciato fu in seguito utilizzato per la realizzazione della ferrovia, della US Highway 66 ed anche della I40.

Durante la seconda guerra mondiale lungo il tratto desertico si esercitarono le truppe del generale Patton prima di partire per il nord Africa.

Il deserto del Mojave era il luogo ideale per questo genere di attività.

I soldati si succedevano di continuo, ogni 4 mesi circa, e quando partivano erano soliti lasciare i loro nomi composti da sassi ai fianchi delle piccole colline che costeggiano la Route 66.

Era una pratica curiosa avviata, pare, da coloro che con l’auto in panne attendevano di essere soccorsi.

Forse per noia, in attesa del carro attrezzi, passavano il tempo decorando le colline in questo modo.

E’ un tratto carico di pathos, di storie e di leggende, come del resto è normale quando si parla della Route 66.

Si parte da Needles e ci si dirige verso l’Arrowhead Junction percorrendo la US 95 per poi girare a sinistra verso la Goffs Rd, un vecchio tratto di Route 66 rimasto in servizio fino agli inizi degli anni 30.

E da qui parte il deserto.

Goffs Road


Si arriva a Goffs, una delle Alphabet Towns (la lettera “G”), ormai poco più che una ghost town, nella quale fino a pochi anni fa era possibile incrociare lo splendido Goffs General Store (risalente al 1946) andato a fuoco nel 2021 probabilmente per un atto vandalico.

La nascita di Goffs, il cui nome originario era Blake, risale alla fine del 1800 quando fu la sede di un deposito di acqua e di una importante stazione ferroviaria; la ferrovia che collegava Barstow a Needles passava da qui.

Con il reistradamento della US Highway 66 poco più a sud di Goffs, avvenuto agli inizi degli anni 30, la piccola comunità ha cominciato il suo inevitabile declino.

Goffs


Proseguendo verso ovest si arriva ad un’altra Alphabet Town, Fenner (“F”) per poi arrivare ad Essex (“E”).

Erano oasi nel deserto, come il Cadiz Summit di Cadiz, altra Alphabet Town (“C”)

Il Cadiz Summit è stata una stazione di servizio, un piccolo motel, un cafè, un posto dove far riposare l’automobile dopo parecchie miglia percorse nel deserto, e dove gli stessi viaggiatori potevano trascorrere momenti di relax.

Ghiaccio, acqua, benzina, caffè, erano ciò che queste oasi nel deserto fornivano.

Oggi non servono più e del Cadiz Summit non resta molto se non poche pareti di cemento coperte da confusi murales.

Un posto estremo, torrido, arido, sinistro, lontano anni luce dalla civiltà, ma terribilmente affascinante.

E’ il fascino delle Alphabet Towns ormai scomparse, del deserto del Mojave che se le è riprese, della National Trails Hwy, insomma, il fascino della vecchia ma immortale US Highway 66.

Cadiz Summit (Cadiz)


Si è quasi ipnotizzati dal nulla del deserto mentre si percorre questo tratto di strada e, distratti dal fresco dell’aria condizionata e dalla radio accesa, si può perdere l’occasione per approfondire la vera essenza di posti come questo, raccontata dai resti di vecchie strutture che si trovano un po’ ovunque, basta rallentare il passo e guardarsi intorno.

Si attraversa Chambless  dove è l’insegna del Roadrunner’s Retreat Restaurant, un’altra delle icone di queste zone selvagge, ad attirare la nostra attenzione.

Il locale, la cui realizzazione risale agli anni 50, è stato un ristorante ed una gas station.

Il Roadrunner’s Retreat, così come il vicino Cadiz Summit, riescono a raccontare quanto intensi siano stati gli anni nei quali la Route 66 era l’unica importante arteria di collegamento tra l’est e l’ovest del paese, e raccontano anche quanto violenta sia stata la sostituzione della Mother Road  con le interstates, che qui è avvenuta agli inizi degli anni 70.

Negli anni 80 questa struttura fu utilizzata per girare alcuni spot pubblicitari e fu quindi sistemata, ma ben presto il deserto ha ripreso il suo lento ma inesorabile lavoro.

Ci sono dei tentativi di riportare questa zona agli antichi splendori, ma per ora solo uno di questi, parzialmente riuscito, riesce a resistere, poche miglia ad ovest di Chambless.

Il Roadrunner’s Retreat è oggi una bellissima e solitaria insegna lungo un tratto affascinante della Route 66, in mezzo al deserto del Mojave dove il silenzio è rotto solo dal tenue sibilo del vento.

Roadrunner’s Retreat (Chambless)


Il fascino sinistro della strada da queste parti è anche alimentato da strutture recenti.

Poco prima di arrivare ad Amboy infatti, sulla sinistra per chi sta viaggiando “Westbound”, si possono scorgere due sculture in marmo raffiguranti in apparenza dei simboli della cultura cinese.

Gli appassionati della Mother Road le hanno ribattezzate “The Guardian Lions of Route 66”.

Sono li più o meno a partire dal 2013 e sono apparse dal nulla; nessuno sa con precisione chi ce le abbia portate e che senso abbia la loro presenza li.

Si dice che qualcuno abbia acquistato il terreno ed abbia messo quelle due statue in marmo a “guardia” della zona.

E’ affascinante ed anche un po’ sinistro vederle li, in mezzo al nulla, di fianco all’interminabile e suggestivo rettilineo che conduce ad Amboy.

Le statue sono due e si trovano di poco ad ovest della Kelbaker Road verso Amboy, ad un paio di centinaia di metri dalla strada e circa 3/400 metri tra di loro.

Uno è maschio e l’altro è femmina.

Il mistero che avvolge la loro presenza su questo tratto di strada contribuisce ad alimentare le leggende intorno alla Mother Road.

Guardian Lions of Route 66 (Chambless)


La strada verso Amboy è un lungo, infinito rettilineo.

Steinbeck, nel capitolo 12 di “Furore”, quello dedicato alla Route 66, scriveva:

“Gente in fuga sulla 66.
E la pista d’asfalto luccica come uno specchio al sole, e in lontananza il riverbero crea l’illusione di pozze d’acqua in mezzo alla strada.”

Anche noi oggi probabilmente fuggiamo da qualcosa, inseguiti dalle nostre illusioni.

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Il lungo rettilineo termina in quella che sicuramente è la cittadina più rappresentativa del tratto desertico della Route 66: Amboy (lettera “A” delle Alphabet Town).

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E qui è si incontra una delle icone assolute dell’intera Mother Road: Il Roy’s Cafè.

Ne ho parlato qui.

Roy’s Motel & Cafè (Amboy)


Vedere la sagoma dell’iconica insegna avvicinarsi mentre si sta guidando è emozionante.

Il Roy’s è stato l’ambientazione per un’infinità di film e di video musicali.

E’ la location perfetta, a mio parere, per la sua solitudine, per la sua collocazione in mezzo al nulla, per il suo aspetto sinistro.

Si è in verità di molto addolcito negli ultimi tempi, una delle prime volte che ci sono passato il locale era gestito da 4 persone che vivevano ad Amboy e spesso chi era dietro al bancone ostentava una pistola agganciata alla cintura.

Gente i cui modi bruschi di relazionarsi con i viaggiatori erano come una sorta di benvenuto quando si entrava nel locale; ma vivere li non deve essere stato semplice.

Il locale è di proprietà di Albert Okura, un imprenditore americano proprietario anche del 1° Mc Donald’s di San Bernardino (sempre sulla 66) e della catena di fast food “Juan Pollo”; Albert Okura è scomparso nel 2023 a 71 anni, oggi il figlio sembra intenzionato a continuare nella gestione e nello sviluppo del locale.

L’attività fu gestita per tanti anni da Buster Burris, il genero di Roy Crowl colui che diede il nome al Roy’s.

Era un tratto estremamente pericoloso quello desertico, ed anche se erano più numerosi i guasti per ebollizione degli incidenti, Buster raccontava:

“Prima che dipingessero le strisce sulla strada, uscivo tre volte al giorno per portare via carcasse di automobili, erano per lo più macchine che si scontravano sugli stretti ponti di legno.

Portavo sempre una sega nel camion per tagliare le lamiere ed estrarre le persone.”

Era un posto molto frequentato il Roy’s, era aperto giorno e notte e quando le cabins del motel erano piene la gente dormiva in macchina nel piazzale.

Il Roy’s era una perfetta macchina da soldi, fino all’apertura della I40, nel 1973, quando la situazione cambiò radicalmente:

“Dalla fine degli anni 40 all’inizio dei ’70 questo posto era un manicomio.

Tenevamo tutto aperto 24 ore al giorno.

Avevo 90 persone che lavoravano per me full time ed in estate arrivavamo a 120.

Era gente che lavorava così tanto da cadere a letto esausta e dopo poche ore di sonno tornava di nuovo al lavoro.

Ero solito pensare che tutto il mondo passasse per Amboy in quegli anni.

Poi tutto cambiò.

L’interstate fu completata e fu come se qualcuno avesse messo un cancello sulla Route 66.”

Raccontava Buster che, in preda alla disperazione e per non pagare le tasse sugli immobili, salì sul suo bulldozer e distrusse buona parte delle costruzioni di Amboy (lui era anche il proprietario dell’intera comunità), lasciando il Roy’s e poco altro.

L’aria è sempre rovente ad Amboy, ma passeggiare tra le rovine della scuola, del vecchio motel, le cui stanze ormai desolatamente abbandonate sono aperte e visitabili, mette i brividi.

Il Roy’s Cafè è uno dei posti che amo di più della US Highway 66.

L’insegna del Roy’s Cafè fotografata dall’interno delle stanze del vecchio motel


Continuando verso ovest, attraversata la ferrovia, si passano in rassegna sparuti cumuli di rovine, spesso poco visibili dalla strada, tra questi merita una citazione Bagdad, se non altro per le sue storie bizzarre e per la confusione che può generare il suo nome con il Bagdad Cafè, che si incontrerà più avanti a Newberry Springs.

Bagdad al famoso diner ha fornito solo il nome, il vero Bagdad Cafè è sparito insieme alla piccola comunità desertica.

Bagdad è stata fondata nel 1883 in concomitanza con la realizzazione della ferrovia.

Il posto in cui si trovava era davvero inospitale, è considerato uno dei luoghi più aridi del paese.

Proprio in conseguenza del clima così estremo le fu attribuito il nome Bagdad, come la capitale dell’Iraq.

Nonostante il clima e la sua collocazione nel deserto, Bagdad è stata una cittadina fiorente, grazie alla ferrovia, alla National Trails Road che dopo il 1926 diventò US Highway 66.

Era un importante snodo ferroviario, grazie anche alle diverse miniere della zona.

C’erano hotels, ristoranti, sale da ballo, cafè ed un ufficio postale.

Si racconta che agli inizi del 1900, per attirare l’attenzione dei turisti che passavano di li col treno, gli abitanti di Bagdad erano soliti riempire l’Amboy Crater (il vulcano non molto distante dal Roys Cafè e da Bagdad) con sterpaglie alle quali davano fuoco facendo credere che il vulcano stesse per eruttare.

Amboy Crater

Amboy Crater


Negli anni 50, dopo essere sopravvissuta a diversi incendi, Bagdad, fortemente ridimensionata, viveva del traffico dei viaggiatori della Route 66 e con l’apertura della I40, nel 1973, i pochi abitanti hanno cominciato ad abbandonarla al suo destino.

Russell A. Olsen scrive:

“Oggi non c’è alcuna prova che Bagdad sia realmente esistita.”

Ai giorni nostri, infatti, di Bagdad non resta più nulla se non un albero, circondato da mattoni, ed un piccolo cimitero poco più in la rispetto alla sede stradale.

Il deserto se l’è definitivamente ripresa.

Bagdad

Bagdad


E poi Newberry Springs ed il suo Bagdad Cafè il cui nome originale era Sidewinder Cafè.

Un’altra delle icone di questo tratto della Route 66.

E’ il risultato del successo di un film, Bagdad Cafè appunto, di Piercy Adlon.

Un film del 1987, un pezzo di pura poesia, che racconta la storia di un’amicizia tra due donne completamente diverse tra loro, la proprietaria del cafè ed una turista tedesca lasciata dal marito nel mezzo del deserto del Mojave.

Un film ed una colonna sonora, “Calling you” di Jevetta Steele, davvero molto belli.

Negli anni 90 la proprietaria del locale, Andree Pruett, gli cambiò nome adottando quello del film.

Andree era intenzionata a lasciare Los Angeles, dove viveva, per trasferirsi da qualche parte con l’idea di allestire una fattoria ed allevare struzzi, quando si fermò nel Sidewinder Cafè nel quale sostenne di aver mangiato l’hamburger più buono della sua vita.

Il locale era in vendita così il marito ed il figlio, nonostante lei fosse inizialmente contraria, la convinsero ad acquistarlo.

Il film Bagdad Cafè ha avuto molto più seguito in Europa (in particolare in Francia dove ha vinto dei premi prestigiosi) di quanto ne abbia avuto negli USA ed infatti gran parte della clientela è europea.

Non è inusuale vedere pullman di turisti che fanno tappa al locale solo per rivivere le scene del film.

Bagdad Cafè (Newberry Springs)


Di fianco al cafè c’è l’insegna dell’Henning Motel, anch’esso visibile nel film.

Un’insegna imponente, l’unico elemento rimasto in piedi del vecchio motel le cui camere sono state abbattute intorno al 2015, probabilmente per lo stesso motivo per il quale Buster Burris distrusse gran parte della comunità di Amboy.

L’insegna dell’Henning Motel


Prima di arrivare a Barstow, al termine del tratto più impervio, si incrocia Daggett, una cittadina tipicamente western nella quale storie e leggende si rincorrono.

La nascita di Daggett, il cui nome originario era Calico Junction, risale alla fine del 1800.

Era al contempo una cittadina molto vivace e frequentata, grazie soprattutto alle vicine miniere di Calico che attiravano persone da ogni dove in cerca di fortuna.

C’erano saloon, bordelli, sparatorie ed impiccagioni con una discreta frequenza.

Nel 1883 Calico Junction fu rinominata in Dagget, dal nome di uno dei proprietari delle miniere di Calico.

Si raccontano tante storie tipicamente da selvaggio west su Daggett, una di queste narra di un prete che arrivò a Daggett perché in quella cittadina non c’erano chiese e si doveva in qualche modo provvedere.

Teneva le sue affollate messe in una scuola e la gente era sempre molto generosa con le donazioni.

Una volta chiese a coloro che ritenevano di essere stati salvati dal Signore di alzarsi in piedi, ma nessuno si alzò.

Allora chiese a coloro che volevano essere salvati dal Signore dai peccati che avevano commesso di alzarsi in piedi, ma ancora una volta nessuno si alzò.

Il reverendo allora, colto da disperazione lasciò Daggett il giorno dopo etichettandola come la città peggiore che avesse mai conosciuto.

Di Daggett spicca il Desert Market, un general store che, come indica l’iscrizione posta in alto alla struttura, risale al 1908 anche se in verità esisteva anche prima ma la costruzione venne distrutta da un incendio.

Il nome iniziale era “Ryerson’s General Store” ed era il luogo nel quale i cercatori d’oro vendevano la polvere del prezioso metallo.

E’ stata anche una gas station.

Desert Market (Daggett)


E si arriva infine a Barstow, dove solitamente considero concluso il fascino della Mother Road, anche se prima di immergersi nel traffico caotico dei sobborghi di Los Angeles ci sono ancora alcune affascinanti attrazioni da vedere (il Bottle Tree Ranch del compianto Elmer Long su tutte).

Barstow


Bottle Tree Ranch (Oro Grande)


Un viaggio lungo la Route 66 regala sempre tante emozioni.

Per la sua storia, per il paesaggio che cambia davanti ai nostri occhi e per la gente che ti accoglie sempre col sorriso.

Nonostante il mio cuore batta per la parte est della Mother Road, il tratto desertico suscita sempre forti emozioni ogni volta che lo percorro.

È un tratto intenso, carico di pathos, dove la solitudine ed il caldo ti attanagliano.

Un tratto carico di storie di passione, speranza e sofferenza.

Un tratto temuto, rispettato, che ci riporta a tempi in cui viaggiare era un piacere ma anche un’avventura da affrontare con attenzione.

Molto oggi è cambiato.

Sono cambiate le automobili, la concezione stessa dei viaggi ed è cambiata la gente che volutamente sceglie di percorrere questo tratto di strada in alternativa alla più veloce e sicura I40.

Tom Teague scriveva:

“I viaggiatori che percorrono l’interstate possono attraversare il Mojave Desert in meno di 2 ore senza mai cambiare marcia.

Ma i primi viaggiatori della Route 66 potevano ritenersi fortunati se riuscivano ad attraversarlo in 2 giorni.”

Si, oggi ci si impiega molto meno di un tempo, anche percorrendo la Route 66 lo si attraversa con poco più di due ore, compreso il tempo necessario per rendere omaggio alle Alphabet Towns.

E sono, a mio parere, le due ore più belle di tutto il viaggio.


 

“Alla fine della seconda guerra mondiale, i viaggiatori si resero conto che la Route 66 nel deserto del Mojave era un posto pericoloso.”

Quinta Scott, fotografa e scrittrice

Autunno in Salento (Ottobre 2023)

Pubblicato: gennaio 14, 2024 in Foto, Viaggi
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Faro di Punta Palascia













Il Molise

Pubblicato: gennaio 3, 2024 in Foto, Viaggi
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Civitacampomarano (CB)


Il Molise… non esiste.

Basta solo pronunciare il nome di questa splendida regione per sentire subito qualcuno che ti completa la frase in questo modo.

Lo fa per sentito dire, perché è diventato di moda parlare del Molise in questi termini.

Ci sono ashtags, citazioni più o meno reali, siti ed altro ancora che si prendono gioco della più piccola regione a statuto ordinario del nostro paese (la seconda più piccola dopo la Valle d’Aosta che però è a statuto speciale).

Ed invece il Molise esiste eccome, ed è bellissimo.

Vi ho trascorso 5 giorni nell’ottobre 2021 ed altri 4 agli inizi di maggio 2023.

Già dal primo approccio ne rimasi piacevolmente sorpreso, nonostante le corte e fredde giornate di ottobre.

Il Molise è selvaggio, è per viaggiatori che amano vivere il paesaggio senza intermediari.

Le strade sono strette, spesso impervie, ci si aspetta sempre che si allarghino in prossimità dei paesi, ed invece restano così fino alla fine.

Boschi, montagne, laghi, castelli, rocche, buon cibo e bella gente, è tutto li a portata di mano pronto ad essere vissuto.

Le sue bellezze non sono pubblicizzate, un po’ tutti i molisani lamentano per questo l’assenza della regione (in senso politico), e dal loro punto di vista hanno ragione.

Dal mio, un punto di vista puramente egoistico, è un bene perché puoi vivere quasi in solitudine tutto quello che questa splendida regione ha da offrire, senza code, senza urla, senza orde di turisti accalcati.

Tutto cambierà un giorno, me lo auguro per i molisani, perché la loro splendida regione merita attenzione da parte del turismo nazionale ed estero, ma so già che quando questo accadrà perderà ai miei occhi un po’ del suo fascino.

Per ora me la sono goduta così durante i mie due viaggi e sono certo che ne approfitterò ancora.

In occasione di una nostra sosta alla Grotta di San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Grotte siamo stati intervistati da una troupe di RAI 3 Molise e questo è il servizio mandato in onda il 12 Maggio:

Il turismo religioso in Molise (rainews.it)

In entrambe le occasioni ho soggiornato all’Agriturismo La Ginestra a Cercemaggiore, a pochi km da Campobasso, un luogo splendido, gestito benissimo e dove si mangia divinamente (qualche anno fa partecipò alla trasmissione 4 Ristoranti di Alessandro Borghese).

Un posto magico come magica è la regione in cui si trova.




















Valle d’Aosta 2023

Pubblicato: dicembre 10, 2023 in Foto, Viaggi
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Castello di Aymavilles


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Ristoranti:

Ristoranti



La Valle d’Aosta è una piccola, meravigliosa regione, un connubio perfetto tra storia, bellezze naturali e buon cibo.

Vi ho trascorso 2 settimane cercando di assaporarne il gusto, diventarne parte per meglio comprenderla e formare il mio pensiero.

Nonostante sia piccola e con poco più di un ora si possono raggiungere le tappe più distanti, ci sono diverse cose che, per questioni di priorità o per mancanza di tempo, non sono riuscito a vedere.

Ma è mio solito concedere almeno un bis a tutto quello che faccio, e sicuramente ci tornerò.

La Valle d’Aosta è terra di castelli, ce ne sono un’infinità, ognuno con le sue caratteristiche e con la sua storia, ma quasi tutti accomunati da un filo conduttore: la famiglia Challant.

Gli Challant  erano dei vassali dei Savoia a cui fu concessa la gestione delle proprietà della Vallée ed il titolo nobiliare di visconti di Aosta.

E’ stata la famiglia più potente della regione nel periodo che va dal medio evo al rinascimento.

La storia degli Challant porta, come detto, alla famiglia reale a cui alcuni dei castelli visitati sono appartenuti (Castel Savoia di Gressonney ad esempio, o la tenuta di caccia di Sarre).

Molti dei castelli sono di origine medievale, alcuni splendidamente ristrutturati, altri in rovina, altri trasformati in “contenitori”, ovvero in musei che espongono cose che spesso con il castello ospitante c’entrano poco.

Ne ho visitati 11, alcuni di questi mi hanno davvero entusiasmato, come ad esempio il castello di Issogne, il castello di Fenis (dalle forme spettacolari) o il Castel Savoia a Gressonney.

E poi la natura: i laghi, i monti e tra questi la montagna per antonomasia: il Monte Bianco.

E’ stata senza dubbio l’escursione più bella, quella più emozionante e coinvolgente.

Il Monte Bianco ti sovrasta, ti manipola, ti fa sentire “piccolo”.

E poi l’escursione nella pancia del Monte Rosa, attraverso la miniera d’oro di Brusson, e la passeggiata sul colle del Gran San Bernardo sono tra le mie tappe preferite della vacanza.

La Valle d’Aosta è una piccola, splendida regione che resta nel cuore.


La natura ed i paesaggi

Chamois

La Valle d’Aosta, come detto, non è solo terra di castelli, è terra di bellezze paesaggistiche, come Chamois, un bellissimo comune posto a 1.800 metri di altitudine raggiungibile solo attraverso la funivia.

Si passeggia in assoluta tranquillità nel piccolo comune, senza l’assillo delle macchine e del frastuono tipico della città.

E’ possibile salire ancora fino al lago di Lod (in seggiovia o a piedi) o anche più su.

Lod è un piccolo lago di montagna dal quale probabilmente d’inverno prelevano l’acqua per i cannoni da neve.

Passeggiarci intorno è rilassante.

In molti approfittano delle aree attrezzate per il picnic per cuocere della carne, noi, non attrezzati per questa evenienza, abbiamo approfittato di una delle baite del posto per dare avvio alla nostra esperienza culinaria, cominciando dalla polenta concia con i funghi.


Gouffres Des Bousserailles

La Vallèe è anche terra di canyons o orridi, come il piccolo ma bellissimo Gouffres Des Bousserailles, con l’ottimo ristorante adiacente.

Il ristorante gestisce, attraverso la vendita dei biglietti, gli accessi all’orrido.

Il percorso lungo l’orrido è molto breve, la visita è quindi veloce, ma ne vale davvero la pena.

La violenza delle acque del torrente Marmore è affascinante da vedere e da fotografare.

E se l’orario lo consente una sosta al ristorante Antica trattoria Lo Gurfo (che come detto gestisce anche gli accessi all’orrido) è consigliabile per rilassarsi all’aperto e per gustare le prelibatezze locali.


Lago Blu

Il piccolo Lago Blu si incontra dopo l’orrido nel percorso verso Cervinia.

Un piccolissimo lago dai mille colori incastonato tra le montagne; un’altra opportunità per godersi le bellezze naturali di questa splendida regione.


Orrido di Pre-Saint-Didier

Restando nella sfera dei cosiddetti “orridi”, un altro che vale la pena visitare è quello di Pre-Saint-Didier, non molto lontano da Courmayeur, con la sua passerella panoramica affacciata sul canyon di fronte al Monte Bianco.

In basso, sotto la passerella panoramica, è collocato un vecchio ponte sulla Dora di Verney. Lo scorrere violento delle acque sotto al vecchio ponte sono un richiamo forte per scattare qualche foto; lo scorcio è infatti estremamente suggestivo.


Etroubles ed il Colle del Gran San Bernardo

La natura è uno degli aspetti caratteristici della Valle d’Aosta: un piccolo fazzoletto di terra incastonato tra le montagne.

Le temperature in questo periodo dell’anno sono generalmente più clementi rispetto a dove vivo, anche se quest’anno, soprattutto nella seconda settimana, si sono alzate anche li.

Al confine con la Svizzera, al Colle del Gran San Bernardo, il clima era molto fresco.

Le montagne ed il piccolo, bellissimo lago, erano un irresistibile invito a salire in cima.

Tuttavia, prima di arrivare in vetta, mi sono concesso una sosta nello splendido borgo di Etroubles; una passeggiata rigenerante in mezzo alle sue case storiche con degli scorci davvero suggestivi.

La strada che sale fino al colle è uno spettacolo per gli occhi; sono state assidue le mie fermate prima di arrivare in cima, per catturare con la fotocamera la bellezza che circonda questa striscia di asfalto, sia in alto verso la cima che in basso verso valle.

Ed una volta in cima, ad oltre 2.400 metri, ci si abbandona a brevi ma intense camminate intorno al lago, verso la parte dove trova posto la statua del santo o attraverso gli innumerevoli sentieri di varie difficoltà.

C’è molto da vedere lassù, e c’è qualcuno che ne ha massicciamente approfittato:

La zona ha anche una rilevanza storica oltre che paesaggistica e di transito per dirigersi in Svizzera: Napoleone passò di qui nella seconda campagna d’Italia del 1800.

Tuttavia, arrivato lassù, è la bellezza del paesaggio a prendere possesso degli occhi; la vista è splendida ovunque si intenda volgere lo sguardo.


Miniera d’oro Chamousira

Il Monte Rosa non è solo una montagna tra le più amate ed il soggetto principe di panorami mozzafiato.

Il Monte Rosa è stato, e lo è ancora, pieno di ricchezza.

Oro e Quarzo soprattutto, ma anche altri minerali giacciono nelle sue viscere.

Una delle escursioni più belle mi ha condotto al suo interno, attraverso la Miniera d’oro Chamousira a Brusson.

La grande passione della guida, la sua perizia nel raccontarci ogni dettaglio delle epiche estrazioni aurifere insieme e quello che direttamente la miniera ci proponeva, hanno reso l’escursione bella ed interessante.

Dopo qualche breve ma appassionato ragguaglio sulla grande quantità d’oro custodita all’inizio del secolo (ma in parte ancora presente), si è partiti per il percorso all’interno della montagna attraverso uno dei tunnel (il numero 7) scavati dai minatori per estrarre oro e quarzo.

La temperatura era gelida, amplificata da un vento che spirava lungo tutta la galleria.

Ogni tanto si approfittava di piccole insenature per ascoltare i racconti della guida e per osservare la roccia che spesso lasciava trasparire estese venature di quarzo.

È stata una bellissima escursione, splendidamente raccontata.


Chemp villaggio d’arte

Uno dei giorni della mia permanenza in valle, la mattina presto, mi sono diretto verso un posto surreale, una bomboniera, un distacco dalla realtà: Chemp villaggio d’arte.

Chemp è una sorta di museo a cielo aperto, un villaggio disabitato immerso nel bosco con abitazioni risalenti al XIX secolo ornate da sculture in legno, bronzo, marmo ed altri materiali, realizzate da un artista della zona con l’intento di far rinascere il vecchio borgo.

L’atmosfera che si respira è straordinaria; passeggiare tra le vecchie abitazioni è come immergersi in una fiaba.

Il silenzio, lo scricchiolio della terra sotto i miei piedi e le bellissime ed evocative sculture che si incontrano passeggiando per le vie della piccola Chemp sono ricordi che porterò dentro di me e tirerò fuori ogni qual volta lo stress della città sta per prendere il sopravvento.

Chemp è un posto magico, la magia di attimi e luoghi che non esistono più ma dei quali se ne sente profondamente il bisogno.


Fontainemore

Quello stesso giorno, lasciata a malincuore Chemp, prima di andare verso Gressonney per visitare lo splendido Castel Savoia, ho fatto una tappa a Fontainemore (dove peraltro ho consumato il pranzo più buono del viaggio).

Lo scorcio del vecchio ponte sul torrente Lys con il campanile della chiesa di Sant’Antonio Abate è una cartolina perfetta che rappresenta la bellezza di questa parte della Valle.


Il Monte Bianco

La Valle d’Aosta non è solo terra di castelli, è ovviamente anche terra di montagne e la montagna per antonomasia del nostro paese è lui, il Monte Bianco.

E’ stata senza dubbio l’escursione più attesa e quella che ha mi ha regalato le emozioni più intense.

Per quanto si possano essere viste foto su internet non si è mai preparati alla vista di una così straordinaria bellezza.

Per raggiungere la vetta, da Courmayeur, occorre utilizzare la funivia Skyway, un’avveniristica costruzione che in circa 15 minuti, in 2 tappe, ti porta a Punta Helbronner a 3.462 m, proprio di fronte alla cima del Monte Bianco.

Occorre prenotarla prima online, e così ho fatto una volta accertatomi che la giornata sarebbe stata buona, senza precipitazioni.

55 Euro per salire in cima dove, di norma, si può stare un’ora e mezza per poi scendere.

Il vincolo non è valido nel caso si decida di pranzare a Helbronner o di utilizzare la funivia panoramica che porta nel versante francese del massiccio, a Chamonix.

Io ho fatto entrambe.

Arrivato a Courmayeur, alla base della Skyway, la partenza era prevista per le 9,15, ma alle 9,00 sono partito per la vetta.

La cabina è circolare e nel tragitto ruota su se stessa per permettere ai viaggiatori di godere dell’intero panorama che circonda la funivia.

Si scende alla tappa intermedia di Pavillion a 2.173 m per poi proseguire verso Helbronner.

Una volta in cima mi sono precipitato ad acquistare il biglietto della funivia panoramica francese che conduceva al loro versante (costo 38 Euro a persona).

Il viaggio dura circa mezz’ora, complice le numerose fermate per permettere di godere di uno spettacolo meraviglioso.

Durante il viaggio si è come in preda alla spasmodica voglia di fotografare qualsiasi cosa, ogni singolo sperone di roccia, ogni singolo fiocco di neve.

La funivia stessa è particolarmente suggestiva.

Arrivati nella parte francese del massiccio, attraverso le numerose terrazze disponibili, si può godere di un panorama splendido.

L’altezza da queste parti è di 3.842m.

Si fa fatica a salire le scale, si ha il fiatone solo per percorrere brevi tratti.

L’aria rarefatta svolge il suo compito egregiamente, soprattutto su chi, come me, non è abituato a queste altitudini.

Ma ne vale davvero la pena.

Raramente ho assistito a spettacoli naturali così intensi e coinvolgenti.

Non sono un montanaro, sono uno sciatore ed amo la neve e la montagna, e qui mi sentivo come a casa.

Alle 13 avevo l’appuntamento a Helbronner per il pranzo al Bistrot Panoramic, anche questo prenotato e pagato online ad eccezione delle bevande da pagare in loco.

Il pranzo onestamente non è stato niente di particolarmente memorabile, ma il punto di forza è dove si è pranzato: immersi in uno scenario meraviglioso.

Nel pomeriggio un po’ di tempo l’ho trascorso a Pavillion, la tappa intermedia dello Skyway, passeggiando tra il giardino botanico.

Ed infine il ritorno a casa.

E’ stata una giornata meravigliosa, trascorsa senza fiato, per l’altitudine ma soprattutto per la bellezza del Monte Bianco.


LA STORIA

Pont-Saint-Martin

La Valle d’Aosta è storia.

Da Aosta, con i resti della civiltà romana, a tanti altri paesi della Vallèe.

Un bellissimo esempio è il ponte romano di Pont-Saint-Martin, risalente al 1° secolo avanti Cristo, e la Strada Romana delle Gallie, realizzata per collegare Roma alla Valle del Rodano, della quale un breve ma suggestivo tratto lo si trova all’ingresso del paese.


Pont D’Ael

In direzione Courmayeur, nei pressi di Aymavilles, si trova un’altra bellissima testimonianza della presenza dei romani.

Siamo a Pont d’Ael, o Pondel, un piccolissimo borgo che custodisce un’opera tanto imponente quanto preziosa: un ponte-acquedotto romano.

Risale al 3° secolo avanti Cristo e fu edificato da un privato cittadino, Caius Avillius Caimus, originario dell’allora Patavium (Padova).

E’ una costruzione con le funzioni di ponte e di acquedotto, lunga più di 50 metri ed alta più o meno altrettanto, la cui sommità è attraversabile a piedi e lo stesso è possibile per la sua parte interna.

E’ una visita abbastanza veloce, ma da fare assolutamente, accompagnandola, come ho fatto io, con la visita al vicino castello di Aymavilles.


Aosta

Parlando di storia, il fulcro della Vallèe è ovviamente il suo capoluogo: Aosta, Augusta Praetoria Salassorum come fu chiamata dai romani.

Fondata dai romani nel 25 Avanti Cristo, Aosta è al centro della regione ed espone al viaggiatore resti bellissimi del suo passato.

Il teatro, Porta Praetoria, l’Arco d’Augusto, lo splendido e suggestivo Criptoportico Forense sono solo alcuni, i più famosi, punti di interesse di questa splendida città.

Molti di questi luoghi sono altresì noti agli appassionati della finction “Rocco Schiavone”, ambientata proprio ad Aosta tra gli scorci di questa bellissima città.

Un’estesa area pedonale si snoda lungo via di Porta Praetoria e permette di godere del clima fresco e di un’atmosfera assolutamente rilassante, immersi nei piccoli, caratteristici negozi.

Ho visitato Aosta le due domeniche del mio soggiorno, prima e dopo ferragosto, e nonostante nella prima occasione ci fosse tanta gente non c’era il caos che ci si potrebbe aspettare in periodi come questo.

È stata davvero una bella sensazione passeggiare tra i resti di qualcosa, che da romano, mi faceva sentire a casa, come ad esempio una replica della lupa capitolina, eretta negli anni 30 davanti alla Casa Littoria (oggi Assessorato alle Attività produttive).

Lo scorso anno ne vidi un’altra simile ad Aquileia.

E come fu per Aquileia lo scorso anno, anche Aosta è apparsa ai miei occhi come una piccola Roma.


I CASTELLI

Ma la Valle d’Aosta, dicevo, è soprattutto terra di castelli, ce ne sono un’infinità.

Bellissimi, austeri, imponenti, dominano le splendide vallate della regione.

Ne ho visitati 11 più Bard che in realtà è stato un forte, e quindi:

  1. Castello di Verres
  2. Castello di Graines
  3. Castello di Fenis
  4. Castello di Savoia
  5. Castello di Cly
  6. Castello di Issogne
  7. Castello di Aymavilles
  8. Castello di Saint-Pierre
  9. Castello Sarriod de La Tour
  10. Castello di Sarre
  11. Castello di Introd
  12. Forte di Bard.

Castello di Verres

E’ stato il primo castello che ho visitato, si trova a Verres a pochi km da dove risiedevo.

La sua forma inconsueta, praticamente un cubo di 30 metri di lato, domina la zona.

Era una fortezza la cui forma attuale risale alla fine del 1300.

È accessibile tramite visita guidata, come peraltro quasi tutti i castelli che ho visitato, ed è la forma di visita da preferire perché si colgono aspetti della loro storia che alla sola vista non si apprezzerebbero.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/verres/castello-di-verres/864


Castello di Graines

C’è una sorta di anello stradale che unisce i paesi di Verres, Brusson e Saint Vincent.

La strada è ovviamente di montagna, a tratti è piuttosto ripida ma bella da percorrere.

Lungo questa strada si incontra il Castello di Graines che, a differenza di quello di Verres visitato poche ore prima, è accessibile liberamente senza pagare un biglietto ma del quale restano solo le rovine.

E’ tuttavia suggestivo, per la vista del territorio circostante, della cittadina di Brusson (la città delle 8 montagne) e per le foto che se ne possono ricavare.

Il castello risale a circa il 1200, periodo intorno al quale gli Challant ne vennero in possesso.

Non resta molto quindi, ma spesso i castelli in queste condizioni mi affascinano ancor di più dei castelli la cui ristrutturazione può in alcuni casi averne snaturato l’essenza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/brusson/castello-di-graines/867


Castello di Fenis

Il Castello di Fenis è uno spettacolo dal punto di vista architettonico.

E’ il castello per definizione.

L’ho visitato nello stesso giorno di Verres e Graines, tramite una visita guidata partita alle 18,30.

La sua sagoma è imponente e la sua configurazione attuale è frutto di diversi lavori che hanno avuto luogo in periodi diversi.

E’ stata una sede di rappresentanza degli Challant, un modo molto forte per mostrare agli ospiti del castello la ricchezza e la potenza della famiglia.

E’ senza dubbio uno dei castelli più belli tra quelli visitati.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/fenis/castello-di-fenis/979


Castel Savoia

Castel Savoia nei pressi di Grennonney Saint Jean è esteticamente uno dei castelli più belli che ho visitato.

E’ di realizzazione piuttosto recente, la sua costruzione, durata 5 anni, si è conclusa nel 1904.

Fu realizzato per volere della Regina Elisabetta di Savoia che nel castello ha trascorso le sue estati scalando perfino il Monte Rosa.

In una delle stanze sono raccolte diverse foto che ritraggono la regina in scene di vita quotidiana ed anche all’atto della citata escursione sul monte Rosa.

Il castello è pomposo, ricco, con soluzioni tecniche innovative per l’epoca ed affaccia sul Monte Rosa.

In alcune delle stanze più frequentate dalla regina se ne può percepire la presenza godendo della splendida atmosfera che questa costruzione regala.

E’ senza dubbio uno dei castelli più belli che ho visto, probabilmente quello che mi ha coinvolto di più assieme a quello di Issogne, proprio grazie ai richiami alla vita privata della regina che ha dato un’impronta importante alla struttura.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/gressoney-saint-jean/castello-savoia/873


Castello di Cly

Il Castello di Cly, appartenente al ramo Cly della famiglia degli Challant, nonostante sia in rovina è visitabile solo con la guida.

Ma la presenza della guida è comunque importante poichè si riesce a cogliere il senso di quel che resta immaginando la sua antica struttura.

I racconti delle guide sono sempre interessanti, soprattutto in contesti come questo.

Il castello è uno dei più antichi della Valle d’Aosta e la vallata su cui affaccia, dove scorre la Dora Baltea, permette di godere di una splendida vista; da qui è anche visibile il castello di Ussel.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-denis/castello-di-cly/1220


Castello di Issogne

Assieme al Castel Savoia quello di Issogne è il castello che mi è piaciuto di più.

Non era un castello in senso stretto, non aveva protezioni tipiche dei manieri medievali, ciò era dovuto al fatto che la struttura era fondamentalmente adibita ad abitazione (la struttura, nel 1500, fu donata dal priore di Sant’Orso Giorgio di Challant a sua cugina).

Feste, ospiti e mondanità erano di casa qui nel castello, nel quale lo sfarzo ostentato era un chiaro biglietto da visita della ricchezza degli Challant.

Una cosa, tra le tante mi ha incuriosito, gli ospiti potevano scrivere commenti sui muri, dichiarazioni d’amore, commenti sul periodo storico, sull’ospitalità della famiglia ed in genere su tutto quello che volevano.

Una sorta di Facebook ante litteram con tanto di “like” (sotto alcuni dipinti è ancora leggibile il commento di apprezzamento degli ospiti).

Tutti i commenti sono tutt’ora chiaramente visibili sulle mura delle stanze del castello, ad eccezione di quelli particolarmente negativi o imbarazzanti nei confronti della famiglia ospitante la quale, come un provetto amministratore di un gruppo, ha provveduto prontamente a cancellare ma dei quali resta ancora visibile la raschiatura della cancellazione.

Tutto questo è come una sorta di tramite tra il nostro tempo e quello in cui la struttura era viva.

Scritte in latino, in francese antico, in italiano rapiscono i pensieri e ci proiettano nel passato.

La visita è stata tra le più appassionanti anche grazie alla guida che, con un contagioso entusiasmo, l’ha resa tale.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/issogne/castello-di-issogne/980


Castello di Aymavilles

Il Castello di Aymavilles esteticamente è bellissimo.

Domina una vasta vallata e la sua sagoma è visibile da diversi altri castelli della zona: da Saint Pierre, da Sarriod de La Tour.

Del resto i castelli, per questioni propriamente di difesa, erano tra di loro visibili.

Ma al di la delle questioni tecniche, il castello di Aymavilles è davvero molto bello.

E’ stato anch’esso realizzato in più fasi, come ad esempio le 4 bellissime torri poste agli angoli della struttura principale.

La datazione più vecchia rilevata dai documenti del castello è di circa il 1200.

Purtroppo all’interno ci sono pochi richiami alla sua estetica dell’epoca poichè è quasi interamente adibito a museo.

Ma questa mancanza non inficia affatto il fascino barocco/medievale che lo splendido castello diffonde in tutta la vallata che domina con eleganza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/aymavilles/castello-di-aymavilles/851


Castello di Saint-Pierre

Anche il castello di Saint-Pierre, come quello di Aymavilles, è utilizzato per scopi museali, ospita infatti il museo di scienze naturali.

La struttura, affacciata sulla valle della Dora di fronte al castello di Aymavilles, risale a circa il 1100; è uno dei castelli più antichi della Vallèe.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-di-saint-pierre/1133


Castello Sarriod de La Tour

Sempre a Saint-Pierre, al di sotto dell’omonimo castello, si può visitare il Castello di Sarriod de la Tour appartenuto alla famiglia nobile Sarriod.

Non è bellissimo, è stato recentemente rimodulato attraverso un restauro, e si visita abbastanza velocemente.

Ci sono tuttavia degli spunti molto interessanti riguardo all’uso del castello, prevalentemente di rappresentanza, ed alla storia dell’epoca.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour/901


Castello di Sarre

Sarre è immersa nella riserva di caccia dei Savoia e l’omonimo castello, acquistato dalla famiglia reale nella seconda metà del 1800, era la collocazione perfetta per soggiornare durante le battute di caccia del Re Vittorio Emanuele II.

Anche il figlio, Umberto I, era appassionato di caccia ed ha frequentemente utilizzato il castello anche se la consorte, la regina Margherita di Savoia non lo ha mai particolarmente amato preferendogli Castel Savoia a Gressonney.

Gli interni sono sfarzosi e pieni di trofei di caccia, distribuiti in sale apposite e lungo i corridoi.

E’ una struttura molto bella che affascina per quello che è stata nei suoi anni di utilizzo e per la sua imponenza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/sarre/castello-reale-di-sarre/1131


Castello di Introd

Il castello di Introd è appartenuto alla famiglia Sarriod ed è accessibile tramite visita guidata.

Il castello, di cui al momento è visitabile solo il piano terra e la torre, ed il giardino circostante sono davvero molto belli.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/introd/castello-di-introd/895


Forte di Bard.

Il Forte di Bard non è propriamente un castello, è stata una fortezza.

Una fortezza inespugnabile che solo Napoleone riuscì a vincere ordinando in seguito di abbatterla.

La posizione e la forma della struttura sono sicuramente affascinanti, anche se, come peraltro già raccontato per altre location, della fortezza all’interno si racconta poco perché è utilizzata come sede di mostre.

Ci sono solo 2 visite guidate a settimana, altrimenti lo si può girare liberamente scegliendo, compreso nel prezzo del biglietto, due esposizioni da vedere.

Io ho scelto le prigioni ed una mostra fotografica.

Nel 2015 il forte è stato utilizzato come location per il film “Avengers”; alcune statue dei supereroi protagonisti del film sono disponibili all’interno della struttura.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/bard/forte-di-bard/988