Autunno in Salento (Ottobre 2023)

Pubblicato: gennaio 14, 2024 in Foto, Viaggi
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Faro di Punta Palascia













Il Molise

Pubblicato: gennaio 3, 2024 in Foto, Viaggi
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Civitacampomarano (CB)


Il Molise… non esiste.

Basta solo pronunciare il nome di questa splendida regione per sentire subito qualcuno che ti completa la frase in questo modo.

Lo fa per sentito dire, perché è diventato di moda parlare del Molise in questi termini.

Ci sono ashtags, citazioni più o meno reali, siti ed altro ancora che si prendono gioco della più piccola regione a statuto ordinario del nostro paese (la seconda più piccola dopo la Valle d’Aosta che però è a statuto speciale).

Ed invece il Molise esiste eccome, ed è bellissimo.

Vi ho trascorso 5 giorni nell’ottobre 2021 ed altri 4 agli inizi di maggio 2023.

Già dal primo approccio ne rimasi piacevolmente sorpreso, nonostante le corte e fredde giornate di ottobre.

Il Molise è selvaggio, è per viaggiatori che amano vivere il paesaggio senza intermediari.

Le strade sono strette, spesso impervie, ci si aspetta sempre che si allarghino in prossimità dei paesi, ed invece restano così fino alla fine.

Boschi, montagne, laghi, castelli, rocche, buon cibo e bella gente, è tutto li a portata di mano pronto ad essere vissuto.

Le sue bellezze non sono pubblicizzate, un po’ tutti i molisani lamentano per questo l’assenza della regione (in senso politico), e dal loro punto di vista hanno ragione.

Dal mio, un punto di vista puramente egoistico, è un bene perché puoi vivere quasi in solitudine tutto quello che questa splendida regione ha da offrire, senza code, senza urla, senza orde di turisti accalcati.

Tutto cambierà un giorno, me lo auguro per i molisani, perché la loro splendida regione merita attenzione da parte del turismo nazionale ed estero, ma so già che quando questo accadrà perderà ai miei occhi un po’ del suo fascino.

Per ora me la sono goduta così durante i mie due viaggi e sono certo che ne approfitterò ancora.

In occasione di una nostra sosta alla Grotta di San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Grotte siamo stati intervistati da una troupe di RAI 3 Molise e questo è il servizio mandato in onda il 12 Maggio:

Il turismo religioso in Molise (rainews.it)

In entrambe le occasioni ho soggiornato all’Agriturismo La Ginestra a Cercemaggiore, a pochi km da Campobasso, un luogo splendido, gestito benissimo e dove si mangia divinamente (qualche anno fa partecipò alla trasmissione 4 Ristoranti di Alessandro Borghese).

Un posto magico come magica è la regione in cui si trova.




















Valle d’Aosta 2023

Pubblicato: dicembre 10, 2023 in Foto, Viaggi
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Castello di Aymavilles


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Ristoranti:

Ristoranti



La Valle d’Aosta è una piccola, meravigliosa regione, un connubio perfetto tra storia, bellezze naturali e buon cibo.

Vi ho trascorso 2 settimane cercando di assaporarne il gusto, diventarne parte per meglio comprenderla e formare il mio pensiero.

Nonostante sia piccola e con poco più di un ora si possono raggiungere le tappe più distanti, ci sono diverse cose che, per questioni di priorità o per mancanza di tempo, non sono riuscito a vedere.

Ma è mio solito concedere almeno un bis a tutto quello che faccio, e sicuramente ci tornerò.

La Valle d’Aosta è terra di castelli, ce ne sono un’infinità, ognuno con le sue caratteristiche e con la sua storia, ma quasi tutti accomunati da un filo conduttore: la famiglia Challant.

Gli Challant  erano dei vassali dei Savoia a cui fu concessa la gestione delle proprietà della Vallée ed il titolo nobiliare di visconti di Aosta.

E’ stata la famiglia più potente della regione nel periodo che va dal medio evo al rinascimento.

La storia degli Challant porta, come detto, alla famiglia reale a cui alcuni dei castelli visitati sono appartenuti (Castel Savoia di Gressonney ad esempio, o la tenuta di caccia di Sarre).

Molti dei castelli sono di origine medievale, alcuni splendidamente ristrutturati, altri in rovina, altri trasformati in “contenitori”, ovvero in musei che espongono cose che spesso con il castello ospitante c’entrano poco.

Ne ho visitati 11, alcuni di questi mi hanno davvero entusiasmato, come ad esempio il castello di Issogne, il castello di Fenis (dalle forme spettacolari) o il Castel Savoia a Gressonney.

E poi la natura: i laghi, i monti e tra questi la montagna per antonomasia: il Monte Bianco.

E’ stata senza dubbio l’escursione più bella, quella più emozionante e coinvolgente.

Il Monte Bianco ti sovrasta, ti manipola, ti fa sentire “piccolo”.

E poi l’escursione nella pancia del Monte Rosa, attraverso la miniera d’oro di Brusson, e la passeggiata sul colle del Gran San Bernardo sono tra le mie tappe preferite della vacanza.

La Valle d’Aosta è una piccola, splendida regione che resta nel cuore.


La natura ed i paesaggi

Chamois

La Valle d’Aosta, come detto, non è solo terra di castelli, è terra di bellezze paesaggistiche, come Chamois, un bellissimo comune posto a 1.800 metri di altitudine raggiungibile solo attraverso la funivia.

Si passeggia in assoluta tranquillità nel piccolo comune, senza l’assillo delle macchine e del frastuono tipico della città.

E’ possibile salire ancora fino al lago di Lod (in seggiovia o a piedi) o anche più su.

Lod è un piccolo lago di montagna dal quale probabilmente d’inverno prelevano l’acqua per i cannoni da neve.

Passeggiarci intorno è rilassante.

In molti approfittano delle aree attrezzate per il picnic per cuocere della carne, noi, non attrezzati per questa evenienza, abbiamo approfittato di una delle baite del posto per dare avvio alla nostra esperienza culinaria, cominciando dalla polenta concia con i funghi.


Gouffres Des Bousserailles

La Vallèe è anche terra di canyons o orridi, come il piccolo ma bellissimo Gouffres Des Bousserailles, con l’ottimo ristorante adiacente.

Il ristorante gestisce, attraverso la vendita dei biglietti, gli accessi all’orrido.

Il percorso lungo l’orrido è molto breve, la visita è quindi veloce, ma ne vale davvero la pena.

La violenza delle acque del torrente Marmore è affascinante da vedere e da fotografare.

E se l’orario lo consente una sosta al ristorante Antica trattoria Lo Gurfo (che come detto gestisce anche gli accessi all’orrido) è consigliabile per rilassarsi all’aperto e per gustare le prelibatezze locali.


Lago Blu

Il piccolo Lago Blu si incontra dopo l’orrido nel percorso verso Cervinia.

Un piccolissimo lago dai mille colori incastonato tra le montagne; un’altra opportunità per godersi le bellezze naturali di questa splendida regione.


Orrido di Pre-Saint-Didier

Restando nella sfera dei cosiddetti “orridi”, un altro che vale la pena visitare è quello di Pre-Saint-Didier, non molto lontano da Courmayeur, con la sua passerella panoramica affacciata sul canyon di fronte al Monte Bianco.

In basso, sotto la passerella panoramica, è collocato un vecchio ponte sulla Dora di Verney. Lo scorrere violento delle acque sotto al vecchio ponte sono un richiamo forte per scattare qualche foto; lo scorcio è infatti estremamente suggestivo.


Etroubles ed il Colle del Gran San Bernardo

La natura è uno degli aspetti caratteristici della Valle d’Aosta: un piccolo fazzoletto di terra incastonato tra le montagne.

Le temperature in questo periodo dell’anno sono generalmente più clementi rispetto a dove vivo, anche se quest’anno, soprattutto nella seconda settimana, si sono alzate anche li.

Al confine con la Svizzera, al Colle del Gran San Bernardo, il clima era molto fresco.

Le montagne ed il piccolo, bellissimo lago, erano un irresistibile invito a salire in cima.

Tuttavia, prima di arrivare in vetta, mi sono concesso una sosta nello splendido borgo di Etroubles; una passeggiata rigenerante in mezzo alle sue case storiche con degli scorci davvero suggestivi.

La strada che sale fino al colle è uno spettacolo per gli occhi; sono state assidue le mie fermate prima di arrivare in cima, per catturare con la fotocamera la bellezza che circonda questa striscia di asfalto, sia in alto verso la cima che in basso verso valle.

Ed una volta in cima, ad oltre 2.400 metri, ci si abbandona a brevi ma intense camminate intorno al lago, verso la parte dove trova posto la statua del santo o attraverso gli innumerevoli sentieri di varie difficoltà.

C’è molto da vedere lassù, e c’è qualcuno che ne ha massicciamente approfittato:

La zona ha anche una rilevanza storica oltre che paesaggistica e di transito per dirigersi in Svizzera: Napoleone passò di qui nella seconda campagna d’Italia del 1800.

Tuttavia, arrivato lassù, è la bellezza del paesaggio a prendere possesso degli occhi; la vista è splendida ovunque si intenda volgere lo sguardo.


Miniera d’oro Chamousira

Il Monte Rosa non è solo una montagna tra le più amate ed il soggetto principe di panorami mozzafiato.

Il Monte Rosa è stato, e lo è ancora, pieno di ricchezza.

Oro e Quarzo soprattutto, ma anche altri minerali giacciono nelle sue viscere.

Una delle escursioni più belle mi ha condotto al suo interno, attraverso la Miniera d’oro Chamousira a Brusson.

La grande passione della guida, la sua perizia nel raccontarci ogni dettaglio delle epiche estrazioni aurifere insieme e quello che direttamente la miniera ci proponeva, hanno reso l’escursione bella ed interessante.

Dopo qualche breve ma appassionato ragguaglio sulla grande quantità d’oro custodita all’inizio del secolo (ma in parte ancora presente), si è partiti per il percorso all’interno della montagna attraverso uno dei tunnel (il numero 7) scavati dai minatori per estrarre oro e quarzo.

La temperatura era gelida, amplificata da un vento che spirava lungo tutta la galleria.

Ogni tanto si approfittava di piccole insenature per ascoltare i racconti della guida e per osservare la roccia che spesso lasciava trasparire estese venature di quarzo.

È stata una bellissima escursione, splendidamente raccontata.


Chemp villaggio d’arte

Uno dei giorni della mia permanenza in valle, la mattina presto, mi sono diretto verso un posto surreale, una bomboniera, un distacco dalla realtà: Chemp villaggio d’arte.

Chemp è una sorta di museo a cielo aperto, un villaggio disabitato immerso nel bosco con abitazioni risalenti al XIX secolo ornate da sculture in legno, bronzo, marmo ed altri materiali, realizzate da un artista della zona con l’intento di far rinascere il vecchio borgo.

L’atmosfera che si respira è straordinaria; passeggiare tra le vecchie abitazioni è come immergersi in una fiaba.

Il silenzio, lo scricchiolio della terra sotto i miei piedi e le bellissime ed evocative sculture che si incontrano passeggiando per le vie della piccola Chemp sono ricordi che porterò dentro di me e tirerò fuori ogni qual volta lo stress della città sta per prendere il sopravvento.

Chemp è un posto magico, la magia di attimi e luoghi che non esistono più ma dei quali se ne sente profondamente il bisogno.


Fontainemore

Quello stesso giorno, lasciata a malincuore Chemp, prima di andare verso Gressonney per visitare lo splendido Castel Savoia, ho fatto una tappa a Fontainemore (dove peraltro ho consumato il pranzo più buono del viaggio).

Lo scorcio del vecchio ponte sul torrente Lys con il campanile della chiesa di Sant’Antonio Abate è una cartolina perfetta che rappresenta la bellezza di questa parte della Valle.


Il Monte Bianco

La Valle d’Aosta non è solo terra di castelli, è ovviamente anche terra di montagne e la montagna per antonomasia del nostro paese è lui, il Monte Bianco.

E’ stata senza dubbio l’escursione più attesa e quella che ha mi ha regalato le emozioni più intense.

Per quanto si possano essere viste foto su internet non si è mai preparati alla vista di una così straordinaria bellezza.

Per raggiungere la vetta, da Courmayeur, occorre utilizzare la funivia Skyway, un’avveniristica costruzione che in circa 15 minuti, in 2 tappe, ti porta a Punta Helbronner a 3.462 m, proprio di fronte alla cima del Monte Bianco.

Occorre prenotarla prima online, e così ho fatto una volta accertatomi che la giornata sarebbe stata buona, senza precipitazioni.

55 Euro per salire in cima dove, di norma, si può stare un’ora e mezza per poi scendere.

Il vincolo non è valido nel caso si decida di pranzare a Helbronner o di utilizzare la funivia panoramica che porta nel versante francese del massiccio, a Chamonix.

Io ho fatto entrambe.

Arrivato a Courmayeur, alla base della Skyway, la partenza era prevista per le 9,15, ma alle 9,00 sono partito per la vetta.

La cabina è circolare e nel tragitto ruota su se stessa per permettere ai viaggiatori di godere dell’intero panorama che circonda la funivia.

Si scende alla tappa intermedia di Pavillion a 2.173 m per poi proseguire verso Helbronner.

Una volta in cima mi sono precipitato ad acquistare il biglietto della funivia panoramica francese che conduceva al loro versante (costo 38 Euro a persona).

Il viaggio dura circa mezz’ora, complice le numerose fermate per permettere di godere di uno spettacolo meraviglioso.

Durante il viaggio si è come in preda alla spasmodica voglia di fotografare qualsiasi cosa, ogni singolo sperone di roccia, ogni singolo fiocco di neve.

La funivia stessa è particolarmente suggestiva.

Arrivati nella parte francese del massiccio, attraverso le numerose terrazze disponibili, si può godere di un panorama splendido.

L’altezza da queste parti è di 3.842m.

Si fa fatica a salire le scale, si ha il fiatone solo per percorrere brevi tratti.

L’aria rarefatta svolge il suo compito egregiamente, soprattutto su chi, come me, non è abituato a queste altitudini.

Ma ne vale davvero la pena.

Raramente ho assistito a spettacoli naturali così intensi e coinvolgenti.

Non sono un montanaro, sono uno sciatore ed amo la neve e la montagna, e qui mi sentivo come a casa.

Alle 13 avevo l’appuntamento a Helbronner per il pranzo al Bistrot Panoramic, anche questo prenotato e pagato online ad eccezione delle bevande da pagare in loco.

Il pranzo onestamente non è stato niente di particolarmente memorabile, ma il punto di forza è dove si è pranzato: immersi in uno scenario meraviglioso.

Nel pomeriggio un po’ di tempo l’ho trascorso a Pavillion, la tappa intermedia dello Skyway, passeggiando tra il giardino botanico.

Ed infine il ritorno a casa.

E’ stata una giornata meravigliosa, trascorsa senza fiato, per l’altitudine ma soprattutto per la bellezza del Monte Bianco.


LA STORIA

Pont-Saint-Martin

La Valle d’Aosta è storia.

Da Aosta, con i resti della civiltà romana, a tanti altri paesi della Vallèe.

Un bellissimo esempio è il ponte romano di Pont-Saint-Martin, risalente al 1° secolo avanti Cristo, e la Strada Romana delle Gallie, realizzata per collegare Roma alla Valle del Rodano, della quale un breve ma suggestivo tratto lo si trova all’ingresso del paese.


Pont D’Ael

In direzione Courmayeur, nei pressi di Aymavilles, si trova un’altra bellissima testimonianza della presenza dei romani.

Siamo a Pont d’Ael, o Pondel, un piccolissimo borgo che custodisce un’opera tanto imponente quanto preziosa: un ponte-acquedotto romano.

Risale al 3° secolo avanti Cristo e fu edificato da un privato cittadino, Caius Avillius Caimus, originario dell’allora Patavium (Padova).

E’ una costruzione con le funzioni di ponte e di acquedotto, lunga più di 50 metri ed alta più o meno altrettanto, la cui sommità è attraversabile a piedi e lo stesso è possibile per la sua parte interna.

E’ una visita abbastanza veloce, ma da fare assolutamente, accompagnandola, come ho fatto io, con la visita al vicino castello di Aymavilles.


Aosta

Parlando di storia, il fulcro della Vallèe è ovviamente il suo capoluogo: Aosta, Augusta Praetoria Salassorum come fu chiamata dai romani.

Fondata dai romani nel 25 Avanti Cristo, Aosta è al centro della regione ed espone al viaggiatore resti bellissimi del suo passato.

Il teatro, Porta Praetoria, l’Arco d’Augusto, lo splendido e suggestivo Criptoportico Forense sono solo alcuni, i più famosi, punti di interesse di questa splendida città.

Molti di questi luoghi sono altresì noti agli appassionati della finction “Rocco Schiavone”, ambientata proprio ad Aosta tra gli scorci di questa bellissima città.

Un’estesa area pedonale si snoda lungo via di Porta Praetoria e permette di godere del clima fresco e di un’atmosfera assolutamente rilassante, immersi nei piccoli, caratteristici negozi.

Ho visitato Aosta le due domeniche del mio soggiorno, prima e dopo ferragosto, e nonostante nella prima occasione ci fosse tanta gente non c’era il caos che ci si potrebbe aspettare in periodi come questo.

È stata davvero una bella sensazione passeggiare tra i resti di qualcosa, che da romano, mi faceva sentire a casa, come ad esempio una replica della lupa capitolina, eretta negli anni 30 davanti alla Casa Littoria (oggi Assessorato alle Attività produttive).

Lo scorso anno ne vidi un’altra simile ad Aquileia.

E come fu per Aquileia lo scorso anno, anche Aosta è apparsa ai miei occhi come una piccola Roma.


I CASTELLI

Ma la Valle d’Aosta, dicevo, è soprattutto terra di castelli, ce ne sono un’infinità.

Bellissimi, austeri, imponenti, dominano le splendide vallate della regione.

Ne ho visitati 11 più Bard che in realtà è stato un forte, e quindi:

  1. Castello di Verres
  2. Castello di Graines
  3. Castello di Fenis
  4. Castello di Savoia
  5. Castello di Cly
  6. Castello di Issogne
  7. Castello di Aymavilles
  8. Castello di Saint-Pierre
  9. Castello Sarriod de La Tour
  10. Castello di Sarre
  11. Castello di Introd
  12. Forte di Bard.

Castello di Verres

E’ stato il primo castello che ho visitato, si trova a Verres a pochi km da dove risiedevo.

La sua forma inconsueta, praticamente un cubo di 30 metri di lato, domina la zona.

Era una fortezza la cui forma attuale risale alla fine del 1300.

È accessibile tramite visita guidata, come peraltro quasi tutti i castelli che ho visitato, ed è la forma di visita da preferire perché si colgono aspetti della loro storia che alla sola vista non si apprezzerebbero.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/verres/castello-di-verres/864


Castello di Graines

C’è una sorta di anello stradale che unisce i paesi di Verres, Brusson e Saint Vincent.

La strada è ovviamente di montagna, a tratti è piuttosto ripida ma bella da percorrere.

Lungo questa strada si incontra il Castello di Graines che, a differenza di quello di Verres visitato poche ore prima, è accessibile liberamente senza pagare un biglietto ma del quale restano solo le rovine.

E’ tuttavia suggestivo, per la vista del territorio circostante, della cittadina di Brusson (la città delle 8 montagne) e per le foto che se ne possono ricavare.

Il castello risale a circa il 1200, periodo intorno al quale gli Challant ne vennero in possesso.

Non resta molto quindi, ma spesso i castelli in queste condizioni mi affascinano ancor di più dei castelli la cui ristrutturazione può in alcuni casi averne snaturato l’essenza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/brusson/castello-di-graines/867


Castello di Fenis

Il Castello di Fenis è uno spettacolo dal punto di vista architettonico.

E’ il castello per definizione.

L’ho visitato nello stesso giorno di Verres e Graines, tramite una visita guidata partita alle 18,30.

La sua sagoma è imponente e la sua configurazione attuale è frutto di diversi lavori che hanno avuto luogo in periodi diversi.

E’ stata una sede di rappresentanza degli Challant, un modo molto forte per mostrare agli ospiti del castello la ricchezza e la potenza della famiglia.

E’ senza dubbio uno dei castelli più belli tra quelli visitati.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/fenis/castello-di-fenis/979


Castel Savoia

Castel Savoia nei pressi di Grennonney Saint Jean è esteticamente uno dei castelli più belli che ho visitato.

E’ di realizzazione piuttosto recente, la sua costruzione, durata 5 anni, si è conclusa nel 1904.

Fu realizzato per volere della Regina Elisabetta di Savoia che nel castello ha trascorso le sue estati scalando perfino il Monte Rosa.

In una delle stanze sono raccolte diverse foto che ritraggono la regina in scene di vita quotidiana ed anche all’atto della citata escursione sul monte Rosa.

Il castello è pomposo, ricco, con soluzioni tecniche innovative per l’epoca ed affaccia sul Monte Rosa.

In alcune delle stanze più frequentate dalla regina se ne può percepire la presenza godendo della splendida atmosfera che questa costruzione regala.

E’ senza dubbio uno dei castelli più belli che ho visto, probabilmente quello che mi ha coinvolto di più assieme a quello di Issogne, proprio grazie ai richiami alla vita privata della regina che ha dato un’impronta importante alla struttura.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/gressoney-saint-jean/castello-savoia/873


Castello di Cly

Il Castello di Cly, appartenente al ramo Cly della famiglia degli Challant, nonostante sia in rovina è visitabile solo con la guida.

Ma la presenza della guida è comunque importante poichè si riesce a cogliere il senso di quel che resta immaginando la sua antica struttura.

I racconti delle guide sono sempre interessanti, soprattutto in contesti come questo.

Il castello è uno dei più antichi della Valle d’Aosta e la vallata su cui affaccia, dove scorre la Dora Baltea, permette di godere di una splendida vista; da qui è anche visibile il castello di Ussel.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-denis/castello-di-cly/1220


Castello di Issogne

Assieme al Castel Savoia quello di Issogne è il castello che mi è piaciuto di più.

Non era un castello in senso stretto, non aveva protezioni tipiche dei manieri medievali, ciò era dovuto al fatto che la struttura era fondamentalmente adibita ad abitazione (la struttura, nel 1500, fu donata dal priore di Sant’Orso Giorgio di Challant a sua cugina).

Feste, ospiti e mondanità erano di casa qui nel castello, nel quale lo sfarzo ostentato era un chiaro biglietto da visita della ricchezza degli Challant.

Una cosa, tra le tante mi ha incuriosito, gli ospiti potevano scrivere commenti sui muri, dichiarazioni d’amore, commenti sul periodo storico, sull’ospitalità della famiglia ed in genere su tutto quello che volevano.

Una sorta di Facebook ante litteram con tanto di “like” (sotto alcuni dipinti è ancora leggibile il commento di apprezzamento degli ospiti).

Tutti i commenti sono tutt’ora chiaramente visibili sulle mura delle stanze del castello, ad eccezione di quelli particolarmente negativi o imbarazzanti nei confronti della famiglia ospitante la quale, come un provetto amministratore di un gruppo, ha provveduto prontamente a cancellare ma dei quali resta ancora visibile la raschiatura della cancellazione.

Tutto questo è come una sorta di tramite tra il nostro tempo e quello in cui la struttura era viva.

Scritte in latino, in francese antico, in italiano rapiscono i pensieri e ci proiettano nel passato.

La visita è stata tra le più appassionanti anche grazie alla guida che, con un contagioso entusiasmo, l’ha resa tale.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/issogne/castello-di-issogne/980


Castello di Aymavilles

Il Castello di Aymavilles esteticamente è bellissimo.

Domina una vasta vallata e la sua sagoma è visibile da diversi altri castelli della zona: da Saint Pierre, da Sarriod de La Tour.

Del resto i castelli, per questioni propriamente di difesa, erano tra di loro visibili.

Ma al di la delle questioni tecniche, il castello di Aymavilles è davvero molto bello.

E’ stato anch’esso realizzato in più fasi, come ad esempio le 4 bellissime torri poste agli angoli della struttura principale.

La datazione più vecchia rilevata dai documenti del castello è di circa il 1200.

Purtroppo all’interno ci sono pochi richiami alla sua estetica dell’epoca poichè è quasi interamente adibito a museo.

Ma questa mancanza non inficia affatto il fascino barocco/medievale che lo splendido castello diffonde in tutta la vallata che domina con eleganza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/aymavilles/castello-di-aymavilles/851


Castello di Saint-Pierre

Anche il castello di Saint-Pierre, come quello di Aymavilles, è utilizzato per scopi museali, ospita infatti il museo di scienze naturali.

La struttura, affacciata sulla valle della Dora di fronte al castello di Aymavilles, risale a circa il 1100; è uno dei castelli più antichi della Vallèe.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-di-saint-pierre/1133


Castello Sarriod de La Tour

Sempre a Saint-Pierre, al di sotto dell’omonimo castello, si può visitare il Castello di Sarriod de la Tour appartenuto alla famiglia nobile Sarriod.

Non è bellissimo, è stato recentemente rimodulato attraverso un restauro, e si visita abbastanza velocemente.

Ci sono tuttavia degli spunti molto interessanti riguardo all’uso del castello, prevalentemente di rappresentanza, ed alla storia dell’epoca.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/saint-pierre/castello-sarriod-de-la-tour/901


Castello di Sarre

Sarre è immersa nella riserva di caccia dei Savoia e l’omonimo castello, acquistato dalla famiglia reale nella seconda metà del 1800, era la collocazione perfetta per soggiornare durante le battute di caccia del Re Vittorio Emanuele II.

Anche il figlio, Umberto I, era appassionato di caccia ed ha frequentemente utilizzato il castello anche se la consorte, la regina Margherita di Savoia non lo ha mai particolarmente amato preferendogli Castel Savoia a Gressonney.

Gli interni sono sfarzosi e pieni di trofei di caccia, distribuiti in sale apposite e lungo i corridoi.

E’ una struttura molto bella che affascina per quello che è stata nei suoi anni di utilizzo e per la sua imponenza.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/sarre/castello-reale-di-sarre/1131


Castello di Introd

Il castello di Introd è appartenuto alla famiglia Sarriod ed è accessibile tramite visita guidata.

Il castello, di cui al momento è visitabile solo il piano terra e la torre, ed il giardino circostante sono davvero molto belli.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/introd/castello-di-introd/895


Forte di Bard.

Il Forte di Bard non è propriamente un castello, è stata una fortezza.

Una fortezza inespugnabile che solo Napoleone riuscì a vincere ordinando in seguito di abbatterla.

La posizione e la forma della struttura sono sicuramente affascinanti, anche se, come peraltro già raccontato per altre location, della fortezza all’interno si racconta poco perché è utilizzata come sede di mostre.

Ci sono solo 2 visite guidate a settimana, altrimenti lo si può girare liberamente scegliendo, compreso nel prezzo del biglietto, due esposizioni da vedere.

Io ho scelto le prigioni ed una mostra fotografica.

Nel 2015 il forte è stato utilizzato come location per il film “Avengers”; alcune statue dei supereroi protagonisti del film sono disponibili all’interno della struttura.

https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/bard/forte-di-bard/988


Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22:39

Pubblicato: ottobre 9, 2023 in Viaggi

“Ogni tanto qualcuno mi chiede se ho perdonato.
No. Non ho perdonato.
Non potrò mai perdonare gli uomini che hanno consentito tutto questo.”
Tratto dal film “Vajont – La diga del disonore” di Renzo Martinelli (2001)

Route 66. Addio Ramona!

Pubblicato: agosto 4, 2023 in Route 66

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Sono notizie che fanno male e che lasciano senza parole.

Ramona Lehman, la storica proprietaria del Munger Moss Motel di Lebanon in Missouri è morta all’età di 85 anni.

Ho dormito 2 volte al Munger Moss ed è sempre stata una bellissima esperienza.

Il suo caloroso abbraccio prima di lasciare il motel per proseguire il viaggio lungo la Mother Road, le sue raccomandazioni di fare attenzione alla guida resteranno impresse nei miei ricordi.

La prima volta che arrivai li era il giorno del suo compleanno, a maggio del 2017, e parlando mi confidò di essere una donna felice per i sogni realizzati e per la bella famiglia che aveva creato insieme a suo marito Bob.

La seconda volta che passai al Munger Moss mi abbracciò piangendo raccontandomi della malattia del marito Bob, che di li a qualche mese (nel 2019) se ne sarebbe andato.

Le portai diverse foto del suo motel che avevo scattato la volta precedente e passai una bellissima serata ad ascoltare i suoi racconti legati all’acquisto dello storico Munger Moss.

E’ stata una delle figure storiche più amate dal popolo della Route 66 al quale mancherà terribilmente.

Un’altra straordinaria persona della Route 66 ci lascia per sempre, un altro pezzo della vecchia highway che se ne va.

Addio Ramona!


Route 66. Glenrio

Pubblicato: Maggio 21, 2023 in Route 66
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Il Texas Longhorn Motel oggi e ieri

“Glenrio era affollata come una bettola a mezzogiorno.
Dal 1910 al 1934 questa cittadina di frontiera ha prosperato ed ha perfino ospitato un quotidiano, il “Glenrio Tribune”.
Nel 1920 Glenrio aveva un hotel, una ferramenta, ed un ufficio del catasto.
Nel 40 John Ford ci ha anche girato alcune scene di “Furore”.
I tempi di gloria se ne sono ormai andati da tempo.
Oggi ci vivono più cani che persone.
La piccola cittadina a cavallo tra due stati si è evoluta in un’oasi di cespugli e di roadrunners a caccia di rettili per la cena.
Ciononostante, i viaggiatori si fermano ancora e le rendono omaggio.”
Michael Wallis, scrittore

Glenrio, ovvero quel che resta di un tempo ormai lontano.

Quelle vecchie, consumate costruzioni ricordano ancora il tempo in cui questa piccola cittadina a cavallo tra due stati era fiorente.

Glenrio ci racconta degli Okies e dei loro viaggi della speranza verso la California.

Ci racconta di un tempo nel quale viaggiare era un’avventura, per via delle difficoltà nel percorrere la vecchia highway con delle automobili prive dei moderni confort ed affidabilità, ma era al tempo stesso un piacere.

Glenrio è stata una piccola cittadina al confine tra Texas e New Mexico, tra le contee di Deaf Smith e Quay, più o meno al centro tra quelle che oggi sono due tappe fondamentali di un viaggio lungo la Route 66: Amarillo in Texas e Tucumcari in New Mexico.

Come molte comunità lungo la vecchia highway, anche Glenrio nacque come accampamento durante la realizzazione di una ferrovia.

In questo caso si trattava della ferrovia che avrebbe collegato le cittadine di Amarillo e Tucumcari per poi proseguire fino alla costa del Pacifico.

Le prime tracce di questa comunità si hanno nel 1903, anno in cui questo tratto di ferrovia iniziò ad essere costruito dalla Rock Island & Pacific Railroad, un tratto che venne completato intorno al 1910.

Nel 1907 un colonnello dell’esercito americano fu incaricato di occuparsi della promozione di questo nuovo insediamento al quale in prima istanza assegnò il nome di Rock Island, in onore della compagnia ferroviaria impegnata nella realizzazione dell’importante arteria di collegamento.

Nei primi anni del 1900 il piccolo insediamento, oltre che dalla ferrovia, era attraversato dalla Ozark Trail Road, una delle prime strade di collegamento east/west costruite nella regione del Panhandle ed una delle principali strade storiche che in seguito hanno ceduto il percorso alla US Highway 66.

Nel 1910, in concomitanza con l’inaugurazione della stazione ferroviaria, la piccola comunità cambiò nome diventando Glenrio, dall’unione di due parole, la scozzese Glen (valle, canale) e la spagnola di Rio (fiume) ed iniziò a conoscere un discreto incremento della popolazione residente che passò a circa un centinaio di unità.

Negli anni 20 a Glenrio c’era un hotel, una ferramenta, un ufficio del catasto, diversi negozi di alimentari, service stations e diners.

Aveva anche un giornale, il Rock Island Tribune, diventato in seguito Glenrio Tribune, che fu operativo tra il 1910 ed il 1934.

Era quindi una cittadina molto attiva e dal business fiorente.

La natura di queste attività, prevalentemente legata alla ferrovia, si trasformò ben presto in supporto ai viaggiatori che percorrevano la strada che attraversava la piccola comunità.

Nel 1926, infatti, con l’inclusione della Ozark Trail Road nel percorso della nuova Highway 66, Glenrio partecipò al boom di questo nuovo genere di attività.

Durante gli anni ’30, la nuova Route 66, che in corrispondenza di Glenrio era a due corsie, fu asfaltata.

In quegli anni non c’erano bar sul lato texano della comunità, poiché la contea di Deaf Smith era una cosiddetta “Dry county”, dove era quindi vietata la vendita di alcoolici, mentre nessuna stazione di servizio era presente sul lato del New Mexico a causa delle elevate tasse sulla benzina applicate dalla Land of the Enchantment.

Tra i nuclei familiari che hanno segnato la storia di Glenrio si ricordano la famiglia Ferguson (proprietaria di alcune stazioni di servizio e dello storico State Line Bar), la Ehresman e la Brownlee.

Di queste ultime due restano dei richiami agli anni d’oro di Glenrio tutt’ora molto popolari tra i viaggiatori della vecchia highway.

Omer Ehresman a metà degli anni 50 costruì lo State Line Café and Gas Station e il Texas Longhorn Motel, il motel con la famosa insegna “The last stop in Texas”, lato Texas per chi stava lasciando il Lone Star State, e “The first stop in Texas”, lato New Mexico, per chi entrava nello stato dalla stella solitaria.

Alla famiglia Brownlee si deve invece la proprietà, oltre che di diverse gas stations, del “Brownlee Diner”, conosciuto anche come “Little Juarez Cafè”, una costruzione realizzata agli inizi degli anni 50, visibile anche nel film di animazione “Cars” del 2006, con l’insegna “Glenrio Motel”.

Negli anni 40 alcune delle scene del film “Furore” (“The grapes of wrath”) di John Ford, tratto dall’omonimo libro di John Steinbeck, furono girate a Glenrio.

Glenrio era davvero molto trafficata tra gli anni 50 e 60; coloro che in quegli anni vi lavoravano ricordano le colonne di automobili in coda per fare benzina e le file presso i cafes ed i diners.

Le attività commerciali erano impegnate tutto il giorno per dare supporto ai viaggiatori.

Negli anni 60 la comunità di Glenrio poteva contare su 2 motels, 3 diners ed almeno 7 stazioni di servizio.

Lo sviluppo economico ed il benessere di Glenrio terminarono nel 1975, anno in cui in quella zona venne inaugurata la Interstate 40, che di fatto ha azzerato il business della piccola comunità.

Le attività vennero abbandonate o spostate in prossimità della nuova arteria di collegamento interstatale, come accadde alla famiglia Ehresman, proprietaria del Texas Longhorn Motel, che spostò la propria attività aprendo un motel ad Endee nelle vicinanze della I40.

Glenrio cadde quindi in rovina, quasi tutti i residenti l’abbandonarono e le costruzioni un tempo fulcro economico della comunità, cominciarono ad essere erose dal tempo e dai vandali.

Glenrio oggi è una ghost town, probabilmente la più popolare ed amata dai viaggiatori della Route 66.

Esperienza personale

Ho attraversato Glenrio 5 volte durante i miei viaggi lungo la Route 66 e per 3 volte ho percorso il tratto sterrato che la collega a San Jon in New Mexico.

Nutro un particolare affetto per questa cittadina.

Guidando da est ci si arriva percorrendo un breve tratto di I40 da Adrian fino ad un’uscita il cui nome è altrettanto iconico quanto la cittadina stessa, un nome che secondo me riassume perfettamente quello che il viaggiatore andrà ad incontrare lasciando l’Interstate: la Exit 0.

Zero, come quello che resta della prosperità di questo luogo, zero come i segnali di vita che si percepiscono quando l’attraversi, ad eccezione dei rattlesnakes e di qualche cane.

Uno zero che tuttavia si trasforma in 1000, 100.000 un milione, quando a parlare sono le emozioni che Glenrio, nonostante tutto, riesce ancora a trasmettere a chi, come me, ama la Route 66 e la sua storia.

Glenrio la riassume perfettamente, anche se a differenza di altre comunità lungo la vecchia highway, non si è mai più rialzata dopo tutti questi anni trascorsi dall’apertura della I40.

Ma personalmente l’ho sempre preferita così con i suoi ruderi che raccontano con dovizia di particolari quello che è stata a differenza delle tante finte ghost towns ricostruite ad uso e consumo dei turisti che spesso popolano gli USA.

Sono entrato a Glenrio 3 volte da est e due da ovest; l’ingresso da est è quello che preferisco, sempre dopo una sosta al midpoint di Adrian.

Entrando a Glenrio l’emozione prende il sopravvento man mano che le prime testimonianze dei suoi anni d’oro si affacciano all’orizzonte.

Texas Longhorn Motel

C’è un briciolo di timore generato dai cartelli che consigliano i viaggiatori di non addentrarsi all’interno di quei ruderi poiché sono comunque di proprietà privata.

Il Brownlee Diner

C’è il Texas Longhorn Motel, con la sua insegna decadente e quasi del tutto cancellata dai vandali, ed il Brownlee Diner, tra le costruzioni più fotografate della piccola ghost town.

Il silenzio la fa da padrone ed è rotto solo dal sibilo del vento e dal sinistro suono dei rattlesnakes.

Una delle volte che passai di li in direzione Tucumcari, mi imbattei in una tartarughina che lentamente stava attraversando, da una sponda all’altra, quella strada storica.

E’ stata una delle poche forme di vita con le quali ho incrociato il mio cammino li a Glenrio.

Mi fermo sempre ad osservare quelle rovine cercando di immaginarle nei suoi anni d’oro, con la ferrovia e la gloriosa highway che ne hanno garantito, per un lungo periodo, una prospera esistenza.

Il sole, che è sempre forte, ed il vento caldo donano un fascino sinistro e selvaggio a quel che resta di Glenrio.

E percorrere il tratto sterrato che la collega a San Jon è altrettanto emozionante quanto liberatorio: è una delle tante possibilità offerte dalla vecchia highway di farla finita con le interstates ed il loro caos.

Purtroppo, tra il 2021 ed il 2022, qualcuno ha acquistato l’area di Glenrio per realizzare aree di sosta per i camper e forse un motel ed altre attività commerciali.

Quindi a distanza di quasi 40 anni anche Glenrio riprenderà vita.

Non sarà mai più quella di prima, non sarà mai più un vero tuffo nel passato e le emozioni che il suo fascino regalava non ci saranno più.

Il tetto del Texas Longhorn motel è stato demolito verso la fine del 2021, un atto di barbarie che a mio parere poteva essere evitato.

Di getto, appena saputo di Glenrio scrissi queste righe: Avrà senso chiamarla ancora “Historic”? interrogandomi sull’opportunità di usare ancora l’aggettivo “Historic” per definire qualcosa che la storia la stava pian piano letteralmente demolendo.

Certo, si possono rivitalizzare anche le ghost towns lungo la Route 66, iniettando nuova linfa, dando un’immagine nuova per attrarre turismo, ma la storia andrebbe rispettata.

Purtroppo gli edifici storici di quasi tutta la Route 66 sono posseduti da privati e la loro vendita li espone inevitabilmente all’eventualità di una demolizione; è già successo tante volte lungo la vecchia highway.

Ed è anche quello che probabilmente accadrà a Glenrio ed alle sue icone storiche.

E quindi… addio Glenrio, ti ho visitata 5 volte, ti ho amata e mi hai regalato emozioni forti.

Ho tante foto e diversi video che mi parleranno di te ed anche grazie a questi custodirò i miei ricordi meglio di quanto la tua gente ha fatto con te.


“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti”
Michael Wallis, scrittore

Un breve video girato a Glenrio:

Alcune foto scattate a Glenrio


Route 66. Seligman

Pubblicato: aprile 22, 2023 in Route 66
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Historic Seligman Sundries – Seligman (Arizona)

“Seligman non esisterebbe senza la Route 66.

E la Historic Route 66 non esisterebbe senza Seligman.”
Roger Naylor, scrittore


Seligman è senza dubbio una delle cittadine più conosciute della Route 66 ed è anche tra le più amate dagli appassionati della vecchia highway.

E’ la più conosciuta soprattutto per la sua collocazione geografica che la pone nelle vicinanze del Grand Canyon e quindi rappresenta un punto di passaggio per coloro che visitano il famoso parco e proseguono il proprio viaggio verso Los Angeles.

Sono in molti che, attratti dal fascino che il nome “Route 66” trasmette, decidono di attraversare la piccola cittadina dell’Arizona anche solo per immergersi un po’ in un mondo così famoso ma del quale a volte non ne sanno molto.

Molti se ne appassionano e magari decidono di percorrere per intero la vecchia highway in uno dei loro viaggi futuri, altri, probabilmente con gli occhi ancora pieni delle bellezze dei parchi che hanno appena visitato ed ignorando quasi del tutto la sua storia e quella della strada che l’attraversa, non la capiscono e la denigrano.

Seligman è una città ferroviaria, come tante, quasi tutte le comunità che si trovano lungo la Route 66.

E’ nata nel 1886 con il nome Prescott Junction e si trova nella Yavapai County.

Il nome Prescott Junction deriva dal fatto che, in quegli anni, rappresentava il crocevia tra la ferrovia che collegava la cittadina di Prescott e la linea ferroviaria principale della Atlantic & Pacific Railroad.

La compagnia ferroviaria in quegli anni decise di spostare molte sue infrastrutture a Prescott Junction e per questo motivo la cittadina cominciò a fiorire.

Una decina di anni più tardi Prescot Junction diventò Seligman, in onore dei fratelli Seligman, tra i maggiori azionisti della ferrovia.

Seligman, come altre cittadine lungo questo tratto della Route 66, era originariamente attraversata dalla Beale’s Wagon Road (vedi “Beale’s Wagon Road per approfondimenti), che successivamente diventò National Old Trails Highway ed infine, nel 1926, U.S. Highway 66 (“Doveva chiamarsi 60).

Seligman è la città natale di uno dei personaggi più amati della Route 66, Angel Valadez Delgadillo (vedi “Angel Delgadillo), un uomo chiave per la rinascita della Route 66 e per la sua trasformazione in una delle mete più popolari dei viaggi negli USA.

Seligman ha conosciuto momenti di forte crescita economica, grazie alla concomitante presenza della Route 66 e della ferrovia.

Come racconta Angel Delgadillo, c’erano momenti nei quali era addirittura impossibile attraversare la strada, la Route 66, da un marciapiede all’altro per l’enorme quantità di automobili che, soprattutto durante il periodo di chiusura delle scuole, passava per Seligman.

Tuttavia tutto cambiò nel Settembre del 1978 quando, con l’apertura della Interstate 40 nei pressi di Seligman, il traffico automobilistico che attraversava la piccola comunità dell’Arizona si interruppe. Fu come se qualcuno avesse chiuso un cancello lungo la Route 66.

In concomitanza con l’apertura della I40 anche le infrastrutture della ferrovia a Seligman vennero chiuse.

Fu la sua definitiva condanna a morte.

Ed è qui che entra in gioco la testardaggine di Angel Delgadillo che, insieme ad altri gestori di locali della zona, costituì quella che di fatto fu la prima associazione legata alla Route 66 (la “Route 66 Association of Arizona”), attraverso la quale iniziò a coinvolgere le autorità dello stato dell’Arizona con l’obiettivo di rivitalizzare la sua Seligman evitandole quella che appariva come una fine inevitabile.

Dopo anni di battaglie e di sofferenza (“non avevamo niente da mettere sul piatto per mangiare in quei 10 anni” mi raccontava Angel in uno dei miei incontri con lui), lo stato dell’Arizona, nel 1987, riconobbe il tratto tra Kingman e Seligman come strada dall’interesse storico: “Historic Route 66”, il primo tratto della vecchia highway a fregiarsi di quel nome.

Ci sono molti locali storici a Seligman.

Il Copper Cart, il locale dove si riuniva l’associazione di Angel (oggi diventato Route 66 Motoporium) con la sua bellissima insegna o l’Historic Seligman Sundries, il locale più vecchio della comunità, un bellissimo gift shop (visibile anche nel video della canzone “Spicifrin boy” di Zucchero) che è stato negli anni un cinema, un trading post ed una sala da ballo.

Per non parlare dei numerosi, splendidi motels storici.

Molti, tra coloro che non hanno mai percorso interamente la vecchia highway, pensano che tutta la Route 66 sia come Seligman.

La Route 66 è lunga quasi 4000Km, attraversa 8 stati molto diversi tra di loro ed ognuno di essi fornisce alla strada il suo imprinting.

Mi sento di dire che, relativamente all’Arizona, Seligman è la cittadina che meglio di altre riesce a dare l’idea di cosa abbia rappresentato la Route 66 da quelle parti, sia negli anni del suo boom che in quelli del suo declino.

E lo fa senza artificiosi espedienti come accade, ad esempio, per altre cittadine non molto distanti.

Seligman è stata una cittadina fondamentale per la rinascita dell’interesse intorno alla Route 66 e la presenza di Angel Delgadillo, con i suoi racconti ed il suo contagioso sorriso che dona serenità e gioia, la rendono un riferimento imprescindibile per conoscere la storia della vecchia highway.

Lo staff di Cars, il film di animazione della Pixar del 2006, ha attinto a piene mani da Seligman e soprattutto dai racconti di Angel.

Seligman è un concentrato di passione, di resilienza e di visione ottimistica del futuro.

Una cittadina data per spacciata che con forza ha saputo reinventarsi per non morire.

Esperienza personale:

Sono arrivato la prima volta a Seligman in un tardo pomeriggio di settembre, dopo un copioso acquazzone che a Flagstaff, da dove provenivo, aveva assunto la forma di una violenta grandinata.

La strada, che per gran parte di quel tratto (ad eccezione dello sterrato di Parks) è la I40, era coperta di bianco e la percorsi a bassa velocità per paura di sbandare.

Interstate 40 in direzione West

Anche lo sterrato di Parks era ai limiti della praticabilità per via della pioggia, ma nonostante ciò non me la sentivo di lasciarlo e lo percorsi per intero fino a Williams.

Il vecchio tratto sterrato della Route 66 in prossimità di Parks

In prossimità di Seligman, poche miglia ad ovest di Ash Fork per la precisione, si lascia definitivamente la I40 che in Arizona, fin dal confine con il New Mexico, ha sostituito la vecchia highway, per imboccare quello che è il tratto continuo più lungo della Route 66 che ci accompagnerà fino al confine con la California.

Torna la Route 66, quella che ti ruba il cuore, quella che da queste parti è un infinito rettilineo circondato da paesaggi aridi, ma non ancora estremi come quelli che si incontreranno più avanti in California.

Crookton Rd./Route 66 poche miglia ad ovest di Ash Fork

A Seligman, quella volta, soggiornavo allo Stagecoach 66, uno dei bellissimi motels storici ancora operativi in città.

Stagecoach 66

Il primo impatto con la comunità fu subito piacevole.

Sono tornato a Seligman altre volte, in totale 5, ed ogni volta la sua atmosfera colorata e gioiosa mi ha contagiato.

Fondamentale per Seligman, per la Route 66 ed uno dei motivi delle mie scorribande nella piccola cittadina dell’Arizona è la presenza di Angel Delgadillo, un meraviglioso personaggio che ho avuto il privilegio di incontrare 3 volte.

Oltre agli incontri con Angel, adoro percorrere a piedi la Route 66 entrando nei locali che si trovano ai suoi lati: il Motoporium, il Seligman Sundries, ho mangiato al Roadkill Cafe, dove ho gustato uno degli hamburger più buoni della Route 66, al Roadrunner Cafè, allo Snow Cap del defunto fratello di Angel, Juan Delgadillo (venuto a mancare nel 2004); oggi il locale è gestito da John, il figlio di Juan, ed è impossibile restare impassibili di fronte alla sua simpatia.

Io e John Delgadillo

Seligman è sempre nel mio cuore, è uno dei simboli della resurrezione della vecchia highway e come lei non morirà mai.


“Quando nel 1978 siamo stati bypassati dalla interstate, alcune attività hanno iniziato a risentirne pesantemente, è iniziata una lotta per la sopravvivenza e quelle più forti ce l’hanno fatta. Abbiamo aspettato che il mondo ci riscoprisse, che prendesse coscienza che la Route 66 non era stata completamente distrutta.

Abbiamo formato la nostra associazione. Abbiamo avuto un primo incontro al Copper Cart. Fu coinvolta gente di Kingman, Truxton, Oatman e di altre comunità di questo tratto della Route 66.

Ben presto abbiamo iniziato a vedere i risultati di questo nostro impegno: molte persone iniziarono ad uscire dalla interstate per tornare nelle nostre città e lungo la vecchia highway.

Molta gente sta ancora arrivando.

E credo che lo farà sempre.”

Angel Delgadillo, The Guardian Angel of Route 66.



Un breve video con Angel Delgadillo:

Route 66. Buon Compleanno Angel!

Pubblicato: aprile 19, 2023 in Route 66

Durante la Grande Depressione, la vita diventò difficile, mio padre aveva poco lavoro e ci stavamo preparando ad unirci alla gente in fuga verso la California.
La nostra casa era pronta per essere chiusa e mio padre ed i miei fratelli prepararono la nostra Ford T, avevano anche costruito un rimorchio per trasportare tutte le nostre cose.
Ero molto piccolo ed ero davvero impaurito per quello che ci poteva capitare.
Fu allora che i miei fratelli Juan e Joe ottennero un lavoro come musicisti in una band che suonava lungo la Route 66, e non siamo più dovuti partire.”
Angel Delgadillo, The Guardian Angel of Route 66


Buon Compleanno Angel!

Una figura leggendaria della Route 66, Angel Valadez Delgadillo, “The Guardian Angel of Route 66” oggi compie 96 anni.

Angel è nato il 19 aprile del 1927 ed ha legato indissolubilmente la sua vita a quella della Mother Road.

Senza il suo impegno, la sua testardagine, con buona probabilità oggi non avremmo avuto modo di vivere il sogno di percorrere una strada meravigliosa.

Ho incontrato 3 volte Angel (nel 2016, nel 2017 e nel 2018) ed è stato sempre estremamente emozionante.

Per qualsiasi appassionato della Route 66, Angel Delgadillo è una vera e propria leggenda vivente.

Questa è in breve la sua storia:

Questo è un breve video che abbiamo girato con lui:

Queste sono alcune delle foto scattate con lui:

Auburn Brick Road (Illinois)

Pubblicato: marzo 18, 2023 in Route 66
Auburn Brick Road

Auburn Brick Road

“Se consulti una mappa stradale aggiornata ti accorgerai che quella linea sottile che un tempo era la Route 66 è spesso tagliata a pezzi dalla intestate.
Ma molto della vecchia highway è ancora li ed oggi è perfino più eccitante di allora.
Quando riconquisti qualcosa che temevi di aver perso, il sentimento che provi è di gran lunga più dolce.”

Tom Snyder, scrittore e fondatore della US Route 66 Association


La Route 66 che conosciamo oggi è l’insieme dei tratti che durante i suoi 59 anni di servizio hanno fatto parte della U.S. Highway 66.

Non è quindi un semplice percorso che collega il punto “A” (Chicago) al punto “B” (Santa Monica), ma un agglomerato di strade che, anche per un breve periodo, hanno fatto parte della Mother Road.

Tratti abbandonati per ragioni di sicurezza (perché il volume di traffico stava diventando importante ed i rischi per gli automobilisti aumentavano), per ragioni legate a necessità storiche (il passaggio dei blindati durante la seconda guerra mondiale) o anche per ragioni politico/clientelari.

Questi vecchi tratti abbandonati hanno molto da raccontare e per questo non vanno mai trascurati quando si pensa ad un viaggio lungo la Mother Road.

In Illinois ce n’é uno tra i più belli dell’intero percorso della vecchia highway: la Auburn Brick Road.

E’ un brevissimo tratto di strada, poco più di 2 Km, che si immerge nelle campagne dell’Illinois.

La vecchia highway è arrivata a noi in diverse forme: sterrata, asfaltata, pavimentata in cemento portland e, nel caso della Auburn Brick Road, pavimentata in mattoni rossi.

Questo bellissimo tratto di strada fu ereditato dalla precedente IL4, la strada che prima della 66 collegava Chicago a St. Louis, ed ha fatto parte del percorso della Mother Road dal 1926 al 1930.

La IL 4, la cui realizzazione risale agli inizi del secolo scorso, fu una delle prime strade ad essere interamente pavimentate, caratteristica questa trasferita alla Route 66 dopo il 1926 (il tratto in Illinois fu quindi uno dei primi della Mother Road ad essere interamente pavimentato).

Tuttavia, durante la sua appartenenza al percorso della Route 66, la superficie della Auburn Brick Road non era in mattoni, così come la vediamo oggi, ma in cemento.

Nel 1930, in conseguenza del crescente numero di veicoli circolanti, la Route 66 “licenziò” la vetusta IL4 per spostarsi più ad est, nel tratto che ancora oggi passa per Litchfield.

Fu un cambiamento molto importante.

La Route 66 prometteva benessere e grandi opportunità a coloro che la percorrevano e che vivevano lungo il suo percorso e per non perdere queste opportunità alcune attività la seguirono, come ad esempio uno storico locale della 66, l’Ariston Cafè, che si spostò da Carlinville, sulla Route 66/IL4, a Litchfield, dove ancora oggi la vecchia highway fa tappa.

Entrambi i tronconi della Route 66 sono oggi percorribili.

Da quelle parti, come del resto lungo tutto il percorso della vecchia highway, è abbastanza frequente imbattersi in cartelli che indicano gli anni nei quali la Mother Road è passata di li.

La nostra IL4, di cui la Auburn Brick Road faceva parte (Auburn Brick Road o Illinois Brick Road sono denominazioni attribuite in tempi recenti a questa strada), a partire dal 1930 divenne quindi estranea al percorso della vecchia 66.

Due anni dopo, nel 1932, questo piccolo tratto di strada venne allargato di circa un metro, furono eliminate alcune curve troppo pericolose e, soprattutto, fu pavimentato in mattoni rossi.

La Auburn Brick Road è entrata a far parte del registro nazionale dei luoghi storici e nella descrizione che viene fatta nel documento di registrazione si può leggere:

Per una ragione ancora oggi non chiara, il tratto in cemento Portland esistente è stato ampliato da 16 a 20 piedi e ripavimentato con dei mattoni.”

La “ragione non chiara” ha dato adito a diverse speculazioni, tra le quali, la più accreditata, vuole che il rifacimento della superficie della strada fosse stato esplicitamente chiesto da un governatore dello stato dell’Illinois che all’epoca aveva rapporti molto stretti con una fabbrica di mattoni.

Un rapporto clientelare come se ne raccontano diversi lungo questa parte della Route 66.

A tal proposito la scrittrice e fotografa Quinta Scott racconta:

“L’Illinois ha pavimentato le sue strade anni prima del resto degli stati lungo la 66…

All’inizio era una strada in cemento, poi pavimentata in mattoni e poi di nuovo in cemento.

Tre strati di pavimentazione.

La superficie della strada dipendeva dagli interessi finanziari del governatore in carica.”

Al di la delle motivazioni che hanno portato alla ripavimentazione della ormai ex Route 66, di fatto la Mother Road, nel periodo in cui era in servizio lungo questo tratto, non è mai stata in mattoni, ma in cemento come il resto della IL4.

Storie e leggende a parte, la Auburn Brick Road è senz’altro uno dei tratti più belli della vecchia highway ed il rosso dei mattoni, seppur postumi alla sua appartenenza alla Route 66, le conferiscono un fascino unico.

Ubicazione:

La Auburn Brick Road è un tratto della vecchia IL4/Route 66 lungo circa 2km, è ubicato nella Sangamon County in Illinois a poco più di 20Km a sud di Springfield; le sue attuali denominazioni ufficiali (da nord a sud) sono Snell Rd e Curran Rd.

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Esperienze personali:

Ho percorso 5 volte la Auburn Brick Road: l’ho percorsa la mattina presto, la sera al tramonto, con il sole e dopo un violento acquazzone, arrivando sia da est che da ovest, l’ho percorsa a maggio, agosto ed a settembre.

Sono tante volte quindi, in diversi orari della giornata, con diverse condizioni meteorologiche ed in diversi periodi dell’anno ma con elemento in comune: l’emozione.

Si trova poco dopo Springfield (IL), in un cosiddetto viaggio “westbound”, ed anche se Springfield non è Chicago, è comunque una città che non invita a rilassarsi e quindi la Auburn Brick Road è una vera e propria boccata d’ossigeno.

La Auburn Brick Road arriva all’improvviso, senza neanche rendersene conto appare davanti a noi in tutta la sua bellezza: il grigio dell’asfalto si interrompe bruscamente per diventare rosso, la modernità lascia spazio alla storia.

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In primavera ed in estate il contrasto tra il rosso dei mattoni ed il verde dei campi è meraviglioso.

Percorrerla è un attimo, per questo indugio sempre un po’ prima di lasciarla.

Mi piace respirarne i profumi, lasciarmi cullare dal dolce saltellio della macchina sui mattoni, camminare con la macchina fotografica in mano, pronto a coglierne ogni dettaglio.

Un piccolo pezzo di quella strada è qui con me, immerso nella sabbia del White Sands National Park.

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La Auburn Brick Road è senza dubbio uno dei miei tratti preferiti della Route 66.


Alcune foto scattate lungo la Auburn Brick Road:


Un breve video che ho girato lungo la Auburn Brick Road (entrando da ovest, in direzione Springfield):

Route 66. Il mio calendario 2023

Pubblicato: marzo 1, 2023 in Route 66

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“Ho iniziato a percorrere, esplorare e fotografare quello che resta della Route 66 nel 1992. Qualcuno potrebbe chiamarla ossessione, ma è solo una passione che da allora fa parte di me e che non sembra destinata a finire.”
Drew Knowles, scrittore

Io ho iniziato in realtà nel 1996, in viaggio di nozze percorsi una parte del tratto californiano nel mio tragitto da Las Vegas a Los Angeles, ma, come per Drew Knowles, è diventata una passione che non è destinata a finire.

Uno dei miei riti è il calendario che ogni anno raccoglie 12 tra le oltre 20.000 foto che in tanti anni ho scattato lungo la vecchia highway.

Questo è quello del 2023.