
Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
Il bellissimo Devil’s Elbow Bridge, uno dei ponti storici più famosi della US Highway 66.

Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
Il bellissimo Devil’s Elbow Bridge, uno dei ponti storici più famosi della US Highway 66.

Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
Il Gasconade Bridge è un ponte storico della Route 66.
E’ stato chiuso al traffico nel 2014 per problemi di stabilità e da allora l’intenzione del dipartimento dei trasporti del Missouri di sostituirlo è stata costantemente ostacolata dalle comunità della zona che sono molto affezionate al loro ponte.
La scorsa primavera posizionarono una poltrona accanto al ponte con l’invito, a chi avesse percorso quel tratto, di sedersi e dire qualcosa in favore del ponte.
Ed è quello che abbiamo fatto noi una volta giunti in prossimità del Gasconade Bridge lo scorso Agosto.

Premessa:
Può sembrare strano parlare di senso di percorrenza per una strada.
Ma la Route 66 è una strada storica la cui nascita si colloca in un contesto molto particolare come quello dell’America degli anni 20, ed un senso di percorrenza ce l’ha.
Un misto di storia, consuetudini ed aspetti puramente tecnici hanno concorso ad attribuire alla Route 66 un senso di percorrenza tradizionale, quello “westbound”, da Chicago a Santa Monica.
Andare verso ovest è sempre stata una necessità del popolo americano.
L’ovest degli Stati Uniti ha sempre avuto connotazioni selvagge, un territorio acquisito dal Messico e per decenni quasi del tutto inesplorato.
Andava collegato col resto del paese e per questo fin dagli inizi del 1800 si organizzarono spedizioni con lo scopo di tracciare primordiali vie di collegamento che in seguito entrarono a far parte del percorso della Route 66.
Le numbered highways uscite dal piano autostradale del 1926, inoltre, furono “disegnate” seguendo la regola north/south, east/west, e la Route 66, pur nella sua atipicità di “diagonal way” (da Chicago ad Oklahoma City), si è attenuta a queste indicazioni.
Ed ancora, negli anni della grande depressione, una massa enorme di persone in fuga dai territori delle grandi pianure era diretta ad ovest verso la California, attraverso la “Mother Road”, alla ricerca di un futuro migliore.
Nel dopo guerra, infine, il desiderio di viaggiare degli americani li portava ad ovest, verso gli agognati luoghi di vacanza delle coste californiane, sempre percorrendo la US Highway 66.
Se si vuole quindi vivere la storia di questa strada, il viaggio dovrà essere necessariamente westbound.
Se la storia non suscita interesse (la qual cosa sarebbe comunque un peccato), allora la si può percorrere come si vuole.
Perché eastbound?
Perché da appassionato della Route 66, dopo averla percorsa 3 volte westbound era necessario percorrerla al contrario.
Nonostante la conosca ormai abbastanza bene, ognuna delle precedenti 3 volte mi ha sempre regalato grandi emozioni.
Ma è un po’ come quando rivedi un film che adori, conosci le battute, le aspetti e ti emozioni quando arrivano.
La diversa successione delle sue icone, la strada stessa vista da una diversa prospettiva, erano delle variabili che mi piaceva affrontare.
La Route 66 per me non è un viaggio qualsiasi, è la mia personale via di fuga dal caos della città in cui vivo.
E più la percorro, più aumentano gli amici e più cresce la voglia di tornarci.
Il mio ultimo viaggio, quello del 2018, è stato quindi Eastbound, da Santa Monica verso Chicago, come se dopo la grande migrazione si tornasse a casa, là, “where the Mother Road begins”.
Aspetto emozionale:
Percorrere la Route 66 westbound o eastbound non è la stessa cosa.
Se la si percorre per la prima volta il senso di percorrenza è ininfluente, ma al quarto viaggio le differenze si percepiscono.
Nel percorrerla verso est a volte ho avuto la sensazione di vivere un viaggio diverso rispetto ai precedenti 3.
L’approssimarsi delle sue icone provvedeva comunque a riallineare tutto, come una sorta di rifasatore.
In testa avevo inevitabilmente i tre viaggi precedenti, nei quali il caos, seppur moderato, di Chicago veniva quasi subito sostituito dai cimeli di un tempo lontano dal nostro.
Si parte con una sequenza di agglomerati urbani la cui densità è decisamente superiore a quella del lato ovest.
L’inizio e la fine della Route 66 suscitano emozioni diverse in funzione del senso di percorrenza.
Iniziare nella fresca/fredda Chicago, dopo aver consumato, come tradizione, una colazione da Lou Mitchell’s, è emozionante.
Si ha in mente il west, il sole della California, il deserto, quello che più frequentemente si associa alla Route 66.
Ed anche l’arrivo a Santa Monica è straordinariamente suggestivo.
L’End of the Trail arriva dopo diversi giorni di viaggio ed è l’epilogo perfetto di una straordinaria avventura.
Ogni volta che si arriva sul pontile, gli occhi ed il cuore sono rapiti dallo splendido tramonto che consolida in noi la voglia di ripercorrere di nuovo quella strada meravigliosa.
Le emozioni regalate dagli stessi luoghi, nel percorso eastbound, sono diverse.
Si parte lasciandosi alle spalle l’oceano e si affronta quasi subito il deserto con i suoi estremi.
In un viaggio westbound è l’ultimo bellissimo tratto prima della fine, qui invece si è freschi e probabilmente più attenti alle sue tantissime, splendide, sfaccettature (il tratto desertico è denso di ghost towns delle quali molto spesso non restano che cumuli di macerie) .
Percorrendo la vecchia highway eastbound, inoltre, viene a mancare la condivisione del viaggio con altri roadies.
Non è infrequente infatti fare la fila per una foto sotto il cartello Begin a Chicago e ritrovare le stesse facce durante il viaggio.
Ho avuto modo di stringere alcune amicizie in questo modo.
Nel viaggio eastbound, sicuramente meno frequentato di quello tradizionale, le persone le incroci non viaggi insieme a loro; a livello emozionale non è la stessa cosa.
L’arrivo ad est è inoltre più anonimo, meno coreografico di quello del Santa Monica Pier.
Lo scenario offerto da Chicago, anche se si tratta di una città molto bella, non può competere con l’End of the Trail tradizionale.
A favore del viaggio eastbound c’è che non si trascorrono interminabili ore sul lunghissimo Foothill Blvd., un tratto eterno, snervante, dove l’unico desiderio è quello di arrivare prima possibile in prossimità del Pacifico.
Non si è costretti ad essere strangolati dal caotico traffico della città degli angeli.
In direzione est le icone della vecchia Highway ti accompagnano fino al cartello END di Chicago, non hai tempo per pensare, per lasciarti prendere dalla nostalgia o per annoiarti.
Il tratto di Route 66 in Illinois è tra i più belli ed affrontarlo alla fine è emozionante.
Anche emotivamente quindi, tra eastbound e westbound, ci sono alcune differenze che tuttavia percepisci solo se conosci la storia della vecchia highway ed hai percorso la strada un’altra volta nel senso opposto.
La Mother Road comunque, indipendentemente da come la si percorre, regala sempre emozioni.
Le icone che si incontrano lungo la strada e la sua gente, il popolo della Route 66, sono così entusiasmanti da rendere ininfluente la direzione che si sta seguendo durante il viaggio.
E lo stesso vale per alcuni splendidi tratti della vecchia Highway.
Aspetti tecnici:
La differenza “tecnica” più importante è legata ai costi.
Percorrendo la Route 66 Eastbound si risparmia qualcosa.
Il costo dei motels, della benzina e del cibo è ovviamente lo stesso, ma percorrendo la Route 66 “al contrario” molto spesso non si paga il drop off per il noleggio auto, quell’odiato ed oneroso balzello che viene applicato dalle compagnie di noleggio per aver riconsegnato la macchina in uno stato diverso, e molto lontano, da quello in cui la si è presa.
Il costo non è banale, si va dai 500 dollari più tasse in su (dipende dalla compagnia e dal periodo).
Nel percorso Eastbound sono diversi gli operatori che non lo richiedono (io ho viaggiato con Dollar), ed è un bel risparmio.
Un’altra differenza tecnica è legata al viaggio vero e proprio in automobile.
In alcuni tratti infatti, soprattutto in prossimità delle grandi città attraversate, per via dei sensi unici può essere difficile seguire fedelmente il percorso della vecchia highway, tuttavia molte di queste città si stanno sempre più attrezzando con la segnaletica adeguata.
Un aspetto curioso, ma che ha una sua logica, è che viaggiando verso Chicago (eastbound quindi) buona parte delle “attrazioni” si trovano sul lato opposto rispetto al senso di marcia.
La spiegazione è che il grosso del traffico ai tempi d’oro della Route 66 era verso ovest ed era quindi da quel lato della vecchia highway che si poteva fare business.
Poco male, la Route 66 non è una strada particolarmente trafficata (città a parte) e quindi passare dall’altra parte della carreggiata per godere dei suoi preziosi cimeli non è mai un’operazione complicata.
Il mio viaggio Eastbound:
E’ stato, come previsto, un viaggio pazzesco, il più bello dei 4 che ho fatto.
Lo è stato per la gente del posto, lo straordinario popolo della Route 66, che, ancora una volta, mi ha accolto con entusiasmo e calore, e per le tante persone di Facebook che stavano, come me, percorrendo la vecchia highway e che mi fermavano per salutarmi e per ringraziarmi dei consigli che avevo dato loro.
Ho raccontato in “diretta” tramite dei video le emozioni che giorno dopo giorno stavo vivendo, oltre alla storia dei posti che incrociavo.
Ho “intervistato” molti amici che gestiscono attività lungo la Route 66, ho chiesto loro di fare un saluto mentre li filmavo, ho riso e mi sono divertito assieme a loro.
Da un punto di vista strettamente legato al viaggio, all’inizio mi è sembrato molto strano partire la dove per 3 volte avevo finito la mia avventura lungo la Mother Road, ed a volte ho avuto come la sensazione di percorrere la Route 66 per la prima volta.
Ci sono tratti che conosco così bene da ricordare ogni curva e perfino la presenza di piccoli oggetti che in passato hanno attirato la mia attenzione.
Percorrerla dalla parte opposta a volte mi ha disorientato.
Ma, come dicevo all’inizio, tutto tornava “regolare” non appena arrivavo in prossimità di uno dei suoi cimeli storici.
Cosa scegliere quindi?
Resto ancora un accanito sostenitore del viaggio Westbound, soprattutto per chi la percorre per la prima volta.
Lo preferisco perché da appassionato della storia della Route 66, ritengo la si debba percorrere come vuole la tradizione, perché un viaggio lungo la Route 66 non è un on the road qualunque, ma è soprattutto un viaggio nel tempo carico di emozioni che solo se la percorri nel giusto senso di marcia puoi vivere con intensità.
Ma devo dire che il viaggio eastbound mi è rimasto nel cuore ed è stato, dei 4, sicuramente il più bello.
E’ probabile quindi che in futuro io possa ripercorrere la US Highway 66 di nuovo in questo modo.

| Tratto | Lebanon – Cuba |
| Data | 25/08/2018 |
| Hotel | Wagon Wheel Motel |
| Costo | 74,00$ |
| Km Percorsi | 190 |
L’alba è sempre uno dei momenti più belli da vivere lungo la Route 66.
La strada che sparisce all’orizzonte, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento, il sole che tenta timidamente di affacciarsi ad un nuovo giorno, sono sensazioni che restano impresse indelebilmente nei pensieri e nel cuore.
L’alba al Munger Moss Motel è così.
Lo scorso anno è stata un’esperienza mozzafiato, i raggi del sole rendevano il motel ancora più affascinante.
Era Maggio ed il clima ancora molto fresco era inusuale per le mie abitudini di viaggio da queste parti.
Quest’anno l’alba non è stata altrettanto emozionante, complice le nuvole e la diversa posizione del sole rispetto alla strada, ma comunque ci si è avvicinata molto.
Sono uscito come al solito molto presto dalla stanza, con l’unico scopo di vivere ancora una volta quelle emozioni.
Il motel era nel dormiveglia anche se la scritta “open” lampeggiava già, segno che Ramona era al lavoro.
Le macchine che percorrevano quel tratto erano come al solito molto rare, solo uno sparuto gruppo di ciclisti ha interrotto per un breve periodo la continuità di quella splendida striscia di asfalto.
Dopo aver attaccato i miei adesivi, scattato centinaia di foto sono rientrato in stanza per prepararmi alla partenza.
Sarei rimasto nel “mio” Missouri anche quel giorno, Cuba era la tappa successiva, poco più di 100 Km dal Munger Moss.
Ho scritto una dedica sul guest book all’interno della mia stanza ed ho attaccato anche li il mio adesivo.
Ma era ormai giunto il momento di partire.
Nella lobby Ramona era intenta a gestire gli arrivi e le partenze, mi sono trattenuto con lei un bel po’ parlando di tutto, ma soprattutto della sua situazione.
Le ho promesso le mie preghiere, l’ho incoraggiata: “vedrai, insieme ce la farete”.
L’abbraccio è stato ancora più forte dello scorso anno, ho cercato, nel mio piccolo di farle sentire il mio affetto e la mia vicinanza.
Non ho registrato dirette con lei, ne’ scattato foto insieme.
Non era necessario e soprattutto sarebbe stato fuori luogo.
Spero il prossimo anno di tornarci, è un posto che merita, è un salto indietro nel tempo, un insieme di passione ed attenzioni come ormai se ne trovano sempre più di rado.
Il Missouri è emozionante.
Il verde dei boschi dona un irresistibile senso di pace.
Il Devil’s Elbow ed il suo Elbow Inn Bar & BBQ, completamente recuperato dopo l’alluvione dello scorso anno, erano in splendida forma.
E poi una tappa insolita, in prossimità di un ponte storico interrotto fin dal dicembre del 2014:
il Gasconade Bridge.
E’ un ponte molto vecchio, risale agli anni 20, ed è stato chiuso 4 anni fa dal dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri perché ritenuto poco sicuro.
Da allora è nata un’associazione tra gli appassionati della Route 66 con lo scopo di salvarlo dalla demolizione.
L’intento del dipartimento dei trasporti era infatti di demolirlo e di costruirne un altro.
La gente del posto, affezionata alla sua storia così ben raccontata dal Gasconade Bridge, vuole invece che lo si restauri.
Hanno organizzato tantissime manifestazioni a difesa del ponte, tante iniziative per far conoscere a tutti la loro volontà di salvaguardare la storia di quelle zone e della Route 66.
Una delle iniziative prese la scorsa estate è stata quella di piazzare una poltrona accanto al Gasconade Bridge, con l’invito a chiunque si fosse trovato a passare da quelle parti di sedersi e di dire qualcosa in favore del ponte e della loro iniziativa.
Ed è quello che abbiamo fatto anche noi.
Abbiamo registrato un video e lo abbiamo postato nei gruppi americani della Route 66, soprattutto in quello dedicato al Gasconade Bridge.
La gente del posto è stata davvero molto contenta dell’interesse che abbiamo dimostrato per la loro iniziativa.
Il dipartimento dei trasporti, già mentre eravamo li davanti al ponte, ha iniziato a costruire una deviazione ed un altro ponte proprio a sinistra della foto che ho postato; il Gasconade Bridge tuttavia rischia ancora, e se entro la primavera del 2019 non si troverà un compratore (alcune società di restauro di beni storici si sono fatte avanti ma al momento di concreto non c’è nulla), verrà demolito.
Ripreso il viaggio verso est ci siamo fermati a Waynesville da Jax, una bravissima fotografa della zona che da anni è tra le mie amicizie di Facebook ed è tra le più attive nella difesa del Gasconade Bridge.
Poco più avanti, a Jerome, ci siamo fermati in un posto mistico, carico di storie e di leggende che tuttavia poco hanno a che vedere con la Route 66: il Trail of Tears Memorial.
Il nome, Trail of Tears, richiama alla memoria la devastante deportazione dei nativi americani dagli stati dell’est verso quello che poi sarebbe diventato l’Oklahoma.
Una vera e propria deportazione di massa lungo il “sentiero delle lacrime”, dove furono migliaia i nativi americani che persero la vita per la fatica e la fame.
Il luogo, appartenuto a Larry Bagget, doveva diventare in origine un campeggio, ma il proprietario raccontava di rumori che tutte le notti sentiva nella sua proprietà.
Tutte le notti Larry sentiva bussare alla sua porta.
Un giorno pare abbia incontrato un anziano nativo americano che gli disse che quella proprietà si trovava proprio sul percorso del Trail Of Tears e che questo impediva alle anime degli indiani che persero la vita in quel terribile viaggio, di proseguire nel loro cammino.
Larry quindi trasformò la sua proprietà in una sorta di tributo agli indiani morti durante quella deportazione, cercando nel contempo di rendere il cammino più agevole a quelle anime in viaggio costruendo dei sentieri.
Alla morte di Larry Bagget il luogo è rimasto in stato di abbandono per diversi anni, fino a quando, nel corso del 2018, un gruppo di appassionati ha iniziato a restaurarlo.
Abbiamo incontrato uno di questi, Chris , il più attivo.
Era intento a sistemare la casa di Larry e le sue opere che richiamavano quella deportazione.
Abbiamo trascorso parecchio tempo li dentro ascoltando i racconti di Chris, le storie celate da ciascuna delle piccole costruzioni all’interno del Trail of Tears.
Eravamo sempre in prossimità del Gasconade Bridge, lungo un tratto di Route 66 interrotto, il che ci costringeva a percorrere un pezzo di I44, ma anche questa era intasatissima per dei lavori e quindi ci siamo letteralmente immersi nel bosco che abbraccia la Route 66 in quella zona cercando di proseguire verso Cuba.
Abbiamo percorso un bellissimo tratto sterrato, circondato dagli alberi, per aggirare quell’interruzione, fino ad arrivare alla Mural City.
La prima tappa è stata il Bob’s Gasoline Alley, un posto terribilmente affascinante.
Restituisce perfettamente l’idea della passione che scorre lungo la vecchia highway, la passione della gente per il tempo in cui la Route 66 era la Main Street of America.
Per loro, ma anche per noi appassionati, la Route 66 è ancora la Main Street of America.
Come lo scorso anno, Bob era all’interno del suo locale ed orgoglioso mi invitava a visitarne ogni centimetro.
E ne valeva davvero la pena.
Ci sono una quantità infinita di cimeli di ogni genere che raccontano l’America dagli anni 40 ai 60, non riesci a staccarti da loro, il tuo sguardo è sempre attratto da qualcosa che ti proietta indietro nel tempo.
Bob non vende nulla di quello che ha raccolto li dentro i suoi locali.
Ho scorto un vecchio, bellissimo libro, al quale ha partecipato anche Bob Waldmire, un personaggio che ammiro, una delle figure più amate dal popolo della Route 66 (Bob è scomparso nel 2009), ho provato a chiedere se avesse voglia di vendermelo anche se ero certo che avrebbe rifiutato ed in effetti così è andata.
Fortunatamente quel libro l’ho trovato il giorno dopo da Rich Henry dell’Henry’s Rabbit Ranch in Illinois.
Siamo stati più di un’ora dentro i locali di Bob, prima di proseguire, per poche miglia, verso il Wagon Wheel Motel, un altro tra i motel storici più belli.
Sono entrato nella lobby e Connie, la proprietaria, era intenta a parlare con dei clienti.
Appena mi ha visto varcare la soglia mi ha accolto dicendo: “ecco il fotografo più famoso del mondo”.
E’ stata un’accoglienza molto divertente.
Connie lo scorso anno mi aveva chiesto il permesso di usare alcune foto che avevo scattato al suo motel ed io glie le avevo inviate pronte per la stampa.
Siamo rimasti per diverso tempo nella splendida lobby del motel, che è anche un fornito ed elegante gift shop.
Alla fine Connie mi ha fatto dono di un upgrade di stanza, un appartamento allo stesso prezzo della stanza che avevo prenotato.
La giornata si è chiusa con un’ottima cena al The Four Way, un diner che occupa quella che un tempo era una bellissima gas station.
E’ stata un’altra splendida giornata ed è stato bello, ancora una volta, essere coccolato dallo straordinario popolo della Route 66.

Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
Uno dei motels più affascinanti della Route 66: lo splendido Munger Moss di Lebanon in Missouri.

| Tratto | Carthage – Lebanon |
| Data | 24/08/2018 |
| Hotel | Munger Moss Motel |
| Costo | 71,44$ |
| Km Percorsi | 214 |
Ero quindi entrato nel “mio” Missouri, nel pieno della parte est della Route 66, la mia preferita, anche se questa volta, un po’ per la diversa successione degli stati e per il turbine di emozioni che mi aveva coinvolto, l’ovest si stava facendo largo nel mio cuore e le mie radicate convinzioni cominciavano a vacillare.
La giornata è cominciata presto nonostante Carthage non sia propriamente una piccola comunità ed il traffico sostenuto e rumoroso non contribuiva a renderla particolarmente accattivante.
Ciononostante mi sono svegliato presto perché il motel è splendido, ed il suo fascino così terribilmente retrò mi ha spinto fuori dalla stanza per immortalarlo all’alba.
Ci siamo incontrati con una coppia di ragazzi di Facebook ai quali avevo dato qualche suggerimento, e con i quali abbiamo consumato un’ottima colazione all’Iggy’s Diner.
E poi quattro chiacchiere con la signora del motel; è stata estremamente cordiale fin dalla prenotazione, avvenuta senza aver anticipato nulla, ne’ soldi ne’ carta di credito, solo un paio di mail.
Sentendo che era la quarta volta che percorrevo la Route 66 mi ha anche fatto la tessera fedeltà con i timbri da apporre ogni volta che dormirò li.
Carthage non è proprio dietro l’angolo, ma ormai da quelle parti sono di casa e quindi mai dire mai.
La prima tappa era un posto leggermente fuori dal percorso della Route 66, ma soprattutto fuori dal tempo: Red Oak II.
Red Oak II è il sogno di Lowell Davis, un anziano signore, un artista, che è vissuto in una piccola comunità del Missouri, Red Oak appunto, e dopo averla lasciata per tanti anni è tornato ed ha scoperto che nel frattempo era diventata una ghost town.
Lowell non ha accettato la triste fine della sua comunità ed ha cominciato ad acquistare tutti gli immobili del suo vecchio paese spostandoli a poche miglia di distanza dalla loro sede originale creando una nuova Red Oak, la sua Red Oak II.
È un posto pazzesco, una ghost town che in realtà tale non è, potrebbe essere la location di un film, una fuga dalla realtà, potrebbe essere di tutto.
C’è la chiesa, due stazioni di servizio, diverse case, tutto è estremamente curato.
Abbiamo trascorso l’intera mattinata a Red Oak II, scattando foto e sbirciando all’interno delle abitazioni.
Prima di riprendere il viaggio abbiamo incontrato l’autore di quel sogno, Lowell Davis, con il quale abbiamo trascorso un po’ di tempo ascoltando i suoi racconti.
Salutato Lowell abbiamo nuovamente ripercorso a piedi la strada all’interno di Red Oak II, alla ricerca di nuovi spunti e di nuove emozioni.
È sicuramente uno dei posti più affascinanti tra quelli che si incontrano lungo la Route 66.
Ma il Missouri è denso di luoghi affascinanti, come la Gay Parita Gas Station di Gary Turner, uno dei personaggi più amati dal popolo della Route 66.
La Gay Parita, una replica della originale stazione di servizio degli anni 30 che si trovava in quel posto, dopo la scomparsa di Gary nel 2015 ed un periodo di chiusura, è stata rilevata dalla figlia e dal genero, Barbara e George, che con altrettanta passione la gestiscono e ne curano ogni dettaglio.
Stavano lavorando alacremente quando siamo arrivati li e ci hanno raggiunto dopo un po’ per bere qualcosa insieme.
Avevo già incontrato George lo scorso anno ma non avevo ancora incontrato Barbara.
Le ho raccontato del mio incontro con suo padre nel 2014, i consigli che mi aveva dato insieme ad una stampa in bianco e nero con la sua firma e la sua dedica, ed un pezzo di carta dove Gary scarabocchiò un po’ di indicazioni su cosa avrei dovuto vedere da li in avanti.
Era sinceramente emozionata nel sentire il mio racconto, nonostante probabilmente sarò stato uno dei tantissimi viaggiatori che le avevano parlato bene di suo padre.
Ci siamo intrattenuti un po’ con loro prima di riprendere il viaggio verso est.
La tappa di giornata era un altro motel storico che amo particolarmente:
il Munger Moss di Lebanon.
L’arrivo al motel e l’incontro con Ramona sono stati emozionanti.
Racconto sempre l’esperienza dello scorso anno, quando prima di lasciare il motel, Ramona mi abbracciò e si raccomandò di prestare attenzione durante il viaggio perché avrei dovuto percorrere parecchia strada molta della quale non in perfette condizioni.
Una cosa che avrebbe fatto mia madre.
Questa volta è stata ancora più toccante.
C’era un altro cliente prima di me nella lobby e dopo aver terminato le procedure di registrazione, Ramona ha alzato lo sguardo complimentandosi con me per la maglietta (indossavo quella del suo motel).
Non mi aveva ancora riconosciuto.
Appena ha realizzato chi fossi è uscita dal bancone e mi ha abbracciato forte scoppiando a piangere.
Mi ha sussurrato che aveva da poco saputo che a Bob, suo marito, avevano diagnosticato una brutta malattia e che lei era terrorizzata per la piega che gli eventi avrebbero potuto prendere.
Era una Ramona impaurita e stanca quella che avevo davanti a me.
Ci ha regalato la stanza più bella del motel, una stanza adorabile come lei.
Poco dopo aver posato i bagagli sono tornato nella lobby per portarle un po’ di foto che avevamo scattato insieme l’anno prima ed altre che avevo fatto al suo motel in occasione di un’alba meravigliosa.
E’ stata felicissima.
Mi ha regalato adesivi, spille ed altri piccoli gadgets del motel.
Mi ha raccontato la sua storia, il modo in cui accidentalmente ha deciso di acquistare il Munger Moss nel 1971 e mi ha confessato che forse stava arrivando il momento di lasciare.
Mi ha raccontato tanti dettagli della sua vita li al Munger Moss, e la sua speranza di restare nel cuore degli appassionati della Route 66, così come lo sono Lillian Redman (la storica proprietaria del Blue Swallow di Tucumcari) e Lucille Hamons di Hydro.
E’ stato un privilegio ascoltarla.
Ho tante foto del Munger Moss all’alba, lo scorso anno è stata magnifica, stavolta aspettavo la sera per immortalare la sua splendida insegna al tramonto.
Il neon acceso è uno straordinario tuffo nel passato, un portale attraverso cui si entra in contatto con la storia della Route 66.
Le emozioni vissute lungo la Route 66 non si possono dimenticare.
Ancora oggi, a distanza di qualche mese dal viaggio, riguardo quelle foto e comincio a ricordare i dettagli delle mie giornate lungo la Mother Road, i dialoghi, gli abbracci le risate.
Ricordo tutto con dovizia di particolari.
La Route 66 ti entra nel cuore.

Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
E’ uno dei tratti più belli della Route 66, si trova in Missouri in prossimità di Lebanon ed oggi è denominato Pecos Dr.

| Tratto | Chandler – Carthage |
| Data | 23/08/2018 |
| Hotel | Boots Court |
| Costo | 79,66$ |
| Km Percorsi | 435 |
Man mano che mi trovo ad organizzare un viaggio lungo la Route 66 aumentano le tappe obbligate, i posti nei quali devo prevedere una sosta per la notte perché c’è qualche amico da incontrare.
Kingman per lo scrittore Jim Hinckley (che purtroppo quest’anno non ho incontrato per via di un suo impegno in Repubblica Ceca), Tucumcari per Kevin e Nancy del Blue Swallow e Chandler per Jerry McClanahan.
La giornata è cominciata infatti con l’incontro con Jerry, un artista conosciutissimo dagli appassionati della Mother Road per la sua “EZ 66 for travelers”, la guida più importante e completa per percorrere la Route 66.
E’ stato il mio secondo incontro con Jerry, ero già passato da lui lo scorso anno, ma quest’anno c’era anche sua moglie Mariko, una fotografa appassionata della Route 66 che Jerry ha conosciuto in occasione di uno dei suoi viaggi.
Ho seguito su Facebook il loro matrimonio circa un anno e mezzo fa, ed incontrarli è stata davvero una bella esperienza.
Abbiamo trascorso gran parte della mattinata nella Gallery di Jerry, a parlare della sua esperienza in Giappone, del suo imminente viaggio verso la California, lungo la Route 66 insieme a sua moglie, e di come realizza i suoi bellissimi quadri.
E’ davvero una piacevole persona, un vero e proprio guru della Mother Road.
Dopo i saluti e la consueta diretta, prima di entrare in macchina e rimetterci in marcia verso est, ci siamo girati di nuovo verso la gallery e davanti alla porta c’erano Jerry e Mariko insieme che ci salutavano.
Sono davvero due belle persone, una splendida coppia della Route 66.
Abbiamo cercato di recuperare tempo durante il viaggio, ma non si potevano saltare le magnifiche icone di questo tratto della Mother Road.
A partire dal recente “Heart of Route 66 Auto Museum” di Sapulpa per poi proseguire verso Tulsa, da molti considerata una sorta di capitale della Route 66.
Non sono mai stato un’amante delle grandi città, neanche di quelle attraversate dalla Route 66, Tulsa poi ha sempre rappresentato un problema per me.
Nonostante la EZ 66 le 3 volte precedenti è stato sempre complicato seguire fedelmente il percorso della vecchia highway all’interno del centro cittadino.
Questa volta, grazie anche alle mie mappe, sono finalmente riuscito a non perdere il percorso della Route 66.
Tulsa è una città ovviamente moderna ma offre qualche sprazzo del glorioso passato della vecchia highway, come ad esempio un vecchio tratto di strada, il cui accesso è tuttavia chiuso da un cancello, nella Cyrus Avery Centennial Plaza, proprio accanto al monumento dedicato al “Padre” della Route 66, Cyrus Avery appunto.
Il monumento, straordinariamente evocativo, si chiama “East meets west” e raffigura un Cyrus Avery a bordo di un’automobile che incrocia una carrozza trainata da cavalli imbizzarriti.
Cyrus Avery è vissuto a Tulsa e da li ha architettato la Mother Road, volendo fortemente che attraversasse il suo paese adottivo, l’Oklahoma appunto (lui era nativo della Pennsylvania).
E’ un bel posto da visitare.
Ogni volta che ci passo e guardo la strada sparire sotto il ponte pedonale con al centro lo scudetto della Route 66, mi viene immediatamente in mente una frase di Michael Wallis:
“È sabato mattina a Tulsa, Oklahoma, e davanti a me ho la Mother Road.
Mi metto un paio di jeans, una giacca di pelle e mi dichiaro pronto per affrontare la giornata.”
Lasciata Tulsa, la tappa successiva prevedeva l’immancabile Blue Whale di Catoosa, uno dei posti più romantici della Mother Road.
Li avrei dovuto incontrare Linda, la dolcissima volontaria che la gestisce.
Ci eravamo incontrati anche lo scorso anno e questa volta avevo portato con me alcune cose da lasciarle.
Purtroppo però Linda non era in servizio, stava attraversando un difficile momento di salute, ed ho quindi lasciato tutto alla figlia.
Il giorno dopo Linda, attraverso Facebook, mi ha ringraziato spiegandomi il motivo della sua assenza.
Il viaggio attraverso la storia della vecchia highway è proseguito con la tappa alla Andy Payne Statue di Foyil, la statua dedicata al vincitore del Bunion Derby, la gara podistica organizzata nel 1928 per pubblicizzare la neonata US Highway 66, e con la passaggio lungo la splendida “Ribbon Road”, un piccolo nastro di asfalto che per un breve periodo, tra gli anni 20 e gli anni 30, ha fatto parte del percorso della Route 66.
Il sole era basso e riusciva a donare sfumature calde a quel vecchio pezzo di storico asfalto.
Uno straordinario alone di magia circondava quel tratto denso di storie e di leggende.
La lettura di questo splendido libro di storia, che è la US Highway 66 in Oklahoma, è proseguita con le bellissime stazioni di servizio di Commerce, la Marathon, oggi Diary King, un piccolo diner, e la Allen’s Conoco Fillin’ Station, due piccole meravigliose bomboniere poste ai lati della vecchia highway.
Lasciato a malincuore lo splendido Oklahoma, siamo entrati in Kansas.
Sono solo 13 miglia di Mother Road che lo attraversano, ma sono 13 miglia emozionanti.
Il Rainbow Bridge, i cui riflessi sull’acqua lo rendevano ancora più suggestivo, e poi Galena ed il suo “Cars on the Route”, con Cricchetto a fare da guardia.
Messo alle spalle anche il breve tratto in Kansas siamo entrati in Missouri, lo stato che amo di più dal punto di vista paesaggistico.
Adoro l’Oklahoma per la sua storia ed il Missouri per il suo paesaggio.
E’ sempre un bel dilemma quando devo forzatamente esprimere le mie preferenze nella scelta dello stato tra quelli attraversati dalla Route 66.
Ma sicuramente entrambi sono in cima alla mia lista.
La destinazione di giornata era un motel storico presso cui non avevo ancora soggiornato, il Boots Court di Carthage.
La striscia di neon verde che lo cinge esalta la sua immagine retrò.
Lo conoscevo già, anche se non ci avevo mai dormito; lo scorso anno Kevin Blue Swallow mi aveva suggerito di soggiornarci.
Sbrigate le formalità nella lobby, ritirata la chiave della stanza numero 12, una volta entrato vengo accolto da una canzone degli anni 50 trasmessa da una vecchia radio posta su un comodino.
E’ stato un tuffo al cuore.
Entrare in una struttura storica ed essere accolti con la musica degli anni d’oro della Mother Road è stata davvero un’esperienza emozionante.
Ricordo ancora i brividi una volta entrato.
La serata si è conclusa con un ottimo hamburger all’Iggy’s Diner, un classico locale in stile anni 50.
Era terminata un’altra splendida giornata di viaggio lungo la Route 66, una giornata emozionante e coinvolgente come solo la vecchia highway sa regalare.

Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.
Un vero e proprio tuffo nel passato grazie a Lowell Davis ed alla sua Red Oak II.

| Tratto | Amarillo – Chandler |
| Data | 22/08/2018 |
| Hotel | Lincoln Motel |
| Costo | 60,22$ |
| Km Percorsi | 520 |
Era la tappa più lunga del viaggio quella che da Amarillo (TX) mi avrebbe portato a Chandler (OK).
Anche lo scorso anno, al contrario, l’ho percorsa così mentre le volte precedenti avevo programmato più tappe.
Ma quest’anno avevo deciso di dedicare più tempo al Missouri e qualcosa dello splendido Oklahoma ho dovuto sacrificare.
La giornata, come sempre, è cominciata presto anche se al Big Texan non c’è un paesaggio mozzafiato, ed il motel non regala particolari emozioni.
C’è solo la I40 ed il suo rumore dal quale non vedi l’ora di fuggire.
La giornata era splendida, ventosa come quasi sempre da queste parti, ma il sole era forte e caldo.
In mattinata, prima di partire, ho ricevuto un messaggio da Jerry McClanahan, l’artista della “EZ 66 for travelers”, il quale mi pregava di avvisarlo quando sarei arrivato a Chandler.
L’avevo già incontrato lo scorso anno e ci teniamo in contatto tramite Facebook, un amico quindi che non potevo non incontrare.
Ma la strada da percorrere sarebbe stata tanta e quindi sapevo già che il mio incontro con lui sarebbe avvenuto sicuramente il giorno dopo.
Il tratto di Route 66 in Texas è molto lineare, la vecchia highway costeggia la I40 per gran parte del suo percorso, che è comunque molto bello soprattutto grazie agli splendidi cimeli che si incontrano.
Lo Slug Bug Ranch, la Leaning Tower, la Giant Cross e soprattutto l’imponente U-DROP INN.
C’era un’atmosfera ovattata quel giorno, nonostante il cielo limpido, il clima perfetto, tutto sembrava andare al rallentatore.
La Mother Road in Texas, nonostante la vicinanza della interstate, è estremamente rilassante.
Quasi nessuno, a parte me, stava percorrendo la vecchia highway, ed il dolce suono dei pneumatici che calpestavano le giunture delle lastre di cemento che la compongono, riusciva a nascondere il frastuono generato da chi non aveva avuto voglia di passare da questa parte del guard rail.
Nonostante le tante miglia da percorrere me la sono presa comoda, godendomi fino in fondo le splendide icone di questo tratto della Mother Road che mi avrebbe portato in Oklahoma.
L’Oklahoma.
Michael Wallis, uno scrittore che ha raccontato la Route 66 come nessun’altro, ha scritto:
“Da nessun’altra parte la Route 66 si sente a casa come in Oklahoma!“.
Tutto è nato qui.
A Tulsa è vissuto Cyrus Avery, il padre della Route 66, Andy Payne di Foyil, il vincitore del Bunion Derby, la gara podistica organizzata nel 1928 per pubblicizzare la neonata US 66, Will Rogers, l’attore a cui la Route 66 è dedicata (uno dei nickname della Route 66 è appunto “Will Rogers Hwy”), gli Okies che l’attraversarono nel loro viaggio della speranza ai tempi del Dust Bowl.
La Route 66 è soprattutto l’Oklahoma.
Entrando in Oklahoma da ovest la prima comunità che si incontra è Texola.
Non c’è molto qui, ma quel poco è straordinario.
Come il Tumbleweed Grill nel Water Hole #2, il locale di Masel, un’artista, una dolcissima signora che si è trasferita in questa che lei orgogliosamente chiama “ghost town” per aprire questa piccola oasi nel nulla.
Il Tumbleweed è un piccolo diner, un gift shop ed un market.
Masel oltre a dipingere e ad esporre i suoi quadri all’interno del locale è anche un’ottima cuoca, i suoi hamburger sono infatti stati votati come i migliori dello stato dell’Oklahoma.
Ed in effetti sono buonissimi e lo scudetto della Mother Road impresso sul pane li rende anche esteticamente adorabili.
Abbiamo trascorso parecchio tempo dentro al suo bellissimo locale, scambiando quattro chiacchiere con lei e filmando la consueta diretta prima di ripartire in direzione est.
Non abbiamo fatto tanta strada prima di fermarci di nuovo; non molto distante da Texola c’è una delle tappe obbligate di un viaggio lungo la Route 66.
Il paese è Erick, e lui è uno dei personaggi più amati della Mother Road: Harley.
Harley è una forza della natura, 72 anni di entusiasmo e goliardia.
Harley è il cricchetto di Cars, è il clown più divertente della Route 66.
Le sue esibizioni sono sempre coinvolgenti e richiamano gente da tutto il mondo.
Ma, come ho scritto anche nel live, come tutti i clowns anche lui indossa una maschera dietro la quale nasconde il suo dolore per la perdita, mai superata, dell’amata moglie, Annabelle, con la quale in passato si esibiva.
Abbiamo trascorso un’oretta li dentro e se avessi avuto tempo mi sarei fermato ancora di più.
Harley mette allegria, è imprevedibile, e li dentro al suo locale c’è la sintesi della Route 66, tutto quello che ci si aspetta di trovare lungo la vecchia highway.
Un insieme di straordinario, irresistibile casino, l’habitat perfetto per le sue esibizioni.

Il tratto di Route 66 che da Erick porta a Hydro è stupendo; la striscia di vecchio cemento portland spesso si allontana dalla odiata I40 per nascondersi tra il verde della vegetazione circostante.
Poesia.
Insieme al successivo tratto tra Hydro e El Reno è uno dei più belli dell’intero percorso della Route 66.
Hydro, ovvero la comunità dove per 59 anni è vissuta la mamma di tutti noi viaggiatori della Route 66: Lucille Hamons, the Mother of the Mother Road..
E’ la stazione di servizio che preferisco, non è esteticamente tra le più belle, ma il solo fatto che per tanti anni è stata la casa di Lucille la rende impareggiabile.
E’ un’altra di quelle tappe che aspetto sempre con emozione e quando sono li, davanti a quella vecchia costruzione in legno, è come se volessi cercare un modo per entrare in contatto con lei.
La Route 66 è una strada di uomini e di donne che con le loro azioni ne hanno scritto la storia rendendola immortale.
E Lucille di quella storia ha scritto i capitoli più commoventi.
Ho visto tanti video su di lei, girati da viaggiatori che negli anni 90 hanno avuto la fortuna di incontrarla, è stata una figura importante per la Route 66, uno degli emblemi di questa strada.
Il viaggio è proseguito verso Chandler con frequentissimi stop.
L’ultimo di questi ad Arcadia, davanti alla enorme bottiglia di Pops, il popolare, modernissimo diner.
Era ormai buio e vedere la sua imponente sagoma illuminata è stato bello.
Non c’entra molto con la Route 66, il contrasto con il resto della comunità di Arcadia è forte, ma ha contribuito ad attirare l’interesse della gente per questo scorcio della vecchia highway, e questo è positivo.
Sono arrivato a Chandler, come prevedibile, molto tardi e quindi l’incontro con Jerry McClanahan era rimandato al giorno dopo.
E’ stata una giornata molto intensa, lunga e stancante.
Ma la stanchezza in questi casi si mescola con la consapevolezza di aver vissuto bellissimi momenti e quindi diventa un dettaglio insignificante.
L’Oklahoma ti entra nel cuore, non c’è spazio per niente altro quando sei li.