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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

La Splendida Soulsby’s Service Station di Mt. Olive in Illinois.


 


 

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Tratto Cuba – Springfield (IL)
Data 26/08/2018
Hotel Route 66 Hotel and Conference Center
Costo 86,90$
Km Percorsi 396

 


Anche questa volta mi sono svegliato molto presto.

Cuba è meravigliosa, così come il suo splendido Wagon Wheel, e non potevo perdermi, ancora una volta, l’occasione per fotografarlo all’alba.

Ho indugiato parecchio davanti al motel, fotografandolo in ogni modo, cercando di accumulare più immagini che potevo, cosciente che, una volta a casa, la nostalgia per quel momento sarebbe stata tanta.

Siamo partiti molto tardi quella mattina, dopo le foto e qualche attimo seduti davanti alla stanza, abbiamo consumato un’ottima colazione da Shelly’s.

Dentro al locale c’era anche Bob, il titolare del Gasoline Alley, intento anche lui a fare colazione, ma soprattutto c’era una coppia di ragazzi italiani, anche loro ospiti del Wagon Wheel, che si sono avvicinati a noi per salutarci.

Seguono il mio gruppo di Facebook ed è stato, ancora una volta, molto bello interagire con persone che mi seguono attraverso internet e con le quali condivido la passione per questa strada.

Dopo colazione, prima di ripartire in direzione est, abbiamo trascorso ancora un po’ di tempo con Connie, la proprietaria.

Volevo acquistare un libro che racconta la storia del suo motel, ma lei me lo ha regalato.

Come si fa a non amare la gente della Route 66?

Era giunto il momento di partire verso Springfield, sarebbero stati gli ultimi km nel mio Missouri, prima di entrare nell’ultimo stato, in un percorso Eastbound, attraversato dalla Route 66: l’Illinois.

Siamo arrivati a St. Louis più o meno all’ora di pranzo e ci siamo diretti verso il Chain of Rocks, passando per alcune delle icone storiche della Route 66 in città, come Ted Drewes Frozen Custard e Eat Rite, ultimi baluardi del passato che resistono ancora.

Non amo St. Louis, è una città la cui violenza è spesso raccontata anche da noi.

Ma le mie considerazioni sulle città americane non fanno testo poiché, qualche eccezione a parte, non le amo affatto.

Preferisco le piccole comunità rurali di cui la Route 66 è piena.

A St. Louis il tratto della vecchia Route 66 che conduce al Chains of Rocks mostra segni evidenti dello stato di abbandono di quella zona.

Ci si sente davvero poco sicuri mentre la si percorre ed ogni anno mi sembra sempre peggio.

L’accesso al ponte, sempre da St. Louis, è ormai chiuso, colpa dei numerosi furti nelle auto che in quella zona sono stati perpetrati a scapito, soprattutto, dei malcapitati turisti oltre che per le attività illecite che nel corso dell’anno spesso lo hanno visto testimone.

E’ un luogo davvero poco raccomandabile.

Mi sono fermato giusto il tempo per scattare un paio di foto col cellulare, per confrontarle con quelle che ho scattato in passato.

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Attraversato il ponte sul Mississippi river, percorrendo la I270, sono entrato in Illinois.

L’accesso al Chain of Rocks lato Illinois è sempre stato più tranquillo.

Anche lo scenario lo testimonia: un paesaggio verde e rilassante.

Lo scorso anno attraversai il ponte a piedi pochi giorni dopo l’alluvione e nonostante il fiume si fosse impossessato di ampi pezzi del terreno circostante lo scenario era comunque piacevole.

Quest’anno il fiume era dentro i suoi consueti margini.

Il ponte è un pezzo di storia della Route 66 ed attraversarlo a piedi è suggestivo.

La carreggiata è molto stretta ed il cielo è spezzato dai tralicci di acciaio che lo sostengono.

Il Chain of Rocks è stato utilizzato in passato come location per alcune scene del film “1997: Fuga da New York” di John Carpenter, ed è, come dicevo, un pezzo di storia della Route 66; ha rischiato di sparire dopo la dismissione della Mother Road, e solo gli alti costi per la demolizione lo hanno salvato.

Dopo la passeggiata sul ponte e qualche scatto al Gateway Arch, abbiamo ripreso il viaggio verso una delle tappe più popolari della Route 66: l’Henry’s Rabbit Ranch di Rich Henry.

Tornare qui è sempre piacevole, così come conversare con Rich, appassionato dei suoi conigli e della Route 66.

Quando sono li approfitto sempre per farmi raccontare qualcosa di Bob Waldmire, l’artista itinerante che ha trascorso la sua vita lungo la Route 66 e che è stato grande amico di Rich.

Fuori del locale c’è una delle macchine appartenute a Bob, un vero e proprio cimelio.

Sono riuscito anche a trovare il libro che il giorno prima avevo cercato invano di acquistare al Gasoline Alley di Cuba ed alla cui stesura ha partecipato Bob Waldmire stesso.

Ho scattato qualche foto ed ho girato la mia diretta, chiedendo a Rich semplicemente un saluto.

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Il viaggio verso est è proseguito attraverso la splendida Soulsby’s Gas Station di Mt. Olive e l’Ariston Cafè di Litchfield prima di deviare verso il tratto pre 1930 della Route 66, quello che mi avrebbe condotto alla Auburn Brick Road, il vertice assoluto della giornata.

Ma prima la vecchia IL4, così si chiamava quella strada prima di entrare a far parte, nel 1926, della Route 66, attraversa un piccolo tratto che racconta una storia curiosa nella sua ingenuità, una piccola storia, come ce ne sono tante lungo la vecchia highway, che ne trasmette perfettamente lo spirito.

Nei pressi di Nilwood si incontra un cartello con la scritta Turkey Tracks e con alla base la sagoma di un tacchino.

Davanti al cartello c’è una piccola porzione di strada contornata da una striscia di vernice bianca al cui interno ci sono delle piccole impronte.

La storia, e la leggenda, raccontano che nel 1921, poco dopo la posa del cemento per pavimentare la IL4 (la Route 66 in quegli anni ancora non esisteva), un piccolo gruppo di tacchini fuggiti da una fattoria pensò bene di calpestare quel suolo che in seguito sarebbe diventato leggendario.

Ebbene quelle impronte resistono anche oggi e gli appassionati della zona le hanno marcate in modo che i viaggiatori possano vederle.

È una piccola, semplice storia, che rende perfettamente l’idea del perché sia impossibile non innamorarsi di questa strada.

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Ma alla fine, al tramonto, siamo arrivati in uno dei tratti che adoro, uno di quelli che rapisce il cuore:

la Auburn Brick Road, la strada in mattoni rossi.

Anche questa è stata parte della IL 4, la strada che prima della Route 66 collegava Chicago a St. Louis, ed ha fatto parte della vecchia highway per pochi anni prima di essere sostituita dal tratto che ancora oggi corre parallelo alla I55.

La strada al tramonto era stupenda.

Nel 2017 l’ho percorsa all’alba, ed è stata una bellissima esperienza.

Questa volta di più.

Il sole rendeva il colore dei mattoni di un rosso acceso che contrastava con il verde dei campi di mais adiacenti.

Ho passato parecchio tempo su quel brevissimo tratto della vecchia highway, girando la diretta, scattando foto, e cercando di godermi il più possibile quel bellissimo paesaggio.

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 Ho preso da terra un piccolo frammento di mattone da portarmi a casa e che adesso ho inserito in una bottiglia insieme ad un po’ di sabbia presa 2 anni fa nelle White Sands.

Due posti che adoro.

Springfield era ormai alle porte, la tappa di giornata sarebbe stata il Route 66 Hotel and Conference Center, un motel suggestivo ma lontano dal coinvolgente fascino dei motels storici della Route 66.

Si era conclusa un’altra splendida giornata di viaggio, il “mio” Missouri era ormai alle spalle.

La fine del viaggio non era molto lontana, ma c’erano tantissime splendide emozioni ancora da vivere.


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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

Il saluto di Rich Henry dell’Henry’s Rabbit Ranch di Staunton in Illinois.


 


 

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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

Uno dei motel storici più famosi e più belli della Route 66: il Wagon Wheel Motel.


 


 

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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

14 anni di ricerche e di passione per creare uno dei posti più incredibilmente affascinanti della Route 66: il Bob’s Gasoline Alley di Cuba in Missouri.


 


 

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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

Il bellissimo Devil’s Elbow Bridge, uno dei ponti storici più famosi della US Highway 66.



 

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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

Il Gasconade Bridge è un ponte storico della Route 66.
E’ stato chiuso al traffico nel 2014 per problemi di stabilità e da allora l’intenzione del dipartimento dei trasporti del Missouri di sostituirlo è stata costantemente ostacolata dalle comunità della zona che sono molto affezionate al loro ponte.
La scorsa primavera posizionarono una poltrona accanto al ponte con l’invito, a chi avesse percorso quel tratto, di sedersi e dire qualcosa in favore del ponte.
Ed è quello che abbiamo fatto noi una volta giunti in prossimità del Gasconade Bridge lo scorso Agosto.



 

 

Route 66. Westbound Vs. Eastbound

Pubblicato: gennaio 1, 2019 in Route 66

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Premessa:

Può sembrare strano parlare di senso di percorrenza per una strada.

Ma la Route 66 è una strada storica la cui nascita si colloca in un contesto molto particolare come quello dell’America degli anni 20, ed un senso di percorrenza ce l’ha.

Un misto di storia, consuetudini ed aspetti puramente tecnici hanno concorso ad attribuire alla Route 66 un senso di percorrenza tradizionale, quello “westbound”, da Chicago a Santa Monica.

Andare verso ovest è sempre stata una necessità del popolo americano.

L’ovest degli Stati Uniti ha sempre avuto connotazioni selvagge, un territorio acquisito dal Messico e per decenni quasi del tutto inesplorato.

Andava collegato col resto del paese e per questo fin dagli inizi del 1800 si organizzarono spedizioni con lo scopo di tracciare primordiali vie di collegamento che in seguito entrarono a far parte del percorso della Route 66.

Le numbered highways uscite dal piano autostradale del 1926, inoltre, furono “disegnate” seguendo la regola north/south, east/west, e la Route 66, pur nella sua atipicità di “diagonal way” (da Chicago ad Oklahoma City), si è attenuta a queste indicazioni.

Ed ancora, negli anni della grande depressione, una massa enorme di persone in fuga dai territori delle grandi pianure era diretta ad ovest verso la California, attraverso la “Mother Road”, alla ricerca di un futuro migliore.

Nel dopo guerra, infine, il desiderio di viaggiare degli americani li portava ad ovest, verso gli agognati luoghi di vacanza delle coste californiane, sempre percorrendo la US Highway 66.

Se si vuole quindi vivere la storia di questa strada, il viaggio dovrà essere necessariamente westbound.

Se la storia non suscita interesse (la qual cosa sarebbe comunque un peccato), allora la si può percorrere come si vuole.

Perché eastbound?

Perché da appassionato della Route 66, dopo averla percorsa 3 volte westbound era necessario percorrerla al contrario.

Nonostante la conosca ormai abbastanza bene, ognuna delle precedenti 3 volte mi ha sempre regalato grandi emozioni.

Ma è un po’ come quando rivedi un film che adori, conosci le battute, le aspetti e ti emozioni quando arrivano.

La diversa successione delle sue icone, la strada stessa vista da una diversa prospettiva, erano delle variabili che mi piaceva affrontare.

La Route 66 per me non è un viaggio qualsiasi, è la mia personale via di fuga dal caos della città in cui vivo.

E più la percorro, più aumentano gli amici e più cresce la voglia di tornarci.

Il mio ultimo viaggio, quello del 2018, è stato quindi Eastbound, da Santa Monica verso Chicago, come se dopo la grande migrazione si tornasse a casa, là, “where the Mother Road begins”.

Aspetto emozionale:

Percorrere la Route 66 westbound o eastbound non è la stessa cosa.

Se la si percorre per la prima volta il senso di percorrenza è ininfluente, ma al quarto viaggio le differenze si percepiscono.

Nel percorrerla verso est a volte ho avuto la sensazione di vivere un viaggio diverso rispetto ai precedenti 3.

L’approssimarsi delle sue icone provvedeva comunque a riallineare tutto, come una sorta di rifasatore.

In testa avevo inevitabilmente i tre viaggi precedenti, nei quali il caos, seppur moderato, di Chicago veniva quasi subito sostituito dai cimeli di un tempo lontano dal nostro.

Si parte con una sequenza di agglomerati urbani la cui densità è decisamente superiore a quella del lato ovest.

L’inizio e la fine della Route 66 suscitano emozioni diverse in funzione del senso di percorrenza.

Iniziare nella fresca/fredda Chicago, dopo aver consumato, come tradizione, una colazione da Lou Mitchell’s, è emozionante.

Si ha in mente il west, il sole della California, il deserto, quello che più frequentemente si associa alla Route 66.

Ed anche l’arrivo a Santa Monica è straordinariamente suggestivo.

L’End of the Trail arriva dopo diversi giorni di viaggio ed è l’epilogo perfetto di una straordinaria avventura.

Ogni volta che si arriva sul pontile, gli occhi ed il cuore sono rapiti dallo splendido tramonto che consolida in noi la voglia di ripercorrere di nuovo quella strada meravigliosa.

Le emozioni regalate dagli stessi luoghi, nel percorso eastbound, sono diverse.

Si parte lasciandosi alle spalle l’oceano e si affronta quasi subito il deserto con i suoi estremi.

In un viaggio westbound è l’ultimo bellissimo tratto prima della fine, qui invece si è freschi e probabilmente più attenti alle sue tantissime, splendide, sfaccettature (il tratto desertico è denso di ghost towns delle quali molto spesso non restano che cumuli di macerie) .

Percorrendo la vecchia highway eastbound, inoltre, viene a mancare la condivisione del viaggio con altri roadies.

Non è infrequente infatti fare la fila per una foto sotto il cartello Begin a Chicago e ritrovare le stesse facce durante il viaggio.

Ho avuto modo di stringere alcune amicizie in questo modo.

Nel viaggio eastbound, sicuramente meno frequentato di quello tradizionale, le persone le incroci non viaggi insieme a loro; a livello emozionale non è la stessa cosa.

L’arrivo ad est è inoltre più anonimo, meno coreografico di quello del Santa Monica Pier.

Lo scenario offerto da Chicago, anche se si tratta di una città molto bella, non può competere con l’End of the Trail tradizionale.

A favore del viaggio eastbound c’è che non si trascorrono interminabili ore sul lunghissimo Foothill Blvd., un tratto eterno, snervante, dove l’unico desiderio è quello di arrivare prima possibile in prossimità del Pacifico.

Non si è costretti ad essere strangolati dal caotico traffico della città degli angeli.

In direzione est le icone della vecchia Highway ti accompagnano fino al cartello END di Chicago, non hai tempo per pensare, per lasciarti prendere dalla nostalgia o per annoiarti.

Il tratto di Route 66 in Illinois è tra i più belli ed affrontarlo alla fine è emozionante.

Anche emotivamente quindi, tra eastbound e westbound, ci sono alcune differenze che tuttavia percepisci solo se conosci la storia della vecchia highway ed hai percorso la strada un’altra volta nel senso opposto.

La Mother Road comunque, indipendentemente da come la si percorre, regala sempre emozioni.

Le icone che si incontrano lungo la strada e la sua gente, il popolo della Route 66, sono così entusiasmanti da rendere ininfluente la direzione che si sta seguendo durante il viaggio.

E lo stesso vale per alcuni splendidi tratti della vecchia Highway.

Aspetti tecnici:

La differenza “tecnica” più importante è legata ai costi.

Percorrendo la Route 66 Eastbound si risparmia qualcosa.

Il costo dei motels, della benzina e del cibo è ovviamente lo stesso, ma percorrendo la Route 66 “al contrario” molto spesso non si paga il drop off per il noleggio auto, quell’odiato ed oneroso balzello che viene applicato dalle compagnie di noleggio per aver riconsegnato la macchina in uno stato diverso, e molto lontano, da quello in cui la si è presa.

Il costo non è banale, si va dai 500 dollari più tasse in su (dipende dalla compagnia e dal periodo).

Nel percorso Eastbound sono diversi gli operatori che non lo richiedono (io ho viaggiato con Dollar), ed è un bel risparmio.

Un’altra differenza tecnica è legata al viaggio vero e proprio in automobile.

In alcuni tratti infatti, soprattutto in prossimità delle grandi città attraversate, per via dei sensi unici può essere difficile seguire fedelmente il percorso della vecchia highway, tuttavia molte di queste città si stanno sempre più attrezzando con la segnaletica adeguata.

Un aspetto curioso, ma che ha una sua logica, è che viaggiando verso Chicago (eastbound quindi) buona parte delle “attrazioni” si trovano sul lato opposto rispetto al senso di marcia.

La spiegazione è che il grosso del traffico ai tempi d’oro della Route 66 era verso ovest ed era quindi da quel lato della vecchia highway che si poteva fare business.

Poco male, la Route 66 non è una strada particolarmente trafficata (città a parte) e quindi passare dall’altra parte della carreggiata per godere dei suoi preziosi cimeli non è mai un’operazione complicata.

Il mio viaggio Eastbound:

E’ stato, come previsto, un viaggio pazzesco, il più bello dei 4 che ho fatto.

Lo è stato per la gente del posto, lo straordinario popolo della Route 66, che, ancora una volta, mi ha accolto con entusiasmo e calore, e per le tante persone di Facebook che stavano, come me, percorrendo la vecchia highway e che mi fermavano per salutarmi e per ringraziarmi dei consigli che avevo dato loro.

Ho raccontato in “diretta” tramite dei video le emozioni che giorno dopo giorno stavo vivendo, oltre alla storia dei posti che incrociavo.

Ho “intervistato” molti amici che gestiscono attività lungo la Route 66, ho chiesto loro di fare un saluto mentre li filmavo, ho riso e mi sono divertito assieme a loro.

Da un punto di vista strettamente legato al viaggio, all’inizio mi è sembrato molto strano partire la dove per 3 volte avevo finito la mia avventura lungo la Mother Road, ed a volte ho avuto come la sensazione di percorrere la Route 66 per la prima volta.

Ci sono tratti che conosco così bene da ricordare ogni curva e perfino la presenza di piccoli oggetti che in passato hanno attirato la mia attenzione.

Percorrerla dalla parte opposta a volte mi ha disorientato.

Ma, come dicevo all’inizio, tutto tornava “regolare” non appena arrivavo in prossimità di uno dei suoi cimeli storici.

Cosa scegliere quindi?

Resto ancora un accanito sostenitore del viaggio Westbound, soprattutto per chi la percorre per la prima volta.

Lo preferisco perché da appassionato della storia della Route 66, ritengo la si debba percorrere come vuole la tradizione, perché un viaggio lungo la Route 66 non è un on the road qualunque, ma è soprattutto un viaggio nel tempo carico di emozioni che solo se la percorri nel giusto senso di marcia puoi vivere con intensità.

Ma devo dire che il viaggio eastbound mi è rimasto nel cuore ed è stato, dei 4, sicuramente il più bello.

E’ probabile quindi che in futuro io possa ripercorrere la US Highway 66 di nuovo in questo modo.

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Tratto Lebanon – Cuba
Data 25/08/2018
Hotel Wagon Wheel Motel
Costo 74,00$
Km Percorsi 190

 

L’alba è sempre uno dei momenti più belli da vivere lungo la Route 66.

La strada che sparisce all’orizzonte, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento, il sole che tenta timidamente di affacciarsi ad un nuovo giorno, sono sensazioni che restano impresse indelebilmente nei pensieri e nel cuore.

L’alba al Munger Moss Motel è così.

Lo scorso anno è stata un’esperienza mozzafiato, i raggi del sole rendevano il motel ancora più affascinante.

Era Maggio ed il clima ancora molto fresco era inusuale per le mie abitudini di viaggio da queste parti.

Quest’anno l’alba non è stata altrettanto emozionante, complice le nuvole e la diversa posizione del sole rispetto alla strada, ma comunque ci si è avvicinata molto.

Sono uscito come al solito molto presto dalla stanza, con l’unico scopo di vivere ancora una volta quelle emozioni.

Il motel era nel dormiveglia anche se la scritta “open” lampeggiava già, segno che Ramona era al lavoro.

Le macchine che percorrevano quel tratto erano come al solito molto rare, solo uno sparuto gruppo di ciclisti ha interrotto per un breve periodo la continuità di quella splendida striscia di asfalto.

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Dopo aver attaccato i miei adesivi, scattato centinaia di foto sono rientrato in stanza per prepararmi alla partenza.

Sarei rimasto nel “mio” Missouri anche quel giorno, Cuba era la tappa successiva, poco più di 100 Km dal Munger Moss.

Ho scritto una dedica sul guest book all’interno della mia stanza ed ho attaccato anche li il mio adesivo.

Ma era ormai giunto il momento di partire.

Nella lobby Ramona era intenta a gestire gli arrivi e le partenze, mi sono trattenuto con lei un bel po’ parlando di tutto, ma soprattutto della sua situazione.

Le ho promesso le mie preghiere, l’ho incoraggiata: “vedrai, insieme ce la farete”.

L’abbraccio è stato ancora più forte dello scorso anno, ho cercato, nel mio piccolo di farle sentire il mio affetto e la mia vicinanza.

Non ho registrato dirette con lei, ne’ scattato foto insieme.

Non era necessario e soprattutto sarebbe stato fuori luogo.

Spero il prossimo anno di tornarci, è un posto che merita, è un salto indietro nel tempo, un insieme di passione ed attenzioni come ormai se ne trovano sempre più di rado.

Il Missouri è emozionante.

Il verde dei boschi dona un irresistibile senso di pace.

Il Devil’s Elbow ed il suo Elbow Inn Bar & BBQ, completamente recuperato dopo l’alluvione dello scorso anno, erano in splendida forma.

E poi una tappa insolita, in prossimità di un ponte storico interrotto fin dal dicembre del 2014:

il Gasconade Bridge.

E’ un ponte molto vecchio, risale agli anni 20, ed è stato chiuso 4 anni fa dal dipartimento dei trasporti dello stato del Missouri perché ritenuto poco sicuro.

Da allora è nata un’associazione tra gli appassionati della Route 66 con lo scopo di salvarlo dalla demolizione.

L’intento del dipartimento dei trasporti era infatti di demolirlo e di costruirne un altro.

La gente del posto, affezionata alla sua storia così ben raccontata dal Gasconade Bridge, vuole invece che lo si restauri.

Hanno organizzato tantissime manifestazioni a difesa del ponte, tante iniziative per far conoscere a tutti la loro volontà di salvaguardare la storia di quelle zone e della Route 66.

Una delle iniziative prese la scorsa estate è stata quella di piazzare una poltrona accanto al Gasconade Bridge, con l’invito a chiunque si fosse trovato a passare da quelle parti di sedersi e di dire qualcosa in favore del ponte e della loro iniziativa.

Ed è quello che abbiamo fatto anche noi.

Abbiamo registrato un video e lo abbiamo postato nei gruppi americani della Route 66, soprattutto in quello dedicato al Gasconade Bridge.

La gente del posto è stata davvero molto contenta dell’interesse che abbiamo dimostrato per la loro iniziativa.

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Il dipartimento dei trasporti, già mentre eravamo li davanti al ponte, ha iniziato a costruire una deviazione ed un altro ponte proprio a sinistra della foto che ho postato; il Gasconade Bridge tuttavia rischia ancora, e se entro la primavera del 2019 non si troverà un compratore (alcune società di restauro di beni storici si sono fatte avanti ma al momento di concreto non c’è nulla), verrà demolito.

Ripreso il viaggio verso est ci siamo fermati a Waynesville da Jax, una bravissima fotografa della zona che da anni è tra le mie amicizie di Facebook ed è tra le più attive nella difesa del Gasconade Bridge.

Poco più avanti, a Jerome, ci siamo fermati in un posto mistico, carico di storie e di leggende che tuttavia poco hanno a che vedere con la Route 66: il Trail of Tears Memorial.

Il nome, Trail of Tears, richiama alla memoria la devastante deportazione dei nativi americani dagli stati dell’est verso quello che poi sarebbe diventato l’Oklahoma.

Una vera e propria deportazione di massa lungo il “sentiero delle lacrime”, dove furono migliaia i nativi americani che persero la vita per la fatica e la fame.

Il luogo, appartenuto a Larry Bagget, doveva diventare in origine un campeggio, ma il proprietario raccontava di rumori che tutte le notti sentiva nella sua proprietà.

Tutte le notti Larry sentiva bussare alla sua porta.

Un giorno pare abbia incontrato un anziano nativo americano che gli disse che quella proprietà si trovava proprio sul percorso del Trail Of Tears e che questo impediva alle anime degli indiani che persero la vita in quel terribile viaggio, di proseguire nel loro cammino.

Larry quindi trasformò la sua proprietà in una sorta di tributo agli indiani morti durante quella deportazione, cercando nel contempo di rendere il cammino più agevole a quelle anime in viaggio costruendo dei sentieri.

Alla morte di Larry Bagget il luogo è rimasto in stato di abbandono per diversi anni, fino a quando, nel corso del 2018, un gruppo di appassionati ha iniziato a restaurarlo.

Abbiamo incontrato uno di questi, Chris , il più attivo.

Era intento a sistemare la casa di Larry e le sue opere che richiamavano quella deportazione.

Abbiamo trascorso parecchio tempo li dentro ascoltando i racconti di Chris, le storie celate da ciascuna delle piccole costruzioni all’interno del Trail of Tears.

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Eravamo sempre in prossimità del Gasconade Bridge, lungo un tratto di Route 66 interrotto, il che ci costringeva a percorrere un pezzo di I44, ma anche questa era intasatissima per dei lavori e quindi ci siamo letteralmente immersi nel bosco che abbraccia la Route 66 in quella zona cercando di proseguire verso Cuba.

Abbiamo percorso un bellissimo tratto sterrato, circondato dagli alberi, per aggirare quell’interruzione, fino ad arrivare alla Mural City.

La prima tappa è stata il Bob’s Gasoline Alley, un posto terribilmente affascinante.

Restituisce perfettamente l’idea della passione che scorre lungo la vecchia highway, la passione della gente per il tempo in cui la Route 66 era la Main Street of America.

Per loro, ma anche per noi appassionati, la Route 66 è ancora la Main Street of America.

Come lo scorso anno, Bob era all’interno del suo locale ed orgoglioso mi invitava a visitarne ogni centimetro.

E ne valeva davvero la pena.

Ci sono una quantità infinita di cimeli di ogni genere che raccontano l’America dagli anni 40 ai 60, non riesci a staccarti da loro, il tuo sguardo è sempre attratto da qualcosa che ti proietta indietro nel tempo.

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Bob non vende nulla di quello che ha raccolto li dentro i suoi locali.

Ho scorto un vecchio, bellissimo libro, al quale ha partecipato anche Bob Waldmire, un personaggio che ammiro, una delle figure più amate dal popolo della Route 66 (Bob è scomparso nel 2009), ho provato a chiedere se avesse voglia di vendermelo anche se ero certo che avrebbe rifiutato ed in effetti così è andata.

Fortunatamente quel libro l’ho trovato il giorno dopo da Rich Henry dell’Henry’s Rabbit Ranch in Illinois.

Siamo stati più di un’ora dentro i locali di Bob, prima di proseguire, per poche miglia, verso il Wagon Wheel Motel, un altro tra i motel storici più belli.

Sono entrato nella lobby e Connie, la proprietaria, era intenta a parlare con dei clienti.

Appena mi ha visto varcare la soglia mi ha accolto dicendo: “ecco il fotografo più famoso del mondo”.

E’ stata un’accoglienza molto divertente.

Connie lo scorso anno mi aveva chiesto il permesso di usare alcune foto che avevo scattato al suo motel ed io glie le avevo inviate pronte per la stampa.

Siamo rimasti per diverso tempo nella splendida lobby del motel, che è anche un fornito ed elegante gift shop.

Alla fine Connie mi ha fatto dono di un upgrade di stanza, un appartamento allo stesso prezzo della stanza che avevo prenotato.

La giornata si è chiusa con un’ottima cena al The Four Way, un diner che occupa quella che un tempo era una bellissima gas station.

E’ stata un’altra splendida giornata ed è stato bello, ancora una volta, essere coccolato dallo straordinario popolo della Route 66.


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Route 66 2018 “Eastbound”. Pillole dalla Mother Road.

Uno dei motels più affascinanti della Route 66: lo splendido Munger Moss di Lebanon in Missouri.