
Goffs (California)
“Ci aspetta Il grande deserto del Mojave.
Una striscia di ghost towns bruciate dal sole accompagna il percorso della Route 66 verso Barstow per poi scendere a San Bernardino, proseguire verso Los Angeles ed arrivare finalmente a Santa Monica, sul Pacifico.
La brezza dell’oceano da qui ci sembra lontana anni luce”
Michael Wallis, scrittore
Nell’immaginario collettivo la Route 66 è una lunga striscia d’asfalto che sparisce all’orizzonte.
Ed intorno a se il deserto.
Internet è pieno di foto che la raffigurano così.
Ma la Route 66 è molto di più: è storia, è passione, è il paesaggio che cambia lentamente colore mentre la percorri da Chicago a Santa Monica.
Si comincia con il verde delle campagne dell’Illinois per terminare con il giallo del deserto della California, passando per il rosso delle rocce del New Mexico.
Ma è il deserto che regala le emozioni più forti e per questo nella mente di chi non la conosce bene è impressa un’immagine che rappresenta in realtà solo una parte del suo percorso.
La Route 66, prima di “sfociare” nel Pacifico a Santa Monica, attraversa il deserto “terribile e luminoso”, come lo definì John Steinbeck in “Furore”.
La Route 66, in California, attraversa il deserto del Mojave.
Da queste parti, nel deserto, il nulla ed il caldo, assieme alle sparute rovine di alcune vecchie Ghost Towns, sono dei fedeli e silenziosi compagni di viaggio.
Un silenzio a volte interrotto da rumorosi, lunghissimi treni merci il cui suono è quasi una sorta di saluto ad un pezzo di storia che comunque hanno contribuito a scrivere.
Come per la quasi totalità delle cittadine lungo l’intero percorso della Route 66, anche quelle ormai scomparse nel Mojave Desert, sono nate grazie all’arrivo della ferrovia.
C’erano le cosiddette “Alphabet Towns”, un insieme continuo di piccoli agglomerati di case e di stazioni ferroviarie che da Amboy proseguivano verso est e che, per facilitare il compito dei telegrafisti, furono nominate in ordine alfabetico:
Amboy, Bristol, Cadiz, Danby, Essex, Fenner, Goffs, Home, Ibis, Java e Klinefelter.
Di loro non resta quasi nulla poiché il deserto se le è riprese.
Un tratto che lascia spazio alla fantasia, all’estro fotografico, ai pensieri ed ai sogni.
“La Route 66 è la strada dei sogni realizzati e dei sogni perduti”, ha scritto Michael Wallis.
Ed il deserto è stato testimone dei sogni, spesso realizzati, degli Okies, nel loro viaggio verso ovest alla ricerca di un futuro migliore, e di coloro che gestivano attività lungo questo tratto di strada che, con l’apertura delle interstates, si sono miseramente infranti sbattendo contro la voglia di modernità del paese.
E’ un tratto dal passato tanto ostile e temuto quanto ai giorni nostri sfortunato.
Nel momento in cui scrivo (gennaio 2024) una grossa porzione dello splendido tratto desertico è ancora chiusa al traffico e lo è dal 2017 quando dei violentissimi flash floods distrussero alcuni vecchi ponti di legno che si trovavano lungo la strada.
Perché da queste parti tutto è estremo: il caldo, il sole ma anche le piogge che, seppur rare, quando cadono non lasciano scampo a quel poco che resta lungo la vecchia highway.
Nei miei 4 viaggi lungo l’intero percorso della Route 66 ho avuto la possibilità di percorrere completamente il tratto desertico 2 volte (nel 2014 e nel 2016), le altre volte ho dovuto percorrere un tratto della odiata Interstate 40, da Fenner fino alla Kelbaker Rd, la strada che si ricongiunge alla 66 poche miglia ad est di Amboy.
Il Mojave Desert ha rappresentato un ostacolo enorme negli anni di pionierismo automobilistico.
Anni nei quali le automobili erano prive dei moderni confort e dell’affidabilità necessaria in condizioni estreme: il sole ed il caldo torrido erano degli scogli molto complicati da superare.
Jack D. Rittenhouse, nel suo “A Guide Book to Highway 66” del 1946, probabilmente la prima guida della Route 66 quella a cui tutti gli scrittori che gli sono succeduti si sono ispirati, di questo tratto scriveva:
“Nei mesi caldi il viaggio da Needles a Barstow, attraverso il deserto del Mojave, è consigliabile farlo di sera, di notte o nelle prime ore del mattino.
In ogni caso, è opportuno portare con sé dell’acqua extra per l’automobile.”
Ed in effetti i viaggiatori l’attraversavano prevalentemente di notte.
Anche gli Okies, l’appellativo con il quale venivano genericamente identificati i disperati in fuga dalle grandi pianure verso la California ai tempi del Dust Bowl, erano soliti fermarsi di giorno a Needles, ai margini del Colorado River, per poi attraversare il deserto di notte.
“La California è proprio di la dal fiume, con una graziosa cittadina per cominciare. Needles, sul fiume. Ma il fiume non è di casa in questa zona. Da Needles si sale e si scavalca una cima riarsa, e dall’altra parte c’è il deserto. E la 66 attraversa il deserto terribile, dove la distanza pulsa e il centro dell’orizzonte è tarpato dall’incombere di montagne cupe.” John Steinbeck.

Le loro auto erano cariche di effetti personali, materassi, ruote di scorta, animali, piene di così tanta roba da rendere spesso difficile la mobilità stessa.
Lo splendido “Furore”, il romanzo di John Steinbeck, ed il successivo omonimo film di John Ford, hanno raccontato perfettamente questa migrazione attraverso l’epopea della famiglia Joad, fuggita dall’Oklahoma verso la California alla ricerca di prospettive di vita che nella loro terra il Dust Bowl gli aveva negato.
Percorrendo la Route 66 nel deserto del Mojave, si incontrano ogni tanto piccoli cumuli di macerie, evidenti segnali che un tempo in quei luoghi estremi c’era vita, piccole comunità delle quali oggi resta solo un nome: Klondike, Bagdad, Siberia, nomi improbabili, quanto la possibilità stessa di viverci.
Oggi, da queste parti, la Mother Road si chiama National Trails Highway, una sorta di tributo al vecchio nome usato prima che diventasse US 66: National Old Trails Road.
Ma ancora prima, in quelle zone, era presente un primitivo tracciato, un sentiero per anni utilizzato dai nativi americani, che successivamente, nella metà del 1800, fu oggetto di ispezione da parte del tenente dell’esercito Edward Beale, il cui fine era disegnare il percorso di quella che sarebbe diventata la Beale’s Wagon Road .
Lo stesso tracciato fu in seguito utilizzato per la realizzazione della ferrovia, della US Highway 66 ed anche della I40.
Durante la seconda guerra mondiale lungo il tratto desertico si esercitarono le truppe del generale Patton prima di partire per il nord Africa.
Il deserto del Mojave era il luogo ideale per questo genere di attività.
I soldati si succedevano di continuo, ogni 4 mesi circa, e quando partivano erano soliti lasciare i loro nomi composti da sassi ai fianchi delle piccole colline che costeggiano la Route 66.
Era una pratica curiosa avviata, pare, da coloro che con l’auto in panne attendevano di essere soccorsi.
Forse per noia, in attesa del carro attrezzi, passavano il tempo decorando le colline in questo modo.
E’ un tratto carico di pathos, di storie e di leggende, come del resto è normale quando si parla della Route 66.
Si parte da Needles e ci si dirige verso l’Arrowhead Junction percorrendo la US 95 per poi girare a sinistra verso la Goffs Rd, un vecchio tratto di Route 66 rimasto in servizio fino agli inizi degli anni 30.
E da qui parte il deserto.
Goffs Road
Si arriva a Goffs, una delle Alphabet Towns (la lettera “G”), ormai poco più che una ghost town, nella quale fino a pochi anni fa era possibile incrociare lo splendido Goffs General Store (risalente al 1946) andato a fuoco nel 2021 probabilmente per un atto vandalico.
La nascita di Goffs, il cui nome originario era Blake, risale alla fine del 1800 quando fu la sede di un deposito di acqua e di una importante stazione ferroviaria; la ferrovia che collegava Barstow a Needles passava da qui.
Con il reistradamento della US Highway 66 poco più a sud di Goffs, avvenuto agli inizi degli anni 30, la piccola comunità ha cominciato il suo inevitabile declino.
Goffs
Proseguendo verso ovest si arriva ad un’altra Alphabet Town, Fenner (“F”) per poi arrivare ad Essex (“E”).
Erano oasi nel deserto, come il Cadiz Summit di Cadiz, altra Alphabet Town (“C”)
Il Cadiz Summit è stata una stazione di servizio, un piccolo motel, un cafè, un posto dove far riposare l’automobile dopo parecchie miglia percorse nel deserto, e dove gli stessi viaggiatori potevano trascorrere momenti di relax.
Ghiaccio, acqua, benzina, caffè, erano ciò che queste oasi nel deserto fornivano.
Oggi non servono più e del Cadiz Summit non resta molto se non poche pareti di cemento coperte da confusi murales.
Un posto estremo, torrido, arido, sinistro, lontano anni luce dalla civiltà, ma terribilmente affascinante.
E’ il fascino delle Alphabet Towns ormai scomparse, del deserto del Mojave che se le è riprese, della National Trails Hwy, insomma, il fascino della vecchia ma immortale US Highway 66.
Cadiz Summit (Cadiz)
Si è quasi ipnotizzati dal nulla del deserto mentre si percorre questo tratto di strada e, distratti dal fresco dell’aria condizionata e dalla radio accesa, si può perdere l’occasione per approfondire la vera essenza di posti come questo, raccontata dai resti di vecchie strutture che si trovano un po’ ovunque, basta rallentare il passo e guardarsi intorno.
Si attraversa Chambless dove è l’insegna del Roadrunner’s Retreat Restaurant, un’altra delle icone di queste zone selvagge, ad attirare la nostra attenzione.
Il locale, la cui realizzazione risale agli anni 50, è stato un ristorante ed una gas station.
Il Roadrunner’s Retreat, così come il vicino Cadiz Summit, riescono a raccontare quanto intensi siano stati gli anni nei quali la Route 66 era l’unica importante arteria di collegamento tra l’est e l’ovest del paese, e raccontano anche quanto violenta sia stata la sostituzione della Mother Road con le interstates, che qui è avvenuta agli inizi degli anni 70.
Negli anni 80 questa struttura fu utilizzata per girare alcuni spot pubblicitari e fu quindi sistemata, ma ben presto il deserto ha ripreso il suo lento ma inesorabile lavoro.
Ci sono dei tentativi di riportare questa zona agli antichi splendori, ma per ora solo uno di questi, parzialmente riuscito, riesce a resistere, poche miglia ad ovest di Chambless.
Il Roadrunner’s Retreat è oggi una bellissima e solitaria insegna lungo un tratto affascinante della Route 66, in mezzo al deserto del Mojave dove il silenzio è rotto solo dal tenue sibilo del vento.
Roadrunner’s Retreat (Chambless)
Il fascino sinistro della strada da queste parti è anche alimentato da strutture recenti.
Poco prima di arrivare ad Amboy infatti, sulla sinistra per chi sta viaggiando “Westbound”, si possono scorgere due sculture in marmo raffiguranti in apparenza dei simboli della cultura cinese.
Gli appassionati della Mother Road le hanno ribattezzate “The Guardian Lions of Route 66”.
Sono li più o meno a partire dal 2013 e sono apparse dal nulla; nessuno sa con precisione chi ce le abbia portate e che senso abbia la loro presenza li.
Si dice che qualcuno abbia acquistato il terreno ed abbia messo quelle due statue in marmo a “guardia” della zona.
E’ affascinante ed anche un po’ sinistro vederle li, in mezzo al nulla, di fianco all’interminabile e suggestivo rettilineo che conduce ad Amboy.
Le statue sono due e si trovano di poco ad ovest della Kelbaker Road verso Amboy, ad un paio di centinaia di metri dalla strada e circa 3/400 metri tra di loro.
Uno è maschio e l’altro è femmina.
Il mistero che avvolge la loro presenza su questo tratto di strada contribuisce ad alimentare le leggende intorno alla Mother Road.
Guardian Lions of Route 66 (Chambless)
La strada verso Amboy è un lungo, infinito rettilineo.
Steinbeck, nel capitolo 12 di “Furore”, quello dedicato alla Route 66, scriveva:
“Gente in fuga sulla 66.
E la pista d’asfalto luccica come uno specchio al sole, e in lontananza il riverbero crea l’illusione di pozze d’acqua in mezzo alla strada.”
Anche noi oggi probabilmente fuggiamo da qualcosa, inseguiti dalle nostre illusioni.

Il lungo rettilineo termina in quella che sicuramente è la cittadina più rappresentativa del tratto desertico della Route 66: Amboy (lettera “A” delle Alphabet Town).

E qui è si incontra una delle icone assolute dell’intera Mother Road: Il Roy’s Cafè.
Ne ho parlato qui.
Roy’s Motel & Cafè (Amboy)
Vedere la sagoma dell’iconica insegna avvicinarsi mentre si sta guidando è emozionante.
Il Roy’s è stato l’ambientazione per un’infinità di film e di video musicali.
E’ la location perfetta, a mio parere, per la sua solitudine, per la sua collocazione in mezzo al nulla, per il suo aspetto sinistro.
Si è in verità di molto addolcito negli ultimi tempi, una delle prime volte che ci sono passato il locale era gestito da 4 persone che vivevano ad Amboy e spesso chi era dietro al bancone ostentava una pistola agganciata alla cintura.
Gente i cui modi bruschi di relazionarsi con i viaggiatori erano come una sorta di benvenuto quando si entrava nel locale; ma vivere li non deve essere stato semplice.
Il locale è di proprietà di Albert Okura, un imprenditore americano proprietario anche del 1° Mc Donald’s di San Bernardino (sempre sulla 66) e della catena di fast food “Juan Pollo”; Albert Okura è scomparso nel 2023 a 71 anni, oggi il figlio sembra intenzionato a continuare nella gestione e nello sviluppo del locale.
L’attività fu gestita per tanti anni da Buster Burris, il genero di Roy Crowl colui che diede il nome al Roy’s.
Era un tratto estremamente pericoloso quello desertico, ed anche se erano più numerosi i guasti per ebollizione degli incidenti, Buster raccontava:
“Prima che dipingessero le strisce sulla strada, uscivo tre volte al giorno per portare via carcasse di automobili, erano per lo più macchine che si scontravano sugli stretti ponti di legno.
Portavo sempre una sega nel camion per tagliare le lamiere ed estrarre le persone.”
Era un posto molto frequentato il Roy’s, era aperto giorno e notte e quando le cabins del motel erano piene la gente dormiva in macchina nel piazzale.
Il Roy’s era una perfetta macchina da soldi, fino all’apertura della I40, nel 1973, quando la situazione cambiò radicalmente:
“Dalla fine degli anni 40 all’inizio dei ’70 questo posto era un manicomio.
Tenevamo tutto aperto 24 ore al giorno.
Avevo 90 persone che lavoravano per me full time ed in estate arrivavamo a 120.
Era gente che lavorava così tanto da cadere a letto esausta e dopo poche ore di sonno tornava di nuovo al lavoro.
Ero solito pensare che tutto il mondo passasse per Amboy in quegli anni.
Poi tutto cambiò.
L’interstate fu completata e fu come se qualcuno avesse messo un cancello sulla Route 66.”
Raccontava Buster che, in preda alla disperazione e per non pagare le tasse sugli immobili, salì sul suo bulldozer e distrusse buona parte delle costruzioni di Amboy (lui era anche il proprietario dell’intera comunità), lasciando il Roy’s e poco altro.
L’aria è sempre rovente ad Amboy, ma passeggiare tra le rovine della scuola, del vecchio motel, le cui stanze ormai desolatamente abbandonate sono aperte e visitabili, mette i brividi.
Il Roy’s Cafè è uno dei posti che amo di più della US Highway 66.
L’insegna del Roy’s Cafè fotografata dall’interno delle stanze del vecchio motel
Continuando verso ovest, attraversata la ferrovia, si passano in rassegna sparuti cumuli di rovine, spesso poco visibili dalla strada, tra questi merita una citazione Bagdad, se non altro per le sue storie bizzarre e per la confusione che può generare il suo nome con il Bagdad Cafè, che si incontrerà più avanti a Newberry Springs.
Bagdad al famoso diner ha fornito solo il nome, il vero Bagdad Cafè è sparito insieme alla piccola comunità desertica.
Bagdad è stata fondata nel 1883 in concomitanza con la realizzazione della ferrovia.
Il posto in cui si trovava era davvero inospitale, è considerato uno dei luoghi più aridi del paese.
Proprio in conseguenza del clima così estremo le fu attribuito il nome Bagdad, come la capitale dell’Iraq.
Nonostante il clima e la sua collocazione nel deserto, Bagdad è stata una cittadina fiorente, grazie alla ferrovia, alla National Trails Road che dopo il 1926 diventò US Highway 66.
Era un importante snodo ferroviario, grazie anche alle diverse miniere della zona.
C’erano hotels, ristoranti, sale da ballo, cafè ed un ufficio postale.
Si racconta che agli inizi del 1900, per attirare l’attenzione dei turisti che passavano di li col treno, gli abitanti di Bagdad erano soliti riempire l’Amboy Crater (il vulcano non molto distante dal Roys Cafè e da Bagdad) con sterpaglie alle quali davano fuoco facendo credere che il vulcano stesse per eruttare.

Amboy Crater
Negli anni 50, dopo essere sopravvissuta a diversi incendi, Bagdad, fortemente ridimensionata, viveva del traffico dei viaggiatori della Route 66 e con l’apertura della I40, nel 1973, i pochi abitanti hanno cominciato ad abbandonarla al suo destino.
Russell A. Olsen scrive:
“Oggi non c’è alcuna prova che Bagdad sia realmente esistita.”
Ai giorni nostri, infatti, di Bagdad non resta più nulla se non un albero, circondato da mattoni, ed un piccolo cimitero poco più in la rispetto alla sede stradale.
Il deserto se l’è definitivamente ripresa.

Bagdad
E poi Newberry Springs ed il suo Bagdad Cafè il cui nome originale era Sidewinder Cafè.
Un’altra delle icone di questo tratto della Route 66.
E’ il risultato del successo di un film, Bagdad Cafè appunto, di Piercy Adlon.
Un film del 1987, un pezzo di pura poesia, che racconta la storia di un’amicizia tra due donne completamente diverse tra loro, la proprietaria del cafè ed una turista tedesca lasciata dal marito nel mezzo del deserto del Mojave.
Un film ed una colonna sonora, “Calling you” di Jevetta Steele, davvero molto belli.
Negli anni 90 la proprietaria del locale, Andree Pruett, gli cambiò nome adottando quello del film.
Andree era intenzionata a lasciare Los Angeles, dove viveva, per trasferirsi da qualche parte con l’idea di allestire una fattoria ed allevare struzzi, quando si fermò nel Sidewinder Cafè nel quale sostenne di aver mangiato l’hamburger più buono della sua vita.
Il locale era in vendita così il marito ed il figlio, nonostante lei fosse inizialmente contraria, la convinsero ad acquistarlo.
Il film Bagdad Cafè ha avuto molto più seguito in Europa (in particolare in Francia dove ha vinto dei premi prestigiosi) di quanto ne abbia avuto negli USA ed infatti gran parte della clientela è europea.
Non è inusuale vedere pullman di turisti che fanno tappa al locale solo per rivivere le scene del film.
Bagdad Cafè (Newberry Springs)
Di fianco al cafè c’è l’insegna dell’Henning Motel, anch’esso visibile nel film.
Un’insegna imponente, l’unico elemento rimasto in piedi del vecchio motel le cui camere sono state abbattute intorno al 2015, probabilmente per lo stesso motivo per il quale Buster Burris distrusse gran parte della comunità di Amboy.
L’insegna dell’Henning Motel
Prima di arrivare a Barstow, al termine del tratto più impervio, si incrocia Daggett, una cittadina tipicamente western nella quale storie e leggende si rincorrono.
La nascita di Daggett, il cui nome originario era Calico Junction, risale alla fine del 1800.
Era al contempo una cittadina molto vivace e frequentata, grazie soprattutto alle vicine miniere di Calico che attiravano persone da ogni dove in cerca di fortuna.
C’erano saloon, bordelli, sparatorie ed impiccagioni con una discreta frequenza.
Nel 1883 Calico Junction fu rinominata in Dagget, dal nome di uno dei proprietari delle miniere di Calico.
Si raccontano tante storie tipicamente da selvaggio west su Daggett, una di queste narra di un prete che arrivò a Daggett perché in quella cittadina non c’erano chiese e si doveva in qualche modo provvedere.
Teneva le sue affollate messe in una scuola e la gente era sempre molto generosa con le donazioni.
Una volta chiese a coloro che ritenevano di essere stati salvati dal Signore di alzarsi in piedi, ma nessuno si alzò.
Allora chiese a coloro che volevano essere salvati dal Signore dai peccati che avevano commesso di alzarsi in piedi, ma ancora una volta nessuno si alzò.
Il reverendo allora, colto da disperazione lasciò Daggett il giorno dopo etichettandola come la città peggiore che avesse mai conosciuto.
Di Daggett spicca il Desert Market, un general store che, come indica l’iscrizione posta in alto alla struttura, risale al 1908 anche se in verità esisteva anche prima ma la costruzione venne distrutta da un incendio.
Il nome iniziale era “Ryerson’s General Store” ed era il luogo nel quale i cercatori d’oro vendevano la polvere del prezioso metallo.
E’ stata anche una gas station.
Desert Market (Daggett)
E si arriva infine a Barstow, dove solitamente considero concluso il fascino della Mother Road, anche se prima di immergersi nel traffico caotico dei sobborghi di Los Angeles ci sono ancora alcune affascinanti attrazioni da vedere (il Bottle Tree Ranch del compianto Elmer Long su tutte).
Barstow
Bottle Tree Ranch (Oro Grande)
Un viaggio lungo la Route 66 regala sempre tante emozioni.
Per la sua storia, per il paesaggio che cambia davanti ai nostri occhi e per la gente che ti accoglie sempre col sorriso.
Nonostante il mio cuore batta per la parte est della Mother Road, il tratto desertico suscita sempre forti emozioni ogni volta che lo percorro.
È un tratto intenso, carico di pathos, dove la solitudine ed il caldo ti attanagliano.
Un tratto carico di storie di passione, speranza e sofferenza.
Un tratto temuto, rispettato, che ci riporta a tempi in cui viaggiare era un piacere ma anche un’avventura da affrontare con attenzione.
Molto oggi è cambiato.
Sono cambiate le automobili, la concezione stessa dei viaggi ed è cambiata la gente che volutamente sceglie di percorrere questo tratto di strada in alternativa alla più veloce e sicura I40.
Tom Teague scriveva:
“I viaggiatori che percorrono l’interstate possono attraversare il Mojave Desert in meno di 2 ore senza mai cambiare marcia.
Ma i primi viaggiatori della Route 66 potevano ritenersi fortunati se riuscivano ad attraversarlo in 2 giorni.”
Si, oggi ci si impiega molto meno di un tempo, anche percorrendo la Route 66 lo si attraversa con poco più di due ore, compreso il tempo necessario per rendere omaggio alle Alphabet Towns.
E sono, a mio parere, le due ore più belle di tutto il viaggio.
“Alla fine della seconda guerra mondiale, i viaggiatori si resero conto che la Route 66 nel deserto del Mojave era un posto pericoloso.”
Quinta Scott, fotografa e scrittrice